Le Grandi Recensioni

Queen in 3D

Posted in libri, musica by Ares on ottobre 6, 2017

Pubblicato lo scorso maggio (ed è appena arrivata nelle librerie la versione italiana), Queen In 3D non è un semplice libro fotografico dedicato alla band ma molto di più.

Innanzitutto è scritto in prima persona da Brian May, le fotografie sono quasi tutte sue, ed è in sostanza una specie di autobiografia del riccioluto chitarrista-astrofisico che racconta retroscena e aneddoti vari della vita della band dagli inizi fino alla fine e oltre, inclusi i capitoli con Paul Rodgers e Adam Lambert.

Brian May è un appassionato di fotografia stereoscopica, è direttore della London Stereoscopy Company (che è anche editrice del libro), e ha brevettato l’apposito visore incluso nel libro che ha come nome “Owl” (“gufo” in Inglese nda). La prima parte del libro è proprio dedicata alla passione per la fotografia e la stereoscopia che ha colpito May da ragazzino, i primi esperimenti nella casa di Feltham sempre aiutato da papà Harold (che lo aiutò a costruire la chitarra “Red Special” di cui ha parlato in un altro libro)  per poi essere trasportati direttamente nella vita dei Queen.

Armatevi di pazienza, il libro è bello grosso, pesante ed è realmente qualcosa di diverso dal solito. Appena i vostri occhi avranno capito come adattarsi al visore e alle immagini sarete catapultati in un mondo pazzesco, “dentro” le immagini. Affascinante e insolito, non c’è che dire.

Ovviamente è un prodotto pensato per i fans della band, ma credo che anche chi sia un semplice appassionato di fotografia e di cose bizzarre possa trovare piacere dalla lettura e visione di Queen in 3D.

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Tom Petty

Posted in musica by Ares on ottobre 3, 2017

Essere leader di una band chiamata Heartbreakers e poi morire per un infarto è solo uno degli innumerevoli scherzi di cattivo gusto che Madre Natura fa dalla notte dei tempi…

Tom Petty è stato uno dei grandi del rock americano, forse non abbastanza conosciuto e apprezzato in Europa, ma idolatrato negli Stati Uniti e considerato al pari di altri mostri sacri come Bob Dylan e Bruce Springsteen.

Dalla natia Gainesville, Florida, per 40 anni assieme ai fidati compagni di viaggio degli Heartbreakers (dai quali si separerà solo sulla carta per un paio di album) ha raccontato storie di ribelli e sconfitti, amori perduti e gioia di vivere, con una miscela di rock’n’roll, country, southern rock inconfondibile e magnifica. 40 anni di canzoni, tournée continue, grandi album e tante collaborazioni come la bellissima parentesi dei Traveling Wilburys che lo vedevano a fianco di quelli che all’epoca erano veri giganti (Bob Dylan, George Harrison, Jeff Lynne, Roy Orbison) e lui ancora un giovane erede designato.

Personalmente, Tom Petty è stato uno di quegli artisti che mi hanno spinto ad imbracciare la chitarra, merito di quel piccolo gioiello che fu Into The Great Wide Open e del video di Learning To Fly. Da allora la sua musica mi ha accompagnato, ho scoperto, ascoltato e amato molti altri artisti nel corso degli anni, alcuni poi li ho messi da parte, altri dimenticati, ma Tom Petty & the Heartbreakers sono rimasti con me perché per qualche misterioso motivo ho sentito che quelle canzoni mi dicevano qualcosa di importante. E so che continueranno a farlo ancora per molto tempo.

Grazie Tom, sei stato semplicemente magnifico.

You belong among the wildflowers
You belong somewhere you feel free

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Jimi Hendrix, una foschia rosso porpora

Posted in libri, musica by Ares on ottobre 2, 2017

Questa probabilmente è la miglior biografia mai scritta su Jimi Hendrix. Un lavoro meticoloso e maniacale, frutto di interviste con i protagonisti dell’epoca (musicisti, produttori, familiari, uomini e donne che hanno accompagnato l’artista durante la sua purtroppo breve vita) e con un sacco di citazioni prese da interviste realmente concesse da Hendrix stesso.

