Le Grandi Recensioni

David Bowie – Blackstar

Posted in dischi by Ares on gennaio 11, 2016

Addio, David.

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Preceduto dai due singoli Blackstar (10 minuti scarsi e accompagnata da un video grandioso) e Lazarus, è stato anticipato come uno dei lavori più belli e importanti della carriera di Bowie.

Purtroppo, è anche l’ultimo, ma verrà ricordato (anche) come uno dei suoi (tanti) capolavori.

Capolavoro perché quest’uomo geniale anche alla fine è riuscito a creare un album sperimentale, tra il jazz, il rock, l’elettronica e tutto il mondo che ha vissuto nella sua testa, un mondo che ha affascinato orde di fans per quasi 50 anni e che, ne sono certo, continuerà ad affascinare future generazioni. Blackstar non è un album semplice, al primo ascolto può catturare o annoiare, ma sforzandosi nell’ascolto è possibile riuscire a cogliere la raffinatezza dell’opera.

Avanguardia. Bowie sembra essere tornato agli esperimenti sonori della seconda metà degli anni ’70, culminati nella trilogia berlinese e nella collaborazione con Brian Eno. C’è un’atmosfera cupa e contemporaneamente frenetica nelle canzoni, specie in Sue (or in a Season of a Crime), ma ci sono anche attimi di pace musicale come in Dollar Days col suo inizio che sembra una ballata pinkfloydiana.

Ad ascoltarlo ora, appena appresa la notizia della sua scomparsa, credo che in qualche modo David Bowie sapesse di essere davanti agli ultimi mesi della sua vita e per questo lo sforzo per creare qualcosa di unico e magnifico dev’essere stato immenso.

Ascoltatelo e basta. E poi riascoltate tutti i suoi album, e fateli ascoltare alle persone vicine a voi.

Ugly Kid Joe – Uglier Than They Used Ta Be

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 10, 2015

A 19 anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio (e tralasciando l’EP Stairway to Hell del 2013) tornano gli Ugly Kid Joe, tra i massimi esponenti dell’hard rock più scanzonato e ignorante degli anni ’90 del Ventesimo secolo

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Cosa ci si deve aspettare? Ci si aspetta di tornare al 1994, ai tempi in cui chi vi scrive guardava MTV Europe e aspettava con ansia programmi tipo Headbanger’s Ball (per molti di voi questa è pura fantascienza, ma per i miei amici dinosauri del rock sono bei ricordi). E questo Uglier Than They Used Ta Be ci riporta sì indietro nel tempo ma ci fa ritrovare una band in forma e molto matura: quindi chitarroni pesanti, bei riff, la voce di Whitfield Crane e, come da tradizione, un paio di brani acustici (Mirror of the Man e Nothing Ever Changes) che riportano alla mente cose come Cats in the Cradle, Cloudy Skies o Mr Recordman. Insomma, l’album è divertente, ignorante al punto giusto e grintoso e ha un paio di chicche assolute come le cover di Ace of Spades (omaggio a Lemmy e con Phil Campbell – ex Motorhead – come ospite) e di Papa Was a Rolling Stone (che non è affatto male) che non ha alcun senso e per questo fa ancora più ridere.

La cosa che mi è sempre piaciuta degli Ugly Kid Joe è il non essersi mai presi troppo sul serio: ci possono essere dei momenti “riflessivi” nella loro discografia, ma senza la presunzione di voler a tutti i costi offrire la verità assoluta sull’andare delle cose e dell’universo. La verità è che gli Ugly Kid Joe facevano i Foo Fighters meglio dei Foo Fighters quando Dave Grohl era ancora il batterista dei Nirvana.

Chris Cornell – Higher Truth

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 29, 2015

Quando ho letto che Chris Cornell avrebbe pubblicato un nuovo album da solista ho avuto un brivido.

Di puro terrore.

Perché mi è tornato in mente Scream.

Poi, per fortuna, ho ascoltato Higher Truth

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Grazie, Chris. Grazie per essere tornato a fare un disco normale, con gli strumenti veri, le chitarre acustiche eccetera e aver dimenticato quello straordinario fallimento (leggasi “cagata pazzesca”) messo in piedi con Timbaland.

