Le Grandi Recensioni

Dream Theater – The Astonishing

Posted in dischi, mezze stroncature, musica by Ares on gennaio 27, 2016

È tradizione consolidata di questo blog che in occasione di un nuovo lavoro dei Dream Theater io lasci la parola a uno dei massimi esperti mondiali sull’argomento, il professor Crotaloalbino. Quindi, ecco a voi la recensione di The Astronishing, tredicesimo album della band di John Petrucci e soci. Buona lettura.

Per la serie: Fave di Fuca in formato audio…

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Raddoppia la tua libertà intestinale con i Dream Theater, hey! Se per caso dovessi trovarti ad affrontare un brutto caso di intestino pigro e se tale condizione ti tormentasse da più a lungo del previsto, be’, vecchio mio: puoi recarti presso il tuo rivenditore di ciddì di fiducia, tirare fuori un paio di dieci euri – o quello checcazz’è – e procurarti la tua copia del doppio disco in studio della più celebre prog-metal band del pianeta. Dopo non dovrai far altro che sfanculartene a casa, massaggiandoti il ventre mentre copiose gocce di sudore freddo ti imperlano la fronte, ficcare il primo dischetto nel lettore e lasciare che le cose accadano.
E non preoccuparti di nulla, razza di bastardo: se non ti si stura il culo col primo cd, c’è sempre quell’altro ad allietare i tuoi padiglioni auricolari e a oliare le pareti del tuo colon.
Qualora anche al termine del secondo ciddì non dovessi riuscire a liberarti di quel paio di chili di stronzi che opprimono le tue budella, be’, amico, non so proprio cosa aggiungere. È possibile che tu abbia gusti musicali di merda, oppure potresti essere messo davvero male… o entrambe le cose. Sì, insomma, ti toccherà chiamare la guardia medica, ti porteranno al pronto soccorso in ambulanza e lì ti ficcheranno un grossissimo tubo fottuto dove non batte il sole per aspirare fuori tutto il cioccolato. Ah, ora che ci penso, ci sarebbe anche un’altra soluzione per te, cara la mia testina di guano di condor: potresti provare a cospargerti le mani di super-colla a presa rapida, attaccarti a un tornio, farlo andare alla massima velocità e sperare che l’effetto centrifuga sortisca il risultato sperato.
Ciò detto, alla fine, la curiosità ha avuto la meglio su di me… come sempre. E anche se un po’ me ne vergogno, mi sono procurato una copia di “The Astonishing” dei Dream Theater.
Gran bella copertina, per carità. Diciamo che i problemi, come al solito, cominciano non appena si preme il tasto “play” e lo squacquerone sonoro comincia a invadere la stanza.
Qual è la differenza fondamentale tra questo disco e quelli che lo hanno preceduto? Fondamentalmente, qui si ha a che fare con composizioni più brevi – la canzone più lunga dura 7 minuti e 41 secondi. Il che, dal mio punto di vista, è un colossale passo avanti rispetto al passato recente, dato che si riesce a seguire le singole composizioni senza cadere in preda a violenti conati e ritrovarsi rannicchiati in posizione fetale nell’angolo della stanza più lontano dai diffusori acustici.
Inoltre, da quello che sento, potrei addirittura spingermi ad affermare che questo è il disco più pop che i Dream Theater hanno pubblicato dai tempi di “Falling into Infinity” (che, va detto, è l’ultimo lavoro che sono riuscito ad ascoltare da cima a fondo). A tratti si ha quasi l’impressione di avere a che fare con un musical, con sezione d’archi e tutto quanto.
Bon, dai, tirando le somme, quello che ho sentito all’interno di “The Astonishing”, sono i seguenti elementi buttati dentro a un frullatore: Les Miserables, Meat Loaf, Three Sides to Every Story degli Extreme, The Final Cut dei Pink Floyd, Song for America dei Kansas, EL&P all’inizio di “A Life Left Behind” e… il dolce confetto Falqui.
WILL IT BLEND?
At the end of the day, possono aver placcato tutto quanto con uno spesso strato di oro colato MA si tratta comunque di merda. Ciò detto, vado ad appoggiare i glutei sulla tazza del wc in compagnia della Settimana Enigmistica.
Ciao.

Grazie, professore.

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Chicago live in Padova 28-06-2014

Posted in concerti by Ares on luglio 3, 2014

Dovevo andare a vedere Jeff Beck, invece…

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Se non avete mai sentito parlare degli Chicago, allora forse questa breve e poco esaustiva recensione potrà incuriosirvi e spingervi alla scoperta di una delle più straordinarie band mai apparse sul pianeta. Più di 40 anni di carriera, circa 120 milioni di dischi venduti, una serie di hit interminabile, tanta tanta classe.