Gli autori (Harry Shapiro e Caesar Glebeek) sono riusciti a produrre un ritratto piuttosto completo dell’uomo e dell’artista (anche se in alcuni punti sembra un po’ datato: la prima edizione è del 1990, ci sono stati aggiornamenti ma a mio parere dovrebbe essere rivisto tutto quello che è successo negli ultimi 20 anni): l’infanzia e l’adolescenza a Seattle, l’ambiente familiare, i rapporto col padre e il resto della famiglia, la permanenza nell’esercito prima di iniziare una carriera da musicista tanto rapida quanto rivoluzionaria fino alla prematura scomparsa. Non vengono dati giudizi definitivi, vengono solo esposti i fatti e in alcuni csi si hanno diverse versioni così che ognuno possa poi farsi una propria opinione. Poche foto, ma ce ne sono già tantissime in giro e nei booklet dei tanti tanti album pubblicati fino ad oggi, quindi non è un grosso problema. Da segnalare anche un’interessante sezione tecnica con l’elenco di tutte le chitarre e le attrezzature usate sia dal vivo che in studio.

Edizioni Arcana, prezzo variabile (in rete si trova a meno di 10€), godimento assicurato.

Che aspettate?

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The Rolling Stones – live in Lucca 23/09/2017

Posted in concerti, musica, richieste by Ares on settembre 26, 2017

Vecchi pirati…

 

Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood in quattro fanno quasi 300 anni d’età. E i loro concerti sono (ancora) una festa fatta di due ore abbondanti di rock’n’roll che coinvolge i loro coetanei, i figli dei loro coetanei e i figli dei figli dei loro coetanei. Diverse generazioni unite dalla comune passione per questi incredibili vecchietti in splendida forma e la loro musica.

Perché, alla fine, di questo si tratta. Questi vecchietti suonano, sempre, alla grande. Potranno sbagliare, potranno a volte essere imprecisi, potranno prendersi delle pause e letteralmente smetter di suonare per ampie parti di canzoni (vero, Keith e Ronnie?) ma tutto questo (less is more, l’importanza di cosa non si suona, eccetera) fa parte del loro modo di essere musicisti ed è una delle chiavi che li rendono, semplicemente, più bravi degli altri.

Chi può permettersi di aprire i concerti con un pezzo come Sympathy for the Devil? Gli stessi che si permettevano di aprire con (I Can’t Get No) Satisfaction (vedere Bridges to Babylon tour, fine anni ’90, uno dei vari tour che dovevano essere “l’ultimo”), e oggi lasciata in chiusura prima dei bis, e che oggi chiudono con Jumping Jack Flash (che per anni è stato il brano di apertura) e in mezzo riescono addirittura ad essere così simpaticamente ruffiani da inserire un classico del repertorio come As tears Go By per l’occasione lucchese cantata nella versione in italiano (“Con le mie lacrime”) datata 1965. Sono partiti piano, con It’s Only Rock’n’Roll e Tumbling Dice sapientemente utilizzate per scaldarsi, poi…

E poi c’è il blues: l’ultima fatica in studio, Blue and Lonesome, vede gli Stones alle prese con il primo amore e con la vera natura della loro musica, e sentirli dal vivo suonare due pezzi come Ride ‘em on Down e Just Your Fool fa capire quanto si trovino nel loro ambiente naturale quando c’è da suonare il blues. Non saranno dei virtuosi, non si lasceranno andare ad assoli di 10 minuti, ma la carica e il “tiro” che hanno sono realmente unici, qualcosa che sinceramente non sento in tanti, troppi, bluesmen contemporanei (e non solo) che vengono quasi divinizzati e descritti come salvatori del blues. Anche per questo trovo che gli Stones siano più bravi degli altri.
Il resto del concerto è semplicemente scivolato via tra altri grandi classici, la prova vocale di Keith Richards che ha proposto Happy e Slippin’ Away e un finale in crescendo fatto da Midnight Rambler (la perfetta unione del loro modo di intendere il rock e il blues), Street Fightin’ Man, Brown Sugar e appunto Satisfaction. Chiusura con Gimme Shelter e la già citata Jumping Jack Flash. 

In questi giorni ho letto molte critiche, quasi tutte puntavano al costo del biglietto e al fatto che i Rolling Stones sono vecchi, ormai non riescono più a suonare e in sostanza dovrebbero smetterla. Per quanto riguarda l’aspetto economico non posso che essere d’accordo, ma non ho la soluzione per risolvere il problema.
Riguardo il resto, riprendo alcuni concetti espressi qualche riga più su: lamentarsi degli errori, delle pause, addirittura dei finali troncati e di tutte le cose che in un concerto “normale” non ci sono significa non conoscere nulla né della storia dei Rolling Stones né, soprattutto, del loro modo di intendere la musica. Prima di criticare Keith Richards bisognerebbe guardare in che stato sono le sue mani e chiedersi come faccia ancora a prendere in mano una chitarra. In un articolo imbarazzante (non riporto il link perché è vergognoso ed evidentemente scritto da una persona che non conosce la band) in cui il “giornalista” critica l’espressione assente di Charlie Watts paragonandolo a una specie di mummia: e quando mai Charlie Watts ha avuto diverse espressioni? Ha sempre la stessa faccia dal 1962. La critica mossa a Ron Wood è il fatto di aver scampato il pericolo cancro pochi mesi fa, nessuna parola su quanto e come abbia suonato (molto molto bene). Su Jagger inventatevi quello che volete, ma è lui il mattatore che non sta fermo un secondo e canta, canta, canta…

Bisognerebbe spendere qualche parola sull’organizzazione a mente fredda (e dopo aver letto qualche commento sparso in Facebook). Appena arrivato mi è sembrato tutto perfetto: uscire dall’autostrada e trovare il parcheggio è stato semplice. Ma ci sono state alcune note dolenti: mettere qualche cartello in più per indicare i punti di accesso non costava tanto; va bene non far entrare bottiglie, tappi, borse eccetera, ma se poi il “prato” è una distesa di sassi? Mah…; c’erano quasi 60mila persone, ho letto diverse lamentele riguardo i pochi bagni (pochi e per me mal distribuiti) e qui si arriva alla nota più dolente: bagni, stand del merchandising, stand panini e birre (e quelli dove prendere i token necessari all’acquisto di cibo e bibite) erano tutti sulla strada lungo le mura, la stessa che avrei dovuto percorrere per tornare al parcheggio, ma lo spazio ristretto ha portato a una calca assurda alla fine del concerto, pessima situazione visti certi fatti di cronaca anche recenti; per uscire dal parcheggio c’è voluto un bel po’, non s’è visto un vigile che magari avrebbe potuto fare qualcosa per far defluire meglio il traffico. Dettagli, la città di Lucca è abituata ai concerti ma forse sarebbe stato il caso di cercare una location più adatta.

p.s. via lascio due link a due articoli di Giò Alajmo, grande giornalista e profondo conoscitore degli Stones, leggeteli bene che ne vale la pena http://www.spettakolo.it/2017/09/25/segreto-keith-richards-alla-faccia-ci-vuole-male/  http://www.spettakolo.it/2017/09/22/rolling-stones-la-rock-band-eccellenza-perche/

Chris Cornell

Posted in musica by Ares on maggio 18, 2017

Ho “abbandonato” il blog quasi un anno fa. Per noia, per poco interesse, per vari motivi.

Ho da poco appreso della morte di Chris Cornell, un pezzo della mia vita che se ne va. Ho bisogno di scrivere qualche riga.

Ero un ragazzino quando il riff di Spoonman mi sconvolse la vita, ho divorato Superunknown, Badmotorfinger, Down on the Upside. Ho ascoltato i suoi album da solista, anche le cose più improponibili come quella robaccia prodotta da Timbaland. Ho apprezzato gli Audioslave. Ho avuto i brividi ad ascoltarlo in chiave acustica sia in disco che in uno splendido concerto a Udine. Ho visto due volte i Soundgarden dal vivo.
Chris Cornell e la sua voce mi hanno accompagnato per anni, sapere che non c’è più fa male. Tanto male. Lascia un vuoto indefinibile. Sconforto. Perché sento che quanto accaduto è semplicemente troppo sbagliato e profondamente ingiusto. Le altre grandi voci di quegli anni che sono scomparse (Layne Staley e Scott Weiland su tutti) in qualche modo sono state accettate in modo più sereno, perché in fondo erano dei tossici sbandati.

Lui no. Era in tour coi Soundgarden. Stavano lavorando al nuovo album. Aveva appena pubblicato un singolo come solista. Non è giusto.
Se c’è un dio da qualche parte, allora è un figlio di puttana.

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The Rolling Stones – Totally Stripped

Posted in concerti, dischi, documentari, DVD, musica by Ares on giugno 11, 2016

Dopo più di 20 anni dalla sua pubblicazione, torna in una veste aggiornata e ampliata uno dei lavori migliori delle pietre rotolanti.

Totally Stripped
Nel 1995 gli Stones erano pienamente entrati nella fase ultima della loro carriera: pubblicare un nuovo album a cui far seguire il megatour con annesso disco/video live, una routine che in sostanza si ripete da 20 anni. Ma il 1995 era anche l’epoca d’oro di MTV e dei concerti Unplugged, potevano le pietre rotolanti più famose del rock non dare la loro personalissima versione? Infatti venne pubblicato il magnifico Stripped che raccoglieva alcune registrazioni in studio e tratte da concerti molto intimi registrati in luoghi molto amati dalla band. L’album era un gioiello, band in gran forma e tanti classici del repertorio Stones con l’aggiunta di qualche cover tra cui forse la migliore interpretazione di Like a Rolling Stone mai sentita.
Ebbene, 21 anni dopo è arrivato nei negozi Totally Stripped, gustoso cofanetto da 1 cd + 4 dvd/Bluray (c’è anche la versione vinile) che raccoglie una versione rivista del disco del ’95 con una diversa scaletta, un documentario registrato all’epoca durante le registrazioni, e soprattutto i concerti completi tenuti al Paradiso di Amsterdam, Olympia di Parigi e Brixton Academy di Londra.
Imperdibile, non solo per gli amanti dei Rolling Stones. E non costa nemmeno uno sproposito, fatevi un favore e sarete delle persone migliori e più felici.

Dream Theater – The Astonishing

Posted in dischi, mezze stroncature, musica by Ares on gennaio 27, 2016

È tradizione consolidata di questo blog che in occasione di un nuovo lavoro dei Dream Theater io lasci la parola a uno dei massimi esperti mondiali sull’argomento, il professor Crotaloalbino. Quindi, ecco a voi la recensione di The Astronishing, tredicesimo album della band di John Petrucci e soci. Buona lettura.

Per la serie: Fave di Fuca in formato audio…

theastonishing-dt
Raddoppia la tua libertà intestinale con i Dream Theater, hey! Se per caso dovessi trovarti ad affrontare un brutto caso di intestino pigro e se tale condizione ti tormentasse da più a lungo del previsto, be’, vecchio mio: puoi recarti presso il tuo rivenditore di ciddì di fiducia, tirare fuori un paio di dieci euri – o quello checcazz’è – e procurarti la tua copia del doppio disco in studio della più celebre prog-metal band del pianeta. Dopo non dovrai far altro che sfanculartene a casa, massaggiandoti il ventre mentre copiose gocce di sudore freddo ti imperlano la fronte, ficcare il primo dischetto nel lettore e lasciare che le cose accadano.
E non preoccuparti di nulla, razza di bastardo: se non ti si stura il culo col primo cd, c’è sempre quell’altro ad allietare i tuoi padiglioni auricolari e a oliare le pareti del tuo colon.
Qualora anche al termine del secondo ciddì non dovessi riuscire a liberarti di quel paio di chili di stronzi che opprimono le tue budella, be’, amico, non so proprio cosa aggiungere. È possibile che tu abbia gusti musicali di merda, oppure potresti essere messo davvero male… o entrambe le cose. Sì, insomma, ti toccherà chiamare la guardia medica, ti porteranno al pronto soccorso in ambulanza e lì ti ficcheranno un grossissimo tubo fottuto dove non batte il sole per aspirare fuori tutto il cioccolato. Ah, ora che ci penso, ci sarebbe anche un’altra soluzione per te, cara la mia testina di guano di condor: potresti provare a cospargerti le mani di super-colla a presa rapida, attaccarti a un tornio, farlo andare alla massima velocità e sperare che l’effetto centrifuga sortisca il risultato sperato.
Ciò detto, alla fine, la curiosità ha avuto la meglio su di me… come sempre. E anche se un po’ me ne vergogno, mi sono procurato una copia di “The Astonishing” dei Dream Theater.
Gran bella copertina, per carità. Diciamo che i problemi, come al solito, cominciano non appena si preme il tasto “play” e lo squacquerone sonoro comincia a invadere la stanza.
Qual è la differenza fondamentale tra questo disco e quelli che lo hanno preceduto? Fondamentalmente, qui si ha a che fare con composizioni più brevi – la canzone più lunga dura 7 minuti e 41 secondi. Il che, dal mio punto di vista, è un colossale passo avanti rispetto al passato recente, dato che si riesce a seguire le singole composizioni senza cadere in preda a violenti conati e ritrovarsi rannicchiati in posizione fetale nell’angolo della stanza più lontano dai diffusori acustici.
Inoltre, da quello che sento, potrei addirittura spingermi ad affermare che questo è il disco più pop che i Dream Theater hanno pubblicato dai tempi di “Falling into Infinity” (che, va detto, è l’ultimo lavoro che sono riuscito ad ascoltare da cima a fondo). A tratti si ha quasi l’impressione di avere a che fare con un musical, con sezione d’archi e tutto quanto.
Bon, dai, tirando le somme, quello che ho sentito all’interno di “The Astonishing”, sono i seguenti elementi buttati dentro a un frullatore: Les Miserables, Meat Loaf, Three Sides to Every Story degli Extreme, The Final Cut dei Pink Floyd, Song for America dei Kansas, EL&P all’inizio di “A Life Left Behind” e… il dolce confetto Falqui.
WILL IT BLEND?
At the end of the day, possono aver placcato tutto quanto con uno spesso strato di oro colato MA si tratta comunque di merda. Ciò detto, vado ad appoggiare i glutei sulla tazza del wc in compagnia della Settimana Enigmistica.
Ciao.

Grazie, professore.

Ugly Kid Joe – Uglier Than They Used Ta Be

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 10, 2015

A 19 anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio (e tralasciando l’EP Stairway to Hell del 2013) tornano gli Ugly Kid Joe, tra i massimi esponenti dell’hard rock più scanzonato e ignorante degli anni ’90 del Ventesimo secolo

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Cosa ci si deve aspettare? Ci si aspetta di tornare al 1994, ai tempi in cui chi vi scrive guardava MTV Europe e aspettava con ansia programmi tipo Headbanger’s Ball (per molti di voi questa è pura fantascienza, ma per i miei amici dinosauri del rock sono bei ricordi). E questo Uglier Than They Used Ta Be ci riporta sì indietro nel tempo ma ci fa ritrovare una band in forma e molto matura: quindi chitarroni pesanti, bei riff, la voce di Whitfield Crane e, come da tradizione, un paio di brani acustici (Mirror of the Man e Nothing Ever Changes) che riportano alla mente cose come Cats in the Cradle, Cloudy Skies o Mr Recordman. Insomma, l’album è divertente, ignorante al punto giusto e grintoso e ha un paio di chicche assolute come le cover di Ace of Spades (omaggio a Lemmy e con Phil Campbell – ex Motorhead – come ospite) e di Papa Was a Rolling Stone (che non è affatto male) che non ha alcun senso e per questo fa ancora più ridere.

La cosa che mi è sempre piaciuta degli Ugly Kid Joe è il non essersi mai presi troppo sul serio: ci possono essere dei momenti “riflessivi” nella loro discografia, ma senza la presunzione di voler a tutti i costi offrire la verità assoluta sull’andare delle cose e dell’universo. La verità è che gli Ugly Kid Joe facevano i Foo Fighters meglio dei Foo Fighters quando Dave Grohl era ancora il batterista dei Nirvana.

Queen – A Night at the Odeon

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on novembre 23, 2015

I Queen sono stati una delle band che più di altre ha subito il fenomeno bootleg.

E, tra gli innumerevoli bootleg dei Queen, quello del concerto tenutosi all’Hammersmith Odeon di Londra la sera del 24 dicembre 1975 è senza dubbio il più conosciuto e diffuso. Circola da decenni, in versioni più o meno complete e di qualità più o meno buona. Quasi 40 anni dopo è arrivata nei negozi quella che dovrebbe essere la versione definitiva.