Higher Truth riprende il percorso che Cornell aveva intrapreso nel suo ultimo tour e album (Songbook). Questa volta però non ci sono cover, sono tutte nuove canzoni in cui il nostro eroe fa sfoggio delle sue qualità di songwriter. Non viene tradita l’eredità che ha permeato anche il lavoro coi Soundgarden, state tranquilli, quindi spazio a chitarre acustiche, mandolini, qualche inserimento elettrico (senza mai esagerare).

In sostanza un album chitarra e voce, musica che di volta in volta viene arricchita da batteria elettronica o band al completo e una selezione di buone composizioni tra le quali spiccano l’iniziale Nearly Forgot My Broken Heart, Dead WishesOur Time in the Universe (di questa, nella versione deluxe del cd si trova anche un remix), Before We Disappear, Through The Window, Josephine e Murderer of Blue Skies. In effetti non ci sono canzoni che non funzionano, sono tutte molto ispirate.

Stile inconfondibile che abbiamo imparato a conoscere nel corso di quasi 30 anni di onoratissima carriera. Ottime canzoni e una voce miracolosamente sopravvissuta agli inevitabili eccessi della Seattle degli anni ’90 e oggi in splendida forma, in grado di essere soffice e in un attimo salire su vette inaccessibili. Higher Truth segna il gran ritorno del nostro amico che avremo la fortuna di rivedere in Europa nella primavera del 2016…in attesa di novità sul fronte Soundgarden.

The Dead Weather – Dodge and Burn

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 14, 2015

Terzo lavoro per uno dei progetti più interessanti che vedono come protagonista Jack White.

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Dodge and Burn vede di nuovo insieme Jack White, Alison Mosshart, Jack Lawrence e Dean Fertita, l’album raccoglie le registrazioni fatte dai quattro compari tra il 2013 e il 2015.

Eravamo rimasti al 2010, a quel piccolo capolavoro che era Sea of Cowards, ma già dal primo singolo (I Feel Love (Every Million Miles) ) si capisce che la matrice è la stessa. Quindi: canzoni brevi, immediate, dominate dai riff di chitarre ricche di fuzz, ventate di blues, atmosfere garage-sixties. Questa volta le prove vocali sono quasi interamente affidate alla Mosshart che in alcuni casi duetta con White.

Prima cosa da sottolineare è che la grande particolarità e autentica sorpresa si trovano nell’ultima traccia, Impossible Winner, una ballata interamente composta dalla Mosshart in cui fanno la loro comparsa anche degli archi. È l’unico momento in cui ci si allontana dal sound al quale ci hanno abituati i Dead Weather e l’unica pausa dalla continua martellata sonora che è il resto dell’album.

Perché sappiate che non è cambiato nulla, anzi: disco molto più dominato dalla chitarra (con accenni di moog e sintetizzatore, avere un polistrumentista come Fertita aiuta non poco) rispetto ai precedenti, e momenti di calma apparente spazzati via in un attimo da distorsioni/urla/rullate, il tutto guidato da una straordinaria Alison Mosshart in stato di grazia. Let Me Through, Rough Detective, Lose The Right, Cop and Go e la già citata traccia finale sono i momenti migliori dell’album, ma va segnalata anche la stralunata Three Dollar Hat che racconta una storia tra il western e il noir.

Il primo album era un po’ confuso, il secondo perfetto, questo è la consacrazione.

Fate un giro nel canale Youtube della band, troverete quattro video surreali dedicati a ciascuno dei componenti che parlano dei rispettivi ruoli (e in chiusura esecuzioni live). Per il momento purtroppo non si parla di concerti/tour, speriamo non ci facciano attendere troppo.

E qualcuno a Natale mi regali Alison Mosshart.

Iron Maiden – The Book of Souls

Posted in dischi, musica, stroncature by Ares on agosto 31, 2015

Gli Iron Maiden si sono suicidati con The Final Frontier (e durante quel tour riuscirono anche a offrire un concerto imbarazzante).
Quando ho letto dell’arrivo di The Book of Souls (doppio album, canzoni da 18 minuti eccetera) ho pensato: “Buon per Dickinson che è guarito, ma che senso ha fare un doppio album dopo 35 anni di carriera? Boh, speriamo bene…” Poi, all’improvviso, tra i contatti di Facebook trovo quello che segue, la non-recensione del disco da parte del prof Crotaloalbino. Ho fatto copia/incolla, l’autore non ha voluto aggiungere altro. Il mio parere è alla fine.

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“The Book of Souls” è disponibile in tutti i migliori siti torrent dell’interwebz. Lo sto ascoltando in questo momento ed è la solita cascata di sciolta malprodotta da Kevin Shirley.

Punte di merdità:

1. “The Red and the Black” ha il ritornello che fa “wo-ho-ho-ho” e un pattern di batteria che fa ridere. E dura 13 minuti. Tredici minuti di piattume che potevano essere tre e ventidue secondi.
2. “The Book of Souls” 10 minuti e rotti. A 5:56 provano a suonare come facevano nel 1984 ma falliscono miseramente.
3. “Empire of the Clouds” DICIOTTO MINUTI introdotti da, per la prima volta nella storia, un pianoforte, poi un violoncello e una sezione di archi, il tutto per tre minuti e trentasei secondi prima che Bruce cominci a gorgheggiare. Ovviamente la proporranno dal vivo, buon riposo.
4. Il suono della batteria di Nicko McBrain, assolutamente penoso. Fa schifo alla merda cagata dalla merda della merda. E fa incazzare se si considera il budget di cui dispongono. Nella fattispecie: i tom suonano come fustini di detersivo, la cassa è inesistente, il rullante è una pentola e, dato che non si tratta di pornogoregrind, è un difetto.

Le uniche composizioni che si salvano sono quelle che non superano i 6 minuti. Per esempio “Death or Glory” che, nel 1986, sarebbe stata la b-side di un 45 giri.

Squallore. L’ho già cancellato. Ciao.

 

Allora, diciamo che concordo su tutto. The Red and the Black non si ascolta e l’introduzione di Empire of the Clouds mi ha fatto venire in mente i Guns’n’Roses di Use Your Illusion. Se ci aggiungiamo stacchi che vorrebbero essere prog si capisce come la sindrome che aveva colpito la band con The Final Frontier è ben lontana dall’essere debellata.

Le canzoni più brevi hanno più senso, è vero. Nessuna svetta sulle altre, nessuna verrà ricordata come una grande canzone degli Iron Maiden, ma hanno tutte un loro perché.

Dickinson canta come sempre, ma ho letto che le sue parti sono state registrate prima della scoperta della malattia e mi auguro che le cure non abbiano intaccato le corde vocali. Le chitarre dei signori Murray, Smith e Gers fanno il loro dovere (e lo fanno bene) senza però creare nulla di rilevante o memorabile. McBrain e Harris al solito.

Faith No More – Sol Invictus

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 21, 2015

Questa volta lascio spazio ad altri: direttamente dalla Svezia, la recensione del nuovo album dei Faith No More.

Sono passati diciotto anni dall’ultimo disco dei Faith No More, Album of the Year, il che significa che inspiegabilmente la sottoscritta non è più una liceale traumatizzata dallo scioglimento di uno dei suoi gruppi preferiti ma, come suggeriva Mike Patton, “I’m thirty-something“.

Sol Invictus

La crisi di mezz’età, che non nego né sottovaluto, è stata  in parte annichilita, in parte accentuata, dall’uscita del nuovo album della band californiana, Sol Invictus. Non riesco a credere che sia passato così tanto tempo, e contemporaneamente mi rendo conto che non importa, perché posso ascoltare nuovi brani dei Faith No More e ricadere beata nell’adorazione incondizionata di Mike Patton.

Togliamoci subito il disturbo. Voto: 8.

Cosa può dare al mondo della musica del ventunesimo secolo – dominato da Taylor Swift e Mumford&Sons e talent show con Asia Argento tra i giurati – un gruppo come i Faith No More, pionieri del crossover, profeti (secondo alcuni) del nu-metal, emblemi di un certo modus vivendi anni ’90?

In circostanze normali, un ritorno del genere farebbe più pena che altro. La maggior parte dei gruppi rock, quando decide di proporre musica nuova a cinquant’anni suonati e dopo un lunghissimo iato, o tira fuori roba imbolsita oppure roba esageratamente ‘dura’, come a dire “we still have it” ad ogni costo. Ma qui stiamo parlando di Faith No More, una band che essenzialmente è sempre stata un gruppo di pazzoidi felicemente cretini. Pagliacci. Quindi a loro che gliene frega di come possono sembrare dopo quasi vent’anni? Che gliene frega di dimostrare che sono ancora in forma?

Sono in formissima.

Il piano di Bottum come sempre traccia le linee melodiche essenziali, le amate progressioni discendenti, sulle quali si riversano a fiotti serrati le schitarrate di Jon Hudson. Billy Gould e Mike Bordin fanno, come sempre, il loro porco lavoro: la sezione ritmica dei Faith No More meriterebbe più riconoscimento critico.

Patton ha capacitá illimitate. Questo é forse più evidente oggi, dopo che siamo a conoscenza dei suoi mille progetti solisti e collaborativi (Tomahawk, Fantomas, Mr. Bungle, Mondo Cane, Lovage, Peeping Tom, ho perso il conto). Sa che può fare quel cazzo che vuole con la sua voce e il suo megafono, e si diverte a farlo. Ci sono diversi passaggi in cui Patton fa la vocina da crooner laido per poi distruggere tutto con urla selvagge e sempre intonatissime. Questi contrasti sono ormai il suo marchio di fabbrica.

Sol Invictus è meno schizoide di King For A Day, e più compatto di Album of the Year. La canzone che dá il titolo al disco è del tutto trascurabile. Le migliori, a mio avviso, sono Cone of Shame, Separation Anxiety and Rise of the Fall. I temi trattati vanno dalle uova fritte alle invettive alla morte. Il brano che chiude l’album, From the Dead, secondo me è una presa per il culo di quelli che ascoltano solo Easy, Take This Bottle e le altre canzoni melodiche; ma io come sempre sospetto che non vi sia alcun significato particolare nei testi, anche se alcune parti suonano bene:

Set aside the scruples in a stratagem of strain
A smallpox-laden blanket, invisible with stains
Inoculated bastards, bloody pecked pain
Distemper has a hold, distemper has a hold
We took a second sip from a cup we made of bones
The first it was a ruse, a trick so aptly thrown
The truth is that our youth was a carpet laid with stones (Motherfucker)

Bisogna apprezzare non solo la qualità di questo album, ma anche e soprattutto la geniale creatività cazzona di questo gruppo, che  – piaccia o meno – va per la sua strada. Per le migliaia di fan attualmente giubilanti, Sol Invictus è un bellissimo regalo; e la cosa forse più bella è che sui vari social media, i Faith No More hanno più volte ringraziato i loro fan per l’attesa e la fiducia, dimostrando di essere una delle poche band che crede ancora in un rapporto reciproco col proprio pubblico.

Robert Plant – lullaby and…the Ceaseless Roar

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 14, 2014

Questo signore migliora con gli anni.

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Robert Plant torna con i Sensational Space Shifters e dopo la piacevole anteprima offerta durante i concerti della tournée estiva finalmente arriva l’album intero.

Psichedelia a go go. Ritmi africani. La voce inconfondibile e mai sopra le righe, perché non c’è più bisogno di urlare come 40 anni fa. Pochi al mondo riescono a cantare il rock anche senza urlare, e Plant è uno di questi. Soprattutto adesso, soprattutto alla luce dell’ennesimo rifiuto di riunire i Led Zeppelin con buona pace di Page il quale sembra ancora prigioniero del suo glorioso passato e di fatto non produce nulla di nuovo da eoni.

Tornando a lullaby and…the Ceaseless Roar, va detto che è un prodotto molto particolare e secondo me non è immediatamente accessibile, per questo va ascoltato con attenzione. Ci sono canzoni che entrano subito in testa come il singolo Rainbow (già ascoltata in una splendida versione a Piazzola lo scorso luglio), l’iniziale Little Maggie (che vede la fusione di banjo, kologo ed elettronica, quest’ultima affidata a John Baggott, collaboratore tra gli altri di Massive Attack e Portishead, ok?) e Embrace Another Fall nella quale l’ultimo verso è cantato in gallese; Somebody There è furba al punto giusto e lo stesso si può dire per Poor Howard. A Stolen Kiss è una ballata matura e di bellezza quasi straziante, mentre le conclusive Up On The Hollow Hill e Arbaden sono altri viaggi affascinanti tra radici africane e modernità europea (e ai limiti del Bristol sound, anche qui la mano di Baggott si fa riconoscere).

Plant gioca con i ritmi, riscopre e reinterpreta il blues, inserisce richiami ai Led Zeppelin (il primo verso di Pocketful of Golden vi ricorda qualcosa?) ma senza mai dare il tono di un’operazione nostalgica, anzi. L’intento di cercare di trovare una nuova chiave interpretativa è chiaro e raggiunto in maniera eccellente grazie anche a un ensemble di musicisti di notevole caratura (il lavoro svolto con le chitarre è molto interessante, se fossi un’insegnante di musica farei ascoltare l’album ai miei allievi) nel quale trova grande spazio il gambiano Juldeh Camara. Da notare che parte delle canzoni proviene dalla tradizione del blues, ma non si tratta del “saccheggio” del quale sono stati accusati i Led Zeppelin: il costrutto sonoro creato da Plant e dalla band si sposta tra l’Africa e il Galles, passando per l’Inghilterra e il sud degli Stati Uniti che il nostro eroe ha ripercorso nelle prove recenti di Raising Sand, con Allison Krauss, e Band of Joy datati rispettivamente 2007 e 2010. Una miscela nuova che funziona benissimo.

Se questo non è il miglior album solista di Plant poco ci manca: è bello vedere che a 66 anni suonati c’è ancora qualcuno che ha voglia di andare alla ricerca di suoni diversi. E a differenza di colleghi coetanei o ben più giovani non ha perso la voglia di cercare, sperimentare e confrontarsi, e questo è segno della grandezza dell’artista.

P.s. A proposito di Rainbow, Plant tramite Facebook ha indetto un concorso per la creazione di un videoclip per la canzone. Tra i partecipanti c’è anche un mio vecchio compare di avventure che ha fatto un lavoro semplice ma davvero bello e che, a parer mio, si sposa alla perfezione con la canzone e ci tengo a farvelo vedere. Spero vi piaccia.

U2 – Songs Of Innocence

Posted in dischi, mezze stroncature by Ares on settembre 11, 2014

Visto che era gratis, l’ho scaricato…

u2

(…e me ne sono pentito nda)

Allora, il disco viene presentato come un omaggio della band a fatti, persone, luoghi che hanno giocato un ruolo importante nella storia del gruppo. Quindi omaggio ai Ramones, a Joe Strummer, ai Beach Boys, alla moglie di Bono, alla mamma di Bono, alla strada dove è cresciuto Bono (Cedarwood Road, Ballymum, Dublino…cristiddio che posto…) e altre cose che ha fatto/visto/sentito Bono. Più o meno è così che viene presentato l’album, non mi sto inventando niente.

Ho letto queste cose mentre ascoltavo l’album, e ho sentito un vento gelido che mi attraversava. Perché sono cose che mi mettono un sacco di dubbi: quando una band che è in attività da più di 30 anni fa un disco del genere il pericolo dell’autoreferenziale estremo è palpabile. È un vero album fatto da una band che lavora insieme o le voci di corridoio che sentivo anni fa durante il mio soggiorno in Irlanda erano/sono vere (band ai ferri corti da anni, stanno insieme per soldi e per onorare i contratti)?

Quello che non riesco a non pensare è che questa mossa con Apple sia la più colossale mossa di marketing mai effettuata dagli U2, e queste canzoni in realtà non siano altro che degli scarti di magazzino messe da parte per la prima occasione buona.

Bono: “Ragazzi, Apple ci riempie di soldi per un nuovo album da lanciare a settembre 2014 assieme al nuovo iPhone, l’orologio e sailcazzocos’altro. Abbiamo delle canzoni?
Gli altri: “Scarti degli ultimi 10 anni, ci siamo rotti le palle di averti attorno ma abbiamo un contratto da rispettare. Prendi quelle, chiama chi vuoi a produrre ma lasciaci in pace.
Bono: “Ok ciao.”
Gli altri: “Oh Bono, ‘spetta un secondo…
Bono: “Cosa…”
Gli altri: “La Apple si mette a fare orologi?
Bono: “Si, non è meraviglioso?
Gli altri: “Ok, fattene mandare un po’ per amici e parenti assieme ai soldi.”
Bono: “Dai ragazzi, va beh approfittarsene ma a tutto c’è un limite…”
Gli altri: “Com’era la storia del biglietto aereo per il tuo cappello?
Bono: “Stronzi. Ok, avete vinto.”
Gli altri: “Oh Bono, un’altra cosa…”
Bono: “Cosa…”
Gli altri: “Prendi tutto quello che trovi, così facciamo un doppio album ma lo pubblichiamo in due momenti diversi, come Use Your Illusion dei Guns’n’Roses.”
Bono: “Grandi, ottima idea!”

E non a caso pare sia in arrivo anche Songs Of Experience, il che dimostra come i quattro conoscano William Blake.

Ecco cosa sta succedendo.

Siamo di fronte all’ultimo (o ultimi) album degli U2.

Poi sospetto lo scioglimento (e cosa ne sarà di Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr non voglio saperlo).

Ok, ma le canzoni? Si chiederà qualche lettore…
Le canzoni sono delle normali canzoni degli U2, infarcite di richiami agli anni 80, con i synth, e certi arpeggi che sembrano arrivare da The Joshua Tree. Voglia di inventare pochissima, probabilmente esaurita. Ed è una cosa che è fisiologica, ci mancherebbe altro. Forse manca l’interesse, cosa che finirebbe con l’essere una sorta di conferma dei più oscuri pensieri.

Forse davvero non gliene frega più nulla.
Non è un disco che lascia il segno e resta nella scia dell’ultima produzione come No Line On The Horizon e How To Dismantle an Atomic Bomb.

 

Jack White – Lazaretto

Posted in dischi, musica by Ares on luglio 18, 2014

Il nuovo album di Jack White

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In realtà non credo ci sia tanto da dire. Conosciamo bene Jack White e il suo stile, e il nuovo lavoro Lazaretto è solo un altro pezzo dell’opera di questo moderno bluesman-rocker-cantautore (o chiamatelo come vi pare). Disco che nasce, a quanto riferito dallo stesso musicista, dal ritrovamento di vecchi scritti di quando era adolescente: poesie, racconti, altro.

Stile inconfondibile, con le solite chitarre infarcite di fuzz e octaver che sono un po’ il marchio di fabbrica delle canzoni di White degli ultimi anni, specie in ambito solista e con i Dead Weather (anche se in quest’ultimo caso siede alla batteria). Ci sono anche strani echi beatlesiani (il pianoforte in Alone In My Home), ballate un po’ folk come Temporary Ground, blues come l’iniziale Three Women (in realtà ripresa da un vecchio brano di Blind Willie McTell), pezzi strumentali e canzoni che virano più sul rock alternativo al quale Jack White ci ha già abituati nel corso della sua carriera (The Black Bat Licorice).

Disco godibilissimo e che non fa altro che confermare la bravura e il talento indiscusso dell’autore. In attesa del prossimo capitolo, da solista o magari con i Dead Weather, oppure un progetto completamente nuovo. Aspettiamo di vedere cosa bolle in pentola.

Chris Robinson Brotherhood – Phosphorescent Harvest

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 22, 2014

Nuovo album per la Chris Robinson Brotherhood.

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Il cantante di Atlanta, messi in pausa (di nuovo) i Black Crowes, riunisce la sua Brotherhood e pubblica questo Phosphorescent Harvest che, e lo si capisce bene da titolo e copertina, sa molto di psichedelia e ancor di più di folk.

Diciamo subito che l’album è godibile, ma solo se vi piacciono le atmosfere tