Le Grandi Recensioni

The Rolling Stones – live in Lucca 23/09/2017

Posted in concerti, musica, richieste by Ares on settembre 26, 2017

Vecchi pirati…

 

Mick Jagger, Keith Richards, Charlie Watts e Ron Wood in quattro fanno quasi 300 anni d’età. E i loro concerti sono (ancora) una festa fatta di due ore abbondanti di rock’n’roll che coinvolge i loro coetanei, i figli dei loro coetanei e i figli dei figli dei loro coetanei. Diverse generazioni unite dalla comune passione per questi incredibili vecchietti in splendida forma e la loro musica.

Perché, alla fine, di questo si tratta. Questi vecchietti suonano, sempre, alla grande. Potranno sbagliare, potranno a volte essere imprecisi, potranno prendersi delle pause e letteralmente smetter di suonare per ampie parti di canzoni (vero, Keith e Ronnie?) ma tutto questo (less is more, l’importanza di cosa non si suona, eccetera) fa parte del loro modo di essere musicisti ed è una delle chiavi che li rendono, semplicemente, più bravi degli altri.

Chi può permettersi di aprire i concerti con un pezzo come Sympathy for the Devil? Gli stessi che si permettevano di aprire con (I Can’t Get No) Satisfaction (vedere Bridges to Babylon tour, fine anni ’90, uno dei vari tour che dovevano essere “l’ultimo”), e oggi lasciata in chiusura prima dei bis, e che oggi chiudono con Jumping Jack Flash (che per anni è stato il brano di apertura) e in mezzo riescono addirittura ad essere così simpaticamente ruffiani da inserire un classico del repertorio come As tears Go By per l’occasione lucchese cantata nella versione in italiano (“Con le mie lacrime”) datata 1965. Sono partiti piano, con It’s Only Rock’n’Roll e Tumbling Dice sapientemente utilizzate per scaldarsi, poi…

E poi c’è il blues: l’ultima fatica in studio, Blue and Lonesome, vede gli Stones alle prese con il primo amore e con la vera natura della loro musica, e sentirli dal vivo suonare due pezzi come Ride ‘em on Down e Just Your Fool fa capire quanto si trovino nel loro ambiente naturale quando c’è da suonare il blues. Non saranno dei virtuosi, non si lasceranno andare ad assoli di 10 minuti, ma la carica e il “tiro” che hanno sono realmente unici, qualcosa che sinceramente non sento in tanti, troppi, bluesmen contemporanei (e non solo) che vengono quasi divinizzati e descritti come salvatori del blues. Anche per questo trovo che gli Stones siano più bravi degli altri.
Il resto del concerto è semplicemente scivolato via tra altri grandi classici, la prova vocale di Keith Richards che ha proposto Happy e Slippin’ Away e un finale in crescendo fatto da Midnight Rambler (la perfetta unione del loro modo di intendere il rock e il blues), Street Fightin’ Man, Brown Sugar e appunto Satisfaction. Chiusura con Gimme Shelter e la già citata Jumping Jack Flash. 

In questi giorni ho letto molte critiche, quasi tutte puntavano al costo del biglietto e al fatto che i Rolling Stones sono vecchi, ormai non riescono più a suonare e in sostanza dovrebbero smetterla. Per quanto riguarda l’aspetto economico non posso che essere d’accordo, ma non ho la soluzione per risolvere il problema.
Riguardo il resto, riprendo alcuni concetti espressi qualche riga più su: lamentarsi degli errori, delle pause, addirittura dei finali troncati e di tutte le cose che in un concerto “normale” non ci sono significa non conoscere nulla né della storia dei Rolling Stones né, soprattutto, del loro modo di intendere la musica. Prima di criticare Keith Richards bisognerebbe guardare in che stato sono le sue mani e chiedersi come faccia ancora a prendere in mano una chitarra. In un articolo imbarazzante (non riporto il link perché è vergognoso ed evidentemente scritto da una persona che non conosce la band) in cui il “giornalista” critica l’espressione assente di Charlie Watts paragonandolo a una specie di mummia: e quando mai Charlie Watts ha avuto diverse espressioni? Ha sempre la stessa faccia dal 1962. La critica mossa a Ron Wood è il fatto di aver scampato il pericolo cancro pochi mesi fa, nessuna parola su quanto e come abbia suonato (molto molto bene). Su Jagger inventatevi quello che volete, ma è lui il mattatore che non sta fermo un secondo e canta, canta, canta…

Bisognerebbe spendere qualche parola sull’organizzazione a mente fredda (e dopo aver letto qualche commento sparso in Facebook). Appena arrivato mi è sembrato tutto perfetto: uscire dall’autostrada e trovare il parcheggio è stato semplice. Ma ci sono state alcune note dolenti: mettere qualche cartello in più per indicare i punti di accesso non costava tanto; va bene non far entrare bottiglie, tappi, borse eccetera, ma se poi il “prato” è una distesa di sassi? Mah…; c’erano quasi 60mila persone, ho letto diverse lamentele riguardo i pochi bagni (pochi e per me mal distribuiti) e qui si arriva alla nota più dolente: bagni, stand del merchandising, stand panini e birre (e quelli dove prendere i token necessari all’acquisto di cibo e bibite) erano tutti sulla strada lungo le mura, la stessa che avrei dovuto percorrere per tornare al parcheggio, ma lo spazio ristretto ha portato a una calca assurda alla fine del concerto, pessima situazione visti certi fatti di cronaca anche recenti; per uscire dal parcheggio c’è voluto un bel po’, non s’è visto un vigile che magari avrebbe potuto fare qualcosa per far defluire meglio il traffico. Dettagli, la città di Lucca è abituata ai concerti ma forse sarebbe stato il caso di cercare una location più adatta.

p.s. via lascio due link a due articoli di Giò Alajmo, grande giornalista e profondo conoscitore degli Stones, leggeteli bene che ne vale la pena http://www.spettakolo.it/2017/09/25/segreto-keith-richards-alla-faccia-ci-vuole-male/  http://www.spettakolo.it/2017/09/22/rolling-stones-la-rock-band-eccellenza-perche/

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Dream Theater – Dream Theater

Posted in dischi, mezze stroncature, musica, richieste, stroncature by Ares on settembre 24, 2013

È uscito il nuovo album dei Dream Theater, intitolato “Dream Theater”.

Dream-Theater-1

Dato che non posso certo ritenermi un profondo conoscitore delle gesta di Petrucci e soci ho chiesto aiuto (ancora una volta) all’Ill.mo prof. Crotaloalbino, massimo esperto mondiale dei Dream Theater e già autore di due recensioni che hanno avuto un successo straordinario (le trovate qui e qui).

Buona lettura.

Erano settimane che attendevo con grande trepidazione che arrivasse il 24 settembre per correre al locale negozio di dischi e comprarmi il ciddì più atteso dell’anno: l’ultima fatica-sgommosa omonima dei DREAM THEATER! Non ne potevo davvero più così stamattina ho telefonato a scuola, mi ha risposto la segretaria acida a cui vorrei spaccare la faccia con un maglio e le ho detto: “Senti qua: oggi non vengo a lavorare, di’ agli sbarbi che ripassino quello che gli ho dato da ripassare e che ci vediamo domani. Anzi, no: digli proprio che mi prendo tutta la settimana di ferie. Mandatemi pure la visita fiscale a casa tanto non me ne frega una merda. Come perché? Sono cazzi miei. Anche se mi licenziate, ho comunque un fracco di soldi in banca e posso vivere di rendita e allevare irish setter e levrieri afghani da regalare ai bambini ciechi. Chiudi il becco che non ho finito, troia! No, non me ne frega un cazzo del preside che deve parlarmi, io c’ho da fare e non voglio rotte di coglioni. Ci vediamo lunedì prossimo, sempre che mi scenda il culo di venire, altrimenti cercate un altro che spari cagate al posto mio. Ciao. No, non chiamatemi tanto non rispondo e adesso scusa ma c’ho la Limo che mi aspetta giù da basso. Buona giornata e vaffanculo.”

Ho chiuso la comunicazione, sono sceso di corsa, sono montato sul mio Ciao Piaggio elaborato e sono partito pedalando a tutta forza per guadagnare in ripresa. Sul marciapiede c’era una vecchia che camminava nel senso opposto al mio. Mi ha guardato in un modo che non mi è piaciuto nemmeno un po’ così, appena l’ho incrociata, le ho tirato un cartone in bocca e l’ho fatta rotolare sull’asfalto. “UNA PENSIONE IN MENO, STRONZA BEFANA DEL CAZZO! HO CONTRIBUITO ALLA RIDUZIONE DEL DEFICIT!”, ho urlato mentre mi allontanavo a 36 chilometri all’ora (sempre pedalando per guadagnare in ripresa) con la vecchia che continuava a rotolare sulla linea di mezzeria.

Ho fatto irruzione nel negozio di dischi, letteralmente entrandoci col Ciao e schiantandomi su un paio di scaffali.

“Cosa cazzo sta succedendo?”, la tizia cicciona dietro la cassa aveva la mano davanti alle labbra e un’espressione a metà strada tra la furia e lo stupore.

“Niente,” le faccio io,“sto solo facendo le prove per il gran premio di motocross urbano che organizzano per la sagra del cabernet di Ciconicco in provincia di Udine. Che razza di domande idiote, stupida cogliona.”

“Ah, allora è tutto ok.”, fa lei, “Ti serviva qualcosa?”

“Certamente!”, sputazzando per terra, “Muovi quel culaccio flaccido e dammi l’ultimo disco dei Dream Theater che è uscito oggi.”

“La farmacia,” la tipa alza l’indice e mi indica la strada, “è a cinquanta metri da qui. Se non vai di corpo da una settimana, lì ti vendono ogni genere di purgante disponibile sul mercato.”