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(breve nota sul packaging: copertina oscena, note interne ridotte all’osso, si sprecano alla Queen Productions…)

Oh, è almeno dal 2009 che si parla di una versione ufficiale di questo concerto…comunque sia, all’epoca era stato appena pubblicato A Night at the Opera e Bohemian Rhapsody stava trasformando i Queen da quartetto di belle speranze a pesi massimi del rock britannico.

In quella sera lontana i quattro non erano certo al top della forma fisica, ma nonostante questo la performance fu memorabile e una delle più amate dai fans. I neofiti o chi pensa che i Queen siano solo Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga e Freddie Mercury morto avranno una bella sorpresa. La scaletta si concentra quasi esclusivamente sulle canzoni dei primi tre album, l’unica eccezione è appunto Bohemian Rhapsody inglobata nel consueto medley iniziale. Suono ben ripulito e rispetto alla registrazione pirata le cose sono migliorate (da dove salta fuori il verso iniziale di The March of the Black Queen che per 40 anni non abbiamo ascoltato? Chi possiede il bootleg sa di cosa parlo).

Purtroppo nel filmato non sono inclusi i bis Seven Seas of Rhye e See What a Fool I’ve Been che invece sono disponibili nella versione cd, questo perché i fenomeni della BBC avevano già messo via tutto. Il filmato venne trasmesso in diretta per la serie Old Grey Whistle Test, programma che doveva durare 60 minuti o si finiva dritti nella Torre di Londra per poi fare la stessa fine di Anna Bolena. Tra i bonus della versione video è incluso il documentario Looking Back at the Odeon oltre tre canzoni prese dal concerto al Budokan di Tokyo del 1 maggio 1975.

In sostanza, una bella strenna pre-natalizia e un favore ai tanti fans ancora in giro per il mondo.

Ultima nota: vuoi vedere che adesso arriveranno i live degli anni settanta a cadenza annuale? Hyde Park ’76, Earls Court ’77, Houston ’77, qualcosa del ’78, Concert fo Kampuchea ’79…staremo a vedere.

Chris Cornell – Higher Truth

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 29, 2015

Quando ho letto che Chris Cornell avrebbe pubblicato un nuovo album da solista ho avuto un brivido.

Di puro terrore.

Perché mi è tornato in mente Scream.

Poi, per fortuna, ho ascoltato Higher Truth

higher truth

Grazie, Chris. Grazie per essere tornato a fare un disco normale, con gli strumenti veri, le chitarre acustiche eccetera e aver dimenticato quello straordinario fallimento (leggasi “cagata pazzesca”) messo in piedi con Timbaland.

Higher Truth riprende il percorso che Cornell aveva intrapreso nel suo ultimo tour e album (Songbook). Questa volta però non ci sono cover, sono tutte nuove canzoni in cui il nostro eroe fa sfoggio delle sue qualità di songwriter. Non viene tradita l’eredità che ha permeato anche il lavoro coi Soundgarden, state tranquilli, quindi spazio a chitarre acustiche, mandolini, qualche inserimento elettrico (senza mai esagerare).

In sostanza un album chitarra e voce, musica che di volta in volta viene arricchita da batteria elettronica o band al completo e una selezione di buone composizioni tra le quali spiccano l’iniziale Nearly Forgot My Broken Heart, Dead WishesOur Time in the Universe (di questa, nella versione deluxe del cd si trova anche un remix), Before We Disappear, Through The Window, Josephine e Murderer of Blue Skies. In effetti non ci sono canzoni che non funzionano, sono tutte molto ispirate.

Stile inconfondibile che abbiamo imparato a conoscere nel corso di quasi 30 anni di onoratissima carriera. Ottime canzoni e una voce miracolosamente sopravvissuta agli inevitabili eccessi della Seattle degli anni ’90 e oggi in splendida forma, in grado di essere soffice e in un attimo salire su vette inaccessibili. Higher Truth segna il gran ritorno del nostro amico che avremo la fortuna di rivedere in Europa nella primavera del 2016…in attesa di novità sul fronte Soundgarden.

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