Il Gran Teatro Geox di Padova ospita la loro unica data italiana nel tour che promuove l’uscita del trentaseiesimo (36) album, e il concerto offre soprattutto l’occasione di riascoltare i capolavori degli anni 70 e 80, brani immortali come If You Leave Me Now, Beginnings, Questions 67 & 68Saturday In The Park, Does Anybody Really Know What Time It Is? ma anche la produzione più recente come la nuovissima Now che poi e’ anche la title-track del nuovo album.

Come possono essere definiti i Chicago? Che genere fanno? Io li definisco jazz-rock, ma bisognerebbe coniare un termine apposito per loro.

2 ore abbondanti di concerto, chiuso da 25 or 6 to 4. Unica pecca (per me) e’ il non aver eseguito interamente Feeling Stronger Everyday.

Fatevi un favore, segnatevi questi album: Chicago Transit Authority, Chicago II, Chicago V, Chicago VI, sono solo un inizio per conoscere una vera istituzione della musica degli ultimi 40 (e più) anni.

Dream Theater – Dream Theater

Posted in dischi, mezze stroncature, musica, richieste, stroncature by Ares on settembre 24, 2013

È uscito il nuovo album dei Dream Theater, intitolato “Dream Theater”.

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Dato che non posso certo ritenermi un profondo conoscitore delle gesta di Petrucci e soci ho chiesto aiuto (ancora una volta) all’Ill.mo prof. Crotaloalbino, massimo esperto mondiale dei Dream Theater e già autore di due recensioni che hanno avuto un successo straordinario (le trovate qui e qui).

Buona lettura.

Erano settimane che attendevo con grande trepidazione che arrivasse il 24 settembre per correre al locale negozio di dischi e comprarmi il ciddì più atteso dell’anno: l’ultima fatica-sgommosa omonima dei DREAM THEATER! Non ne potevo davvero più così stamattina ho telefonato a scuola, mi ha risposto la segretaria acida a cui vorrei spaccare la faccia con un maglio e le ho detto: “Senti qua: oggi non vengo a lavorare, di’ agli sbarbi che ripassino quello che gli ho dato da ripassare e che ci vediamo domani. Anzi, no: digli proprio che mi prendo tutta la settimana di ferie. Mandatemi pure la visita fiscale a casa tanto non me ne frega una merda. Come perché? Sono cazzi miei. Anche se mi licenziate, ho comunque un fracco di soldi in banca e posso vivere di rendita e allevare irish setter e levrieri afghani da regalare ai bambini ciechi. Chiudi il becco che non ho finito, troia! No, non me ne frega un cazzo del preside che deve parlarmi, io c’ho da fare e non voglio rotte di coglioni. Ci vediamo lunedì prossimo, sempre che mi scenda il culo di venire, altrimenti cercate un altro che spari cagate al posto mio. Ciao. No, non chiamatemi tanto non rispondo e adesso scusa ma c’ho la Limo che mi aspetta giù da basso. Buona giornata e vaffanculo.”

Ho chiuso la comunicazione, sono sceso di corsa, sono montato sul mio Ciao Piaggio elaborato e sono partito pedalando a tutta forza per guadagnare in ripresa. Sul marciapiede c’era una vecchia che camminava nel senso opposto al mio. Mi ha guardato in un modo che non mi è piaciuto nemmeno un po’ così, appena l’ho incrociata, le ho tirato un cartone in bocca e l’ho fatta rotolare sull’asfalto. “UNA PENSIONE IN MENO, STRONZA BEFANA DEL CAZZO! HO CONTRIBUITO ALLA RIDUZIONE DEL DEFICIT!”, ho urlato mentre mi allontanavo a 36 chilometri all’ora (sempre pedalando per guadagnare in ripresa) con la vecchia che continuava a rotolare sulla linea di mezzeria.

Ho fatto irruzione nel negozio di dischi, letteralmente entrandoci col Ciao e schiantandomi su un paio di scaffali.

“Cosa cazzo sta succedendo?”, la tizia cicciona dietro la cassa aveva la mano davanti alle labbra e un’espressione a metà strada tra la furia e lo stupore.

“Niente,” le faccio io,“sto solo facendo le prove per il gran premio di motocross urbano che organizzano per la sagra del cabernet di Ciconicco in provincia di Udine. Che razza di domande idiote, stupida cogliona.”

“Ah, allora è tutto ok.”, fa lei, “Ti serviva qualcosa?”

“Certamente!”, sputazzando per terra, “Muovi quel culaccio flaccido e dammi l’ultimo disco dei Dream Theater che è uscito oggi.”

“La farmacia,” la tipa alza l’indice e mi indica la strada, “è a cinquanta metri da qui. Se non vai di corpo da una settimana, lì ti vendono ogni genere di purgante disponibile sul mercato.”

“Potresti essere più stupida di quanto ti trovi a essere?”, calcio volante in piena figa, “Credi forse che non abbia già provato a sbloccarmi l’intestino con una serie di clisteri da elefante? Non c’è stato un cazzo da fare, i rimedi chimici mi sono stati utili come la vulva di Rosy Bindi. A questo punto non mi rimane che la soluzione sonora e affidarmi alla speranza che vada tutto per il verso giusto, incrociando le dita. Questa è l’ultima spiaggia, povera cagna bevicazzi.”

“Potevi dirlo subito,” si è alzata faticosamente, grattandosi tra le gambe, “che questo era l’ultimo domicilio conosciuto per il tuo culo intasato. Non avrei fatto tante storie. Che edizione vuoi? Doppio vinile con bluray, poster e miniatura della batteria di Mike Mangini con settantanove tom, cinque grancasse e ottantasei differenti tipi di cimbali?”

“Dammi lo stronzo cd normale, preferisco sputtanarmi la grana in troie e birra.”

“Ok, sono quattordici euri; con lo sconto quindici.”

“Razza di ladri, luridi delinquenti schifosi… cosa mi tocca fare per cagare.”, ho afferrato il cd, me lo sono infilato nelle mutande, ho raccolto il mio Ciao Piaggio elaborato (originale 45 km all’ora, elaborato 52) dal mucchio di detriti sul pavimento e me ne sono sfanculato a casa con la mia costipazione.

“HEY, CHI RIMETTE A POSTO QUESTO CASINO?”, la cicciona dietro il bancone.

“CAZZI TUOI, SFILATINA! IO DEVO ANDARE DI CORPO!”, le urlato dietro, prendendo velocità.

Sono arrivato a casa, ho dato una scorsa ai titoli sulla copertina, “False Awakening Suite” come traccia numero uno.

Assolutamente perfetto, ho pensato, la parola “suite” evoca escrementi da sempre. Ho tirato un cartone al jewel-case, accompagnandolo con un bestemmione orrendo, e ho estratto il dischetto. L’ho ficcato nel lettore, “È meglio che funzioni, figlio di troia.”, ho biascicato, “Mi sei costato quindici euro, l’equivalente di tre birre di mezzo.”

Ho premuto “play”, quindi mi sono messo sui blocchi di partenza, in direzione del cesso, pronto.

I diffusori hanno emanato una roba fetentissima, una specie di colonna sonora di Terminator Due misto a Trono di Spade con violini, voci sintetizzate AHHHH OHHH, uno squacquerone immondo.

Immediatamente ho sentito qualcosa muoversi nella parte finale del colon.

“Ci siamo!”, ho sibilato a denti stretti mentre una goccia di sudore mi colava dalle tempie fino alla guancia e giù sul mento.

PARAPPA PARAPPA PARAPPA PAPPA PARAPPA!

“Merda chiama merda… forza…”

Proprio in quel momento, qualcuno ha suonato il campanello. Giusto all’inizio di “The Enemy Inside”. Ho bestemmiato come un barbaro. Mi sono alzato in piedi con uno stronzo della stessa consistenza di un dolmen in fuorigioco e, in modo piuttosto maldestro, sono arrivato in qualche modo alla porta.

“Chiccazz’è?”, ho stretto le chiappe manualmente.

“La tua vicina canadese del Saskatchewan.”, continuava a battere con insistenza il pugno sulla porta, “Abbassa quella merda!”

“Non posso, adesso.”, ho vociato, “Vattene a fare in culo, stronza!”

PIRIRPIPPIPIRIRPPI-SDRAAA-RA-RAAAA-PIRIRPIRIRPIPPI! Cinque cambi di tempo in trenta secondi, archi sintetizzati, “OVER AND OVER AGAIN, I RELIVE THE MOMENT…”

Un Tremendo spasmo intestinale mi ha fatto piegare in due.

“Chiamo i carabinieri se non abbassi quella ferraglia!”

Ero ormai riverso a terra che cercavo di strisciare verso il bagno, in preda ai crampi. “CHIAMA IL CAZZO CHE TI PARE, I POMPIERI, L’ESORCISTA, VECCHIA DI MERDA, IO DEVO CAGARISSIMO!”, a carponi mi sono trascinato fino alla tazza mentre, nella stanza accanto, si stava scatenando un tifone di squacquera. Sono riuscito ad accomodarmi appena in tempo: il mio culo è esploso: una Fukushima di stronzi, uno tsunami di feci, un terremoto di gas, un geyser di merda.

PIRIPIPPIPPI!

Un’altra scarica di liquame. Ero ormai allo stremo, ma mi consolavo pensando che, in breve tempo, sarei stato un uomo nuovo: finalmente libero dallo stonehenge di cioccolato che mi gravava nell’intestino.

Un quarto d’ora di idrospurghi dopo, seduto sul trono e aggrappato al termosifone, mi sono messo alla ricerca della forza per riuscire ad alzarmi in piedi, madido di sudore e pago.

“OK, È TUTTO! TI BECCHI UNA QUERELA PER DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA!”, la mia vicina non voleva darsi per vinta, non c’era verso. Del resto, come potevo biasimarla? Superi le settanta primavere, ti stai godendo la pensione dopo una vita di lavoro, non rompi i coglioni a nessuno dato che ti accontenti di lavorare a uncinetto e il tuo vicino di casa ti manda a puttane il centro tavola sparandoti a volumi inauditi un concentrato di emesi sonora?

“Tranquillona, vecchia!”, le ho urlato mentre mi passavo la carta in mezzo alle chiappe (mai della consistenza giusta: o è troppo dura, o slitta. Così imparo a comprare i rotoli all’hard discount per risparmiare), “Mi sono mondato, adesso spengo ‘sta merda, giustizia è fatta. La pace è come me!”

“TI CONVIENE FARLO E ANCHE ALLA SVELTA, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA!”

Ho sorriso e sono andato, claudicante, quasi rotolando, nell’altra stanza.

PIRIPIPPIPPPIPPPIPPIPPPIPIPIPPI!

Il display del CD segnava “The Looking Glass”, ho fermato la catasta di merda, ho estratto il dischetto e, proprio mentre stavo per lanciarlo fuori dalla finestra, ci ho ripensato. Sono tornato in cesso, ho aperto l’armadietto del pronto-soccorso e l’ho ficcato dove, di solito, tengo la mia scorta personale di Guttalax.

“La costipazione è qualcosa di imprevedibile come i terremoti.”, ho esclamato richiudendo lo sportello.

Grazie, professore.

The Mars Volta – Nocturniquet

Posted in dischi, musica by Ares on aprile 5, 2012

Questi sono completamente pazzi.

Bisogna chiarire una cosa: i Mars Volta sono degli ottimi musicisti e sono famosi per aver fatto album sperimentali e difficili. Roba di nicchia, un rock progressive moderno con canozni lunghe e complicate.

Nel nuovo lavoro Nocturniquet le canzoni sono meno lunghe, ma sempre complicate.

Questo è un disco difficile, molto difficile. In alcuni punti è francamente poco comprensibile, per gli arrangiamenti, per le melodie, per i suoni.

Sembra di ascoltare i King Crimson più sperimentali, o peggio.

E non vuol dire che sia brutto, vuol dire quello che ho scritto poche righe fa: è un disco difficile, assolutamente per pochi in grado di capire questa musica senza avere una crisi epilettica dopo 4 canzoni (cosa, temo, molto probabile nda).

Ascoltare con cautela.

Dream Theater live in Pordenone 20/02/2012

Posted in concerti, musica, stroncature by Ares on febbraio 21, 2012

Come  l’altra volta ho affidato un compito ben preciso al Professor Crotaloalbino che, gentilissimo, ieri sera si è recato al concerto dei Dream Theater e mi ha scritto la fredda cronaca della serata nonché un’attenta analisi dell’esibizione live della band di Petrucci e compagnia bella.

Buona lettura.