“Potresti essere più stupida di quanto ti trovi a essere?”, calcio volante in piena figa, “Credi forse che non abbia già provato a sbloccarmi l’intestino con una serie di clisteri da elefante? Non c’è stato un cazzo da fare, i rimedi chimici mi sono stati utili come la vulva di Rosy Bindi. A questo punto non mi rimane che la soluzione sonora e affidarmi alla speranza che vada tutto per il verso giusto, incrociando le dita. Questa è l’ultima spiaggia, povera cagna bevicazzi.”

“Potevi dirlo subito,” si è alzata faticosamente, grattandosi tra le gambe, “che questo era l’ultimo domicilio conosciuto per il tuo culo intasato. Non avrei fatto tante storie. Che edizione vuoi? Doppio vinile con bluray, poster e miniatura della batteria di Mike Mangini con settantanove tom, cinque grancasse e ottantasei differenti tipi di cimbali?”

“Dammi lo stronzo cd normale, preferisco sputtanarmi la grana in troie e birra.”

“Ok, sono quattordici euri; con lo sconto quindici.”

“Razza di ladri, luridi delinquenti schifosi… cosa mi tocca fare per cagare.”, ho afferrato il cd, me lo sono infilato nelle mutande, ho raccolto il mio Ciao Piaggio elaborato (originale 45 km all’ora, elaborato 52) dal mucchio di detriti sul pavimento e me ne sono sfanculato a casa con la mia costipazione.

“HEY, CHI RIMETTE A POSTO QUESTO CASINO?”, la cicciona dietro il bancone.

“CAZZI TUOI, SFILATINA! IO DEVO ANDARE DI CORPO!”, le urlato dietro, prendendo velocità.

Sono arrivato a casa, ho dato una scorsa ai titoli sulla copertina, “False Awakening Suite” come traccia numero uno.

Assolutamente perfetto, ho pensato, la parola “suite” evoca escrementi da sempre. Ho tirato un cartone al jewel-case, accompagnandolo con un bestemmione orrendo, e ho estratto il dischetto. L’ho ficcato nel lettore, “È meglio che funzioni, figlio di troia.”, ho biascicato, “Mi sei costato quindici euro, l’equivalente di tre birre di mezzo.”

Ho premuto “play”, quindi mi sono messo sui blocchi di partenza, in direzione del cesso, pronto.

I diffusori hanno emanato una roba fetentissima, una specie di colonna sonora di Terminator Due misto a Trono di Spade con violini, voci sintetizzate AHHHH OHHH, uno squacquerone immondo.

Immediatamente ho sentito qualcosa muoversi nella parte finale del colon.

“Ci siamo!”, ho sibilato a denti stretti mentre una goccia di sudore mi colava dalle tempie fino alla guancia e giù sul mento.

PARAPPA PARAPPA PARAPPA PAPPA PARAPPA!

“Merda chiama merda… forza…”

Proprio in quel momento, qualcuno ha suonato il campanello. Giusto all’inizio di “The Enemy Inside”. Ho bestemmiato come un barbaro. Mi sono alzato in piedi con uno stronzo della stessa consistenza di un dolmen in fuorigioco e, in modo piuttosto maldestro, sono arrivato in qualche modo alla porta.

“Chiccazz’è?”, ho stretto le chiappe manualmente.

“La tua vicina canadese del Saskatchewan.”, continuava a battere con insistenza il pugno sulla porta, “Abbassa quella merda!”

“Non posso, adesso.”, ho vociato, “Vattene a fare in culo, stronza!”

PIRIRPIPPIPIRIRPPI-SDRAAA-RA-RAAAA-PIRIRPIRIRPIPPI! Cinque cambi di tempo in trenta secondi, archi sintetizzati, “OVER AND OVER AGAIN, I RELIVE THE MOMENT…”

Un Tremendo spasmo intestinale mi ha fatto piegare in due.

“Chiamo i carabinieri se non abbassi quella ferraglia!”

Ero ormai riverso a terra che cercavo di strisciare verso il bagno, in preda ai crampi. “CHIAMA IL CAZZO CHE TI PARE, I POMPIERI, L’ESORCISTA, VECCHIA DI MERDA, IO DEVO CAGARISSIMO!”, a carponi mi sono trascinato fino alla tazza mentre, nella stanza accanto, si stava scatenando un tifone di squacquera. Sono riuscito ad accomodarmi appena in tempo: il mio culo è esploso: una Fukushima di stronzi, uno tsunami di feci, un terremoto di gas, un geyser di merda.

PIRIPIPPIPPI!

Un’altra scarica di liquame. Ero ormai allo stremo, ma mi consolavo pensando che, in breve tempo, sarei stato un uomo nuovo: finalmente libero dallo stonehenge di cioccolato che mi gravava nell’intestino.

Un quarto d’ora di idrospurghi dopo, seduto sul trono e aggrappato al termosifone, mi sono messo alla ricerca della forza per riuscire ad alzarmi in piedi, madido di sudore e pago.

“OK, È TUTTO! TI BECCHI UNA QUERELA PER DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA!”, la mia vicina non voleva darsi per vinta, non c’era verso. Del resto, come potevo biasimarla? Superi le settanta primavere, ti stai godendo la pensione dopo una vita di lavoro, non rompi i coglioni a nessuno dato che ti accontenti di lavorare a uncinetto e il tuo vicino di casa ti manda a puttane il centro tavola sparandoti a volumi inauditi un concentrato di emesi sonora?

“Tranquillona, vecchia!”, le ho urlato mentre mi passavo la carta in mezzo alle chiappe (mai della consistenza giusta: o è troppo dura, o slitta. Così imparo a comprare i rotoli all’hard discount per risparmiare), “Mi sono mondato, adesso spengo ‘sta merda, giustizia è fatta. La pace è come me!”

“TI CONVIENE FARLO E ANCHE ALLA SVELTA, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA!”

Ho sorriso e sono andato, claudicante, quasi rotolando, nell’altra stanza.

PIRIPIPPIPPPIPPPIPPIPPPIPIPIPPI!

Il display del CD segnava “The Looking Glass”, ho fermato la catasta di merda, ho estratto il dischetto e, proprio mentre stavo per lanciarlo fuori dalla finestra, ci ho ripensato. Sono tornato in cesso, ho aperto l’armadietto del pronto-soccorso e l’ho ficcato dove, di solito, tengo la mia scorta personale di Guttalax.

“La costipazione è qualcosa di imprevedibile come i terremoti.”, ho esclamato richiudendo lo sportello.

Grazie, professore.

Alice In Chains – Dirt

Posted in dischi, musica, richieste by Ares on dicembre 18, 2011

Oggi lascio la parola a Bixx, questo il suo pensiero.

Ho comprato “Dirt” in cassetta, perché non avevo ancora lo stereo con il lettore CD. Era una cassetta con un piccolo difetto, un graffio sulla scatoletta di plastica, e per questo era scontata. Era il 1995, io avevo quattordici anni e solitamente passavo i sabati pomeriggio a Treviso, girando per le strade del centro con un’amica e facendo una puntata obbligatoria al negozio di dischi vicino alla stazione.

Gli Alice in Chains li conoscevo perché No Excuses (da Jar of Flies) passava spesso in radio in quegli anni, e un’amica mi aveva fatto una cassettina con varie canzoni rock tra le quali, appunto, No Excuses. Guardavo MTV da un po’ di anni – uno dei primi ricordi che ho è proprio la frequenza con cui passavano il video di Smells Like Teen Spirit – e registravo diversi video e programmi come Headbangers Ball (che lo facevano di notte, ma io avevo imparato in cinque secondi a programmare il videoregistratore). Così avevo conosciuto il cosiddetto grunge. Ne parlavano anche alcuni articoli nei giornali italiani, di questi giovani con i berretti di lana, le camicie di flanella, provenienti da Seattle, che si vestivano male ed erano i precursori della odierna piaga sociale del manifestante socialmente impegnato.

E ascoltavano la musica grunge.

Io ero una giovane secchiona di campagna in prima superiore. L’atmosfera stantia del liceo iniziava a starmi stretta, e avevo capito ben presto che mai avrei potuto accodarmi allo stuolo di ragazze trendy, quelle a cui la pubertá aveva donato esteticamente. Con me la pubertà non era stata gentile per nulla, ed ero massiccia e avevo gli occhiali da vista che dovevo portare sempre. Il grunge mi sembrava un’ottima scelta di vita, dato che a quattordici anni era imperativo scegliere un’identità, e farlo in fretta. Nel mio caso, poi, si trattava di sfuggire all’imminente etichettatura di sfigata secchiona. Secchiona sarei rimasta perché mi faceva comodo e i voti alti garantivano sprazzi di libertà che i miei genitori, non esattamente liberali, mi avrebbero altrimenti negato.

E dunque era possibile barattare un 9 in latino con un pomeriggio a Treviso e una mancia da spendere in musica.

Tornata a casa poco prima di cena, ero corsa in camera mia e avevo messo la cassetta nel registratore, non prima di aver estratto il libretto coi testi. Capite, ero secchiona e adoravo l’inglese, ero curiosissima di capire tutte quelle espressioni che usavano su MTV, mi sembrava la cosa più importante del mondo (ancora ricordo il giorno, anni prima, in cui avevo scoperto in un dizionario di inglese aggiornato – che io usavo quello appartenuto a mio padre – che “gonna” era una contrazione di “going to”. Mi sembrava di aver scoperto l’America).

Mi sono seduta sul tappet rosso vinaccia con gli orsi polari disegnati e ho schiacciato play e

AAAH! AAAH! AAAAH!

L’inizio di Them Bones.

L’inizio di Them Bones è il motivo per cui ricordo tutti questi dettagli di un sabato di sedici anni fa. Proust aveva i biscottini, io ho Them Bones. L’inizio di Them Bones mi ha spaccato il culo. Avevo già ascoltato hard rock e heavy metal, ma questo era diverso. Questo era cattiveria e malattia; era una cosa che non conoscevo. Droga, dolore, dipendenza? Rabbia?

Gonna end up a big ole pile a them bones, leggevo e già tentavo di decrittare quel “them” accanto a “bones”.

Dopo un paio di canzoni mia mamma mi ha chiamata, che era pronta la cena. Quella sera mi ricordo che avevo quasi paura di ascoltare tutto l’album, perché ogni canzone era peggio della precedente, come gironi infernali (non che avessi letto Dante, al tempo), un’oscurità senza uscita, le voci di Staley e Cantrell a creare cori dissonanti e profondamente malati. Mi ricordo benissimo che alla fine non stavo tanto bene; ero scossa, quell’ora e qualcosa di Dirt mi aveva fatto quasi male.

Ad oggi, considero l’esplosione di suoni in Rooster come una delle migliori del rock. Il giro di basso di Would? rimane insuperato. Ma ho difficoltà ad isolare brani singoli in Dirt. Per me rimane una specie di concept album che parla di oppressione e disgusto. Un disco che va ascoltato tutto intero dove il filo conduttore è una strana atmosfera ipnotica, che ti fa male ma da cui non riesci a uscire.

È difficile descrivere l’impatto esistenziale di un disco senza sembrare sentimentali o patetici. Ma sono lucida e sincera quando dico che quel sabato sera, accucciata sul tappeto, mi si è aperto un mondo. A volte penso che avrei quasi preferito essere più vecchia, aver conosciuto il grunge a vent’anni, con maggiore consapevolezza e distanza critica. A volte penso che Dirt mi abbia parzialmente rovinato la vita, mostrandomi la faccia del disgusto e della depressione in un momento in cui ero facilmente impressionabile. Forse sarei stata più estroversa e ottimista, se i miei anni adolescenti li avessi passati con gli AC/DC.

Ma alla fine va bene così.

Da padrone-despota del blog aggiungo il mio ricordo.

Ho conosciuto gli Alice In Chains alla fine del 1992, facevo la terza media. MTV era appena arrivata, i Nirvana e i Pearl Jam si potevano ascoltare ogni 5 minuti, si parlava del grunge e di Seattle, una città che conoscevo solo perché casa dei Seattle Supersonics (squadra NBA ormai estinta nda). Avevo iniziato a suonare la chitarra da pochi mesi e un giorno, mentre guardavo Videomusic, vidi la pubblicità di una band a me sconosciuta…Alice In Chains…Dirt…boh?

La pubblicità prendeva spezzoni da un paio di videoclip, Them Bones e Would?, e quei ritornelli mi sono entrati in testa all’istante, e poco dopo, una volta finito lo stacco pubblicitario ecco che vidi per la prima volta il video di Them Bones.

Folgorazione, come San Paolo sulla via di Damasco. Un mondo che si apre.

Riuscii ad ascoltare Dirt grazie a una cassetta registrata da un compagno di scuola, ma dovetti aspettare il mio compleanno perché potessi avere la mia copia dell’album. E ascoltarlo per intero fu una mazzata. E lo e’ ancora adesso. 

Dirt è la faccia malata e sporca del grunge, una summa della negatività, l’essenza stessa della ‘denial’ di cui cantava Kurt Cobain. E mi piaceva, e mi piace ancora adesso, e mai potrei fare a meno di quel disco e quella band. Ascoltare Dirt ha cambiato la mia percezione della musica, il riff di Dam That River e Angry Chair mi hanno letteralmente sconvolto. E anche in questo momento, mentre riascolto per l’ennesima volta questo capolavoro, ringrazio il destino per avermi reso abbastanza cosciente e recettivo per poterlo capire e apprezzare. 

The War on Drugs – Slave Ambient

Posted in musica, richieste by Ares on novembre 21, 2011

richiesto da Eleonora

E grazie Eleonora…perché non conoscevo questi The War on Drugs e questo loro terzo album Slave Ambient.

Quando certa tradizione folk-rock americana viene immersa in un mare di psichedelia ed elettronica, con chitarre che ricordano anche certi momenti di Bruce Springsteen o addirittura Dylan, mentre i passaggi strumentali (come City Reprise  e Original Slave) che legano tra di loro le 12 canzoni dell’album servono a rendere il tutto solo più omogeneo di quanto non sia già.

Perché questo Slave Ambient ha un suo dannato senso, un album che mi fa immediatamente pensare alla notte fonda (o mattina presto, a seconda dei punti di vista) e a qualche serata esagerata e a quell’inevitabile momento in cui uno rientra a casa, crolla sul divano e chiede solo calma per recuperare le forze. Con il dovuto rispetto, è lo stesso effetto che mi fa Sunday Morning dei Velvet Underground, band che a mio parere ha dato tanto ai War On Drugs (e non solo nda). American rock e new-wave, tradizione e innovazione, con intelligenza e senza esagerare.

I Was There, Your Love Is Calling My Name, It’s Your Destiny sono gli episodi migliori dell’album; Baby Missiles odora di Bruce Springsteena miglia di distanza; la conclusiva Blackwater è un tentativo di essere Bob Dylan senza per questo risultare fuori luogo, ridicolo o eccessivo, anzi è ottima.

Chi ama l’indie e le contaminazioni rock ed elettronica non potrà non apprezzare quest’album, gli altri potrebbero invece scoprire nuovi gusti e, perché no, innamorarsene.

Kasabian – Velociraptor!

Posted in dischi, musica, richieste by Ares on settembre 26, 2011

Direttamente dall’Irlanda ecco il pensiero di Evaristo aka V for Vainmona aka Eversen a proposito dell’ultimo lavoro dei Kasabian.

Buona lettura.

Tranquilli, Ares non ascolta questa roba. (edit di Ares: non è vero un cazzo, magari non sono i miei prefertiti ma io i Kasabian li ascolto!) – (secondo edit di Ares dell’Agosto 2014: i Kasabian mi hanno frantumato le palle e li ho eliminati in maniera definitiva dalle cose che ascolto)

I Kasabian, band di Leicester il cui musico e autore delle canzoni e’ un ragazzo di origine italiana dalla voce stridula noto all’anagrafe come Sergio Pizzorno, mentre il frontman e’ un figaccio (cosi’ dicono molte ragazze) rispondente al nome di Tom Meighan (a me sembra un pompinaro, ma vabbe’), tornano in scena con il quarto album.
In Italia in molti diranno “e chi cazzo sono?”, beh, sappiate che qui fanno (e parlo solo dell’Irlanda) un centinaio di passaggi televisivi al giorno, tra sigle di trasmissioni televisive ed eventi sportivi, lo facevano anche in Italia, ma in Italia non si dice mai il colpevole.

Dicevo il quarto album, azzeccato fin dal titolo: “Velociraptor!” (il punto esclamativo non e’ dettato dal mio entusiasmo, e’ proprio il titolo, un po’ come Therapy? per capirci). Ho acquistato il CD DeLuxe perche’ c’era anche un dvd live appresso, girato al concerto alla O2 arena di Dublino, concerto al quale ero presente, mi son sentito parte in causa.

Ho messo il cd in macchina e a parte i singoli di cui parlero’ a breve sono rimasto pressoche’ deluso, ho pensato ad una produzione davvero povera e ad idee poco chiare. Era colpa del multilettore: mi ero sbagliato e avevo messo su l’ultimo cd dei Dream Theater. (questa ve la meritate tutta, stronzi…e si’ ho il multilettore nel bagagliaio perche’ giro con un Alfa da tamarro, e allora?)

Che cos’e’ “Velociraptor!”? E’ in sostanza il disco di una band giovane ma matura dall’alto dei suoi 4 album, una band che fonda le proprie basi su sonorita’ acidissime (ascoltare il primo album per capire) miste ad un pop cosi’ orecchiabile da far invidia ai migliori Oasis. Cosi’ Velociraptor! Si snoda tra momenti mostruosamente pop come la track iniziale e ballatone ipnotiche, senza mai dimenticare le origini, quindi in sottofondo partono loop allucinanti che sono un po’ il marchio di fabbrica di Pizzorno, loop che mandano in crisi i migliori Muse, per capire il genere.

E’ un disco onesto secondo me, acido ma onesto, rimprovero ai ragazzi un po’ di mancanza di originalita’, o meglio un eccesso di citazioni, a volte banali, a volte meno, ma troppe, anche se va detto che anche quando sono banali non sono scontate, per capirci cito il commento di una mia esimia collega: “che strano, ogni canzone mi suona come qualcosa di già sentito, però così riarrangiato e modernizzato da essere davvero irresistibile”

Insomma se cercate l’originalita’ non comprate Velociraptor!, se cercate invece del buon pop fatto con la zucca e non con il culo allora fa per voi, solo una raccomandazione: non dico di usare le cuffie da 300 euri di Ares, ma non fatelo con le casse del pc che altrimenti non ci capite un cazzo (come me in macchina all’inizio, i polacchi che l’avevano prima di me ascoltavano merda liquida: tanto volume ma niente definizione…tipo che I hear voices, traccia numero 7, sembrava registrata da Olmo con Cubase o qualche minchiata midi anni 90, e non e’ cosi’).

Nell’insieme penso di poter dire che si tratta della migliore pop band dal 2000 in poi, niente a che vedere con il rock impegnato, niente a che vedere con cose piu’ “alte” di cui parla normalmente Ares, ma una figata da godere tutta d’un fiato, non cede di una virgola in nessun brano, omaggiando dai Beatles (“I see Lucy in the sky, telling me I’m high”) ai Led Zeppelin, ma anche U2 e, questa e’ una perla, i Bloohoud Gang di Bad touch, per non parlare di Man of simple pleasures che pare la Camisa Negra scritta dagli Oasis con Tarantino e fatta dai Gorillaz.

Giunti qui siamo alla traccia 9, la decima e’ Switchblade Smiles, singolo che in Irlanda e Regno Unito frantumera’ i timpani e le gonadi di chiunque, l’unico brano che e’ nel vecchio stile Kasabian, quello che infatti mi piace di piu’: acidi, loop di pianella da LSD, roba strasentita per certi versi, roba buona in ogni caso, specie per loro che l’hanno ingerita. Roba che difficilmente puo’ non piacere, secondo me, al massimo lasciare indifferenti, ma far cagare ragni pelosi no di certo.
Il disco chiude con “chiedi chi erano i Beatles” ma cantata con l’accento di Leicester invece che di Bologna. Bella da matti, un po’ Stadio, un po’ Jean Michelle Jarre. (dopo questa ultima affermazione NESSUNO al mondo ascoltera’ questo disco, ma e’ una cosa che spero, cosi’ ai concerti ci vado solo io). Neon Noon e’ bellissima, se non vi piace accoppatevi, non e’ colpa mia se vi fate intimorire da una pianola Bontempi.

Breve chiosa per il dvd live: bellissimo, ma se volete capire come suonano questi dal vivo andate su VEVO e guardate, ma soprattutto ascoltate, il live nell’aereo. 
Un sample: http://www.youtube.com/watch?v=TP6YN_W-KIU&feature=related 
(we’re on a fucking plane)

Voto: ottantordici tendente al bazinga. La cosa piu’ entertaining dell’anno in attesa di Lulu (rido sin da ora in attesa della recensione).

Vi amo

Evaristo

Prince – N.E.W.S.

Posted in dischi, mezze stroncature, musica, richieste by Ares on novembre 19, 2010

richiesto da Martino

Francamente, mi riesce molto difficile scrivere qualcosa a proposito di quest’album…

Si tratta di un album strumentale: 4 jam da 14 minuti ciascuna chiamate North East West e South…N.E.W.S. appunto…

Se uno non conoscesse Prince direbbe “va beh, che è ‘sta roba? Cosa rappresenta? Cosa vuol dirmi?

Invece io che di Prince so qualcosa e soprattutto so che razza di personaggio sia dico “va beh…evidentemente non gli passava un cazzo, è andato in studio un giorno con qualche amico e si è messo a suonare e morta lì”.

Che è esattamente quello che si sente in questo disco. Non è brutto eh…ci sono alcuni momenti molto interessanti, ma non aggiunge nulla a quanto detto su Prince e non aggiunge nulla a una carriera straordinaria fatta di album straordinari.

Insomma, per chi volesse conoscere il Genio di Minneapolis questo è l’ultimo disco da ascoltare.

p.s. Martino, mi spieghi che cosa ci hai trovato di tanto incredibile?

Muse – Black Holes and Revelations

Posted in dischi, musica, richieste by Ares on novembre 17, 2010

richiesto da Adriano aka Evaristo aka V for Vainmona aka IoSonoTuoPadre (continua…)

Piacciano o non piacciano, i Muse sono una delle più importanti realtà musicali del decennio.

Piacciano o non piacciano, i Muse sanno fare benissimo il loro mestiere.

E quest’album di buchi neri e rivelazioni è l’evoluzione del brit-pop alla ricerca di qualcosa di grande e nuovo dopo la fine dei Blur e oltre le lagne dei Coldplay (sì, ho volutamente lasciato da parte i Radiohead nda)….

Black Holes and Revelations è un disco moderno, modernissimo, infarcito di rock ed elettronica, passaggi che ricordano i Queen (Soldier’s Poem) e una serie di canzoni che trattano temi politicamente corretti ed impegnati, fantascienza e qualche boiata frutto delle teorie cospirazioniste…Ora, non amo commentare i testi e non lo farò perché credo sia giusto che ognuno si faccia una sua opinione riguardo le parole cantate da qualsiasi artista/band.

Per quanto riguarda la musica…beh, di certo non è un album che può lasciare indifferenti: dall’iniziale e orchestrale Take a Bow passando per Starlight e Supermassive Black Hole (forse uno dei migliori singoli del decennio) i Muse mettono subito in chiaro una cosa: sanno suonare, hanno tante idee e soprattutto sanno metterle in pratica. Non lo trovo un album facile, richiede diversi ascolti, anche per cogliere al meglio alcuni interessanti aspetti e canzoni notevoli come la conclusiva Knights Of Cydonia che ha un tiro un po’ progressive che non dispiace affatto.

Ottimo lavoro, ci piace.

Frank Zappa – You Are What You Is

Posted in dischi, musica, richieste by Ares on ottobre 16, 2010

richiesto da Giorgio

Sempre difficile pensare a Frank Zappa, colpa della sua enorme produzione e della varietà da cui è composta.

Una cosa che spesso, stranamente, viene dimenticata del genio Frank Zappa è la profonda ironia, la vis comica che contraddistingue una buona fetta della sua arte.

You Are What You Is è davvero uno dei massimi esempi di come Zappa sapeva giocare con qualsiasi aspetto della musica e di come sapesse raccontare delle storie assurde, surreali facendo ridere come pochi…solo una canzone intitolata Goblin Girl dovrebbe farvi capire che cosa possa essere un album folle di Frank Zappa. Album satirico che prende di mira un po’ di tutto, dai punk alla disco, dai militari al suicidio passando per religione e il fitness fino alla groupie che merita un pugno in faccia (Jumbo Go Away)…hahahhahahahaaa!!!

Non so se si può definire un autentico concept-album, ci sono anche canzoni unite tra loro, ma musicalmente slegate sempre in bilico tra jazz, rock, cabaret e tanto altro…difficile da inquadrare in un genere e basta.

In quest’album (originariamente doppio, poi ristampato come cd singolo nda) troverete tutto, ma proprio tutto! Manca nulla, c’e’ anche un giovanissimo Steve Vai che volete ancora?

Se vi piacciono Elio e le Storie Tese non potete fare a meno di Zappa, consigliato.

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Ivano Fossati – La Mia Banda Suona Il Rock

Posted in dischi, musica, richieste by Ares on settembre 21, 2010

richiesto da Bixx

Forse questo è il caso dell’album e della canzone più rinnegati di sempre…e il motivo, per me, resterà sempre incomprensibile.

Fine anni 70, Ivano Fossati è un reduce del progressive italiano avendo militato nei Delirium e ha già all’attivo diversi dischi da solista più collaborazioni varie come autore, avendo scritto qualche canzone che ha risollevato le sorti di carriere avviate al declino (esempio: Pensiero Stupendo scritta per Patty Pravo, e soprattutto molti brani per le sorelle Berté nda).

Ma il nostro autore/cantore genovese fa su baracca e burattini e vola a Miami a registrare un disco con la band che all’epoca accompagnava Eric Clapton, e ne venne fuori un disco di ottima fattura, magari non un capolavoro, sicuramente molto diverso dal Fossati più cantautorale ed intimista che siamo più abituati ad ascoltare.

Title-track a parte, talmente conosciuta che non serve parlarne, il resto dell’album ci offre un chiaro esempio di melting pot musicale con brani rock, ballate, reggae. E di buone canzoni ce ne sono: Di Tanto Amore e Vola appaiono anche in Danza di Mia Martini, mentre Dedicato figura tra le canzoni di Bandaberté di, appunto, Loredana Berté. Da segnalare anche il reggae di Limonata e Zanzare e Passa Il Corvo.

Album rock, senza dubbio. Ma la sua canzone simbolo che cosa avrà mai fatto per essere poi rinnegata dal suo autore? Probabilmente Fossati si sara’ stancato della stessa, stancato del fatto che lui, cantautore, viene ricordato maggiormente per una canzone che non ha mai sentito sua, forse…la cosa francamente non ha importanza: che gli piaccia o no, Fossati sappia che La Mia Banda Suona Il Rock è una bella canzone e un bell’album. A noi ci basta.

Travis – The Invisible Band

Posted in dischi, mezze stroncature, musica, richieste by Ares on luglio 27, 2010

richiesto da Evaristo…per Elena, immagino…

Per un breve periodo i Travis sono stati il futuro del rock britannico, coloro i quali sembravano destinati a succedere a band come Blur e Oasis tanto per fare qualche banale esempio.

Merito sicuramente di qualche buona melodia, di un gruppo di monelli con la faccia da schiaffi e di The Invisible Band.

Riascolto quest’album dopo quasi 10 anni e rimango sorpreso.

Sorpreso perché non ricordavo quanto bene fosse riuscito: avevo il vago sentore che all’epoca mi fosse piaciuto, ma non avevo più alcuna memoria delle canzoni  a parte la famosissima Sing.

Invece brani come Side e Pipe Dreams hanno ancora un loro perché, e il resto dell’album non e’ da meno. In sostanza, affidare l’apertura di The Invisible Band a Sing è stata una buona mossa, tutto il disco ruota attorno a canzoni semplici ed orecchiabili e i Travis non fanno nulla per complicare una formula che, avevano capito bene, poteva portare tanta roba alla band.

Il rovescio della medaglia è che il tutto alla lunga può risultare noioso, lento. Per quanto le canzoni siano belle, orecchiabili e tutto, si tratta sempre della solita menata. A parte quelle citate non ho (ri)trovato nulla che mi abbia illuminato…per dire, Afterglow non l’avrebbero registrata nemmeno i Coldplay…

Quindi?

Un buon disco, ottimamente confezionato e perfetto per l’epoca, ma un po’ noioso e facilmente dimenticabile…se non l’ho ascoltato per anni un motivo doveva esserci, no? E se i Travis sono svaniti nel nulla (in realtà l’ultimo lavoro in studio è vecchio di 2 anni ma non l’ha cagato nessuno nda) un motivo deve esserci, no?

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