Siccome sono ricco da far schifo, ho deciso di sputtanarmi quarantasei euri per assistere al concerto dei Dream Theater. Per me è uno status symbol: butto la mia grana nel cesso allo stesso modo in cui altri bastardi danarosi si accendono i sigari cubani con le banconote da dieci euro prima di fare i gargarismi col Dom Perignon.
Insomma, mi sono recato al punto vendita della livenation, ho guardato la femmina dietro il desk e le ho detto “Un biglietto per il concerto dei Dream Theater del 20 Febbraio, grazie.”
E quella: “Come?”
E io: “Ho detto che voglio un biglietto per il concerto dei Dream Theater. E anche alla svelta. Muovi il culaccio, puttana!”
E lei, capendo che sono uno che ha la grana: “Ah, ok. Sei fidanzato?”
E io: “Povera cagna bevicazzi, quelle come te le riconosco subito. Niente sentimento, solo materialismo. Dammi il mio fottuto biglietto e vattene due passi a fare in culo.”
Lei: “Sono qurantasei euro, prevendita compresa, signore.”
Le ho dato un cinquanta, “Tieni il resto.”, ho ruttato e sono uscito.
Le ho spezzato il cuore. Ma tanto a me?
Bon, è arrivato il 20 Febbraio, ok? E io sono andato al concerto perché ho pensato: “Ho pagato, il concerto potrebbe essere ok… hai visto mai? Al limite, prima di entrare, mi faccio quei 20-30 cabernet e 10 crostini col crudo così anche se è una merda, faccio finta di niente.”
Ed è andata esattamente così: cabernet più crostini nel pre-concerto ed entrata in palazzetto in equilibrio precario.
Inizialmente mi sono piazzato vicino al mixer perché ho pensato “Questo è il posto dove si sente meglio…”, poi mi sono rotto i coglioni di stare in piedi e ho visto che c’era qualche sedile libero vicino al palco così, con grande fatica, mi sono arrampicato a quattro zampe fino a lì e mi ci sono svaccato.
Prima dei Merd Theater, lì, come si chiamano, ha suonato un altro gruppo americano mai sentito nominare prima, i Periphery. Adesso non è che sono sicuro di quello che dico, non vorrei sbagliare ma mi pare che il nome, tradotto, significhi “sborra”.
Ho pensato “Ma guarda questi quanto avanti sono… hanno scelto di chiamarsi Sborra.”
C’era uno vicino a me che continuava a fare foto al palco con una macchina fotografica reflex con un obiettivo lungo un metro. L’ho guardato, lui si è accorto che lo stavo osservando e mi fa: “È una Leica”.
E io: “Lo sapevi che Periphery vuol dire sborra?”
E lui: “No, sul serio?”
E io: “Non si finisce mai di imparare, vecchio.”
Hanno iniziato con la loro mezz’oretta e, francamente, non ci ho capito un cazzo ma sono pronto a scommettere il culo che non è stato per via del cabernet, nossignore. Il problema è che questi avevano tre chitarristi e ognuno suonava la merda che gli pareva perché dovevano far vedere che erano bravi e tutto quanto, tapping, scale, riff a pattern di cinquanta note, bassista con basso a quindici corde… mi hanno scassato i coglioni in cinque minuti netti.
Bon, fortunatamente a un certo punto hanno abbassato il telone con il loro logo, se ne sono sfanculati via e hanno lasciato il posto agli headliners, ok?
Prima roba che ho notato: la batteria aveva tre casse, venti tom, quindici octoban, due rullanti (uno posizionato sui tom), una mezza dozzina di pad, una mitragliata di piatti e un gong.
“Ho il cazzo più lungo del batterista, garantito al limone.”, ho pensato.
Mi sono girato verso il tipo con la macchina Leica e gli ho fatto: “Io ho il cazzo più lungo di Mike Mangini.”, quello mi ha guardato strano. Allora ho aggiunto: “Tranquo, non sono frocio. Mi piace la figaccia unta, ahahahahahahahahahahahaha!”, poi ho ruttato per fargli capire che era vero e non una posa. Lui mi ha creduto.
Comunque, no? Inizia il concerto dei Merd Theater, ok? Cartoni animati con draghi cinesi e effetti sonori.


Mi sono girato di nuovo verso quello con la Leica: “Ti hanno dato gli occhialini 3D? Sul mio biglietto della live c’è scritto che li avrebbero distribuiti gratis all’entrata. Ma a me non hanno mica dato un cazzo. Senti qua: io sono un avvocato. Un avvocato cazzutissimo. Se per te è ok, valuto se fare causa.”
Ci ha creduto.
Coglione.
Intanto sul palco i Merd suonavano duecento note al secondo senza muoversi di un centimetro, piripiripiripiripiripiripippippì. E il pubblico “PETRUCCI! PETRUCCI! PETRUCCI!” e Petrucci: PIRIPIRPIRIPIRIPIRIPIRIPIRI! Ancora più veloce di prima.
Butto l’occhio un po’ più in là: Jordan Rudess si è fatto crescere un pizzetto bianco lungo trenta centimetri perché è diventato un budino di uomo totale. Ha una panza da birra schifosa.
Mi sono messo a ridere da solo per via della panza di Rudess.
Mentre ridevo, questo ha preso un keytar a forma di arpa e ha iniziato a suonarci ancora più note di Petrucci: PIRIPIRIPIRIPIRIPIRIPIRIPIRPIRIPIRIPI!
E Petrucci: “Col cazzo! Vado più veloce io!” PIRIIPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRPIRIPI!
E Rudess: “Ma il mio vuole essere un tributo a Sandy Marton in acido, guarda, c’ho pure il keytar a forma di merda!” PIRIPIRIPIRIPIRPIRPIRPIRPIRPIPRIPRIPIRI! “E faccio piripippipippì anche da dietro la schiena, occhio…” PIRIPRIPIRPIRPIRPIRPIPRIPRIPRIPIRPIPRIRIRIRIPIPIPIPPPI!
Giunti a questo punto, nonostante il cabernet in circolo, mi sono reso conto che c’era qualcosa che non funzionava all’altezza dei miei testicoli. Proprio mi si stava aprendo lo scroto in tre punti.
Ho guardato l’orologio, mi sono girato verso quello con la Leica e gli ho fatto, in dialetto: “Me son scassà i coioni!”, lui si è messo a ridere. Cazzo ridi, stronzo?
Assolo di batteria, terzine, quartine, rulli doppi fatti con una sola mano, altre quartine, octoban, rulli tripli con la mano sinistra sola, doppia cassa, ruspa sound. Pubblico: “MANGINI! MANGINI! MANGINI! MANGINI!”
Non ne potevo più. Davvero.
“This next song is called the spirit carries on.”, tastierone che fanno “UAAAAAAAHHHH!”, Petrucci che ci fa piripiripiripippì sopra, pianoforte… sembrava un brano di The Final Cut, solo che era una merda. Il pubblico cantava ogni parola.
Mi sono addomerntato sulla poltroncina di plastica. Sul serio.
Mi sono svegliato verso la fine del concerto perché anche il tipo della Leica stava urlando “PETRUCCI! PETRUCCI! PETRUCCI!”
Ho bestemmiato, gli ho tirato un destro in bocca e l’ho steso.
Mi sono alzato in piedi. Nessuno si era accorto di niente e, proprio mentre iniziava il bis, me ne sono sfanculato a casa.
Quarantasei euro.
Sono ricco da far schifo.

Grazie Prof, ti devo almeno una decina di birre.

Dream Theater – A Dramatic Turn Of Events

Posted in dischi, stroncature by Ares on settembre 5, 2011

Tranquilli, io questa roba non l’ascolto…ma dopo aver visto uno scambio di battute su facebook a proposito del nuovo album dei Dream Theater ho chiesto di scrivere una recensione per questo umile blog.

Quindi, ecco cosa ne pensa il Professor Crotaloalbino a proposito di A Dramatic Turn Of Events…

C’era una volta un batterista con la testa più grande del suo drum kit che un giorno decise che aveva bisogno di andare in ferie un paio di anni così lo disse agli altri del gruppetto con cui suonava. Ma loro, da quell’orecchio, proprio non ci sentivano un cazzo perciò lo mandarono a fare in culo e anche alla svelta perché erano troppo creativi per non chiudersi in studio subito a registrare un altro capolavoro dell’arte con canze lunghe una settimana. 

Il batterista con la testa gigantesca allora disse: “Seh, tanto a me? Io suono con un altra band un sacco più strafica di voi, sono anche più giovani e hanno anche le groupies, coglioni!”

Senonché le cose non andarono secondo i piani e anche l’altro gruppo più edgy con le groupies e tutto quanto disse al batterista con la testa gigantesca di andare a fare in culo e anche alla svelta. 

Ma questa è un’altra storia che è ancora più interessante… tipo che l’ultima volta che l’ho raccontata al bar, la cameriera che mi stava ascoltando per cortesia è stramazzata di gioia.

Quello che conta è che i musicisti del gruppo che compone canze lunghe mezz’ora con cinquanta cambi di tempo e un cazzigliaio di note al minuto non si sono dati per vinti, hanno tirato su da terra un altro batterista con la testa un po’ più piccola e hanno registrato un altro disco che hanno intitolato “A Dramatic Turn Of Events”.

Lo stesso dovrebbe essere pubblicato la terza settimana di Settembre e c’è un sacco di gente là fuori che, invece che sputtanare i propri soldi in birra e puttane come faccio io, non vede l’ora di andare al negozio di dischi a comprarsi la versione limitata extra-lusso con il dvd del documentario più il vinile, il poster e il modellino in plexiglas della nuova batteria con sette casse, quattro hi-hat, dodici tom, sei timpani, nove china, diciotto ride, quindici crash, undici spash e due gong con il logo e tutto quanto (“Un vero affare! Solo 160 euro ma, col tempo, si rivaluta: è un investimento, hey!”).

Se però uno non riuscisse proprio ad aspettare, be’ può sempre affidarsi a google e alle chiavi di ricerca giuste per scaricare il promo del nuovo capolavoro termonucleare globale dei Dream Theater e goderne fin da subito.

Io, per esempio, l’ho fatto, ok? L’ho scaricato, l’ho scompresso e ho fatto partire winamp. 

In pratica ho tenuto ‘sta roba a volume abbastanza alto per un po’ di tempo mentre ero alla ricerca di porno anal-creampie su xhamster. Esatto: ho usato “A Dramatic Turn Of Events” come una specie di sottofondo-specchietto-per-le-allodole al fine di coprire i gemiti e i grugniti dei protagonisti del porno. Tutto perché sono una persona per bene e non voglio dare fastidio ai miei vicini di casa che, di porno, non capiscono niente… né ne capiranno mai un cazzo, se è per quello, sarebbe una battaglia persa in partenza.

Bon, io non me l’aspettavo ma è andata a finire che è successo un casino. In pratica stavo guardando un negro che rifaceva le pareti del colon a una quando è suonato il campanello di casa. Ho bestemmiato, sono andato ad aprire e c’era la mia vicina di settant’anni con le braccia conserte che mi guardava come si osserva una merda di cane che hai appena pestato con le scarpe nuove.

Mi fa: “Senti qua, brutto figlio di troia onanista che non sei altro. Hai rotto i coglioni con quella squacquera lì, ok?.”
“Cosa? Non so di cosa sta parlando, signora.”, ho detto io, ostentando un’espressione innocente.
E quella: “È da mezz’ora che stai facendo andare questa catasta di merda con quel cazzone castrato che gorgheggia come un cherubino gay di stronzate su gente che vola sulla schiena degli angeli, sui ponti del cielo, sulle illusioni spezzate e sulla merda che sta sotto la superficie. Tutta merda da finti intellettuali che non si drogano e compensano lo sballo con quattrocento scale misolidie una dietro l’altra.”
“Non immaginavo che parlasse così bene l’inglese.”, ho cercato di cambiare discorso.
E la vecchia: “Puoi scommetterci il culo che parlo inglese, stronzo! Sono nata in Saskatchewan! Ma cosa cazzo te lo dico a fare ché tanto non sai nemmeno dov’è. Be’, è in Canada. Adesso spegni quella merda perché preferisco ascoltare una troia che urla STUFF MY CUNT WITH YER CUM, MOTHERFUCKER!”

Ho dovuto darle ragione. Vecchia di merda.

Grazie Prof…

Robert Wyatt – Rock Bottom

Posted in dischi, musica by Ares on agosto 19, 2011

La storia della musica rock è segnata da grandi capolavori.

E tra i capolavori ci sono alcune opere che vanno oltre la definizione di capolavoro.

Probabilmente se Robert Wyatt non fosse precipitato dal quarto piano sfasciandosi la schiena per finire su una sedia a rotelle quest’album non sarebbe diventato quello che si ascolta oggi. Probabilmente non sarebbe mai esistito.

La caduta (fisica e non) e la conseguente voglia di risorgere di Wyatt gli ha permesso di forgiare un’opera magnifica e struggente, in cui la musica e le parole si fondono in un’atmosfera dolce e sognante, lontana dalle sperimentazioni folli dei Soft Machine (di cui Wyatt fu batterista) o dei Matching Mole.

Aiutato da amici della scuola di Canterbury, aiutato da un giovanissimo Mike Oldfield e prodotto da Nick Mason dei Pink Floyd, Robert Wyatt in Rock Bottom descrive e canta l’inizio della sua nuova vita in un’opera tanto importante quanto difficile da capire al primo ascolto.

Capolavoro.

 

The Moody Blues – In Search Of The Lost Chord

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 18, 2011

Siamo alla fine degli anni 60, all’alba del progressive rock…

The Moody Blues sono uno dei gruppi storici del rock progressivo inglese. Un gruppo di nicchia che però ha scritto pagine importanti in anticipo coi tempi, divenendo quindi punto di riferimento e ispirazione per molte band successive.

Forse qualcuno di voi li ricorderà per la splendida Nights in White Satin, ignorando la produzione successiva di cui fa parte questo terzo album (dalla copertina a dir poco magnifica) In Search Of The Lost Chord.

Dunque, pare che il tema dell’album sia la droga…e ascoltando cosa esce dalle casse dello stereo posso intuire che il tema sia di ottima qualità col risultato di ottima musica. Prima di quest’album la musica dei Moody Blues era caratterizzata dall’orchestra, ma in quest’album invece compaiono mellotron, sitar, tabla e violoncelli, si parla di piani astrali e di Timothy Leary (Legend of a Mind) in una continua ricerca della miglior trasposizione musicale possibile dell’atmosfera surreale che si respirava all’epoca.

Alcune parti di In Search of the Lost Chord sono riuscite alla perfezione: come Ride my See-Saw e Voices in the Sky. Peccato le droghe abbiano preso il sopravvento e abbiano reso il brano conclusivo Om una caotica esibizione di rock e folklore indiano senza freni.

Album poco conosciuto di una band di nicchia, consigliato a chi pensa che la psichedelia inglese alla fine degli anni 60 fosse esclusiva dei Pink Floyd di Syd Barrett.

The Mars Volta – Frances The Mute

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 27, 2010

La prima volta che ho ascoltato The Mars Volta ho pensato “questi sono completamente pazzi”.

E Frances The Mute è uno dei dischi più fuori di testa che si possano ascoltare.

(copertina di Storm Thorgeson della Hipgnosis, responsabile delle copertine dei Pink Floyd nda)

Allora, Frances The Mute è in sostanza un disco progressive, ma progressive sullo stampo di King Crimson e Yes, un album coraggioso e caotico come non se ne sentivano da anni. Una mistura pazzoide con continui cambi d’atmosfera che rendono l’ascolto pesante e difficile. 76 minuti di mondi musicali che si intrecciano e si rovesciano per creare uno degli esempi di rock moderno meglio riusciti…se non l’avete capito a me questo disco fa impazzire.

Tante le cose che adoro a partire dalla durata inusuale delle canzoni (Cassandra Gemini con tutte le sue parti arriva a 32 minuti…roba da Genesis…) e dai titoli (Cygnus Vismund Cygnus e L’Via l’Viaquez …??? eh?), la sofferente The Widow, i momenti mariachi e jazz che sbucano all’improvviso e gli intermezzi ambient che regalano qualche attimo di quiete nel mezzo del sensatissimo caos che anima l’album.

Il punto fondamentale è proprio questo: c’era un disegno ben preciso nella testa dei Mars Volta. Un disegno che probabilmente è frutto di chissà che menti malate (nel senso buono), ma interessantissimo e a cui era impossibile rimanere indifferenti, come resta impossibile rimanere indifferenti a una band del genere.

Probabilmente iniziare a scoprire The Mars Volta da Frances The Mute potrebbe essere un errore, tanta è la complessità dell’opera, ma potrebbe anche essere l’occasione per poi ascoltare gli altri lavori a cominciare dal primo De-Loused In The Comatorium…se invece pensate di poterne fare a meno perché non reggete certe cose…amen, non sapete cosa vi state perdendo.

Genesis – A Trick Of The Tail

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 16, 2010

A metà degli anni 70 il panico si impadronì della scena progressive-rock britannica.

Il panico si manifestò in Peter Gabriel che decise di abbandonare i Genesis: seguirono scene di isteria collettiva, piogge di fuoco, sacrifici umani, esplosioni verdi…gente che entra ed esce volando…(cit.) e tanto altro ancora. Insomma i fans della band e gli appassionati di musica temevano di aver perso per sempre un sogno.

Invece…

…i Genesis orfani di Gabriel sorpresero tutto e tutti pubblicando un album che per qualità delle canzoni è di diritto nel gruppo dei loro grandi capolavori come Selling England By The Pound e The Lamb Lies Down On Broadway.

A Trick Of The Tail ci regala momenti di musica superba con Phil Collins che dimostra di essere un perfetto sostituto di Gabriel e i soci Tony Banks, Steve Hackett e Mike Rutherford in grado di scrivere ottima musica (a dire il vero Banks è sempre stato un bel passo avanti ai suoi compagni d’avventura e non a caso a lui va il merito della composizione della maggior parte dei grandi brani della band…).

Ascoltate Entangled o Squonk e rimarrete senza parole, garantito.

Purtroppo, si tratterà di uno degli ultimi capitoli felici dei Genesis: in poco tempo Hackett abbandonerà la band che verrà risucchiata nel vortice pop voluto da Phil Collins con esiti più o meno felici a seconda dei punti di vista (personalissimo parere, non tutto e’ da buttar via dei Genesis degli anni 80).

A Trick Of The Tail, uno dei migliori esempi del progressive rock britannico che non può mancare nella vostra personale discoteca.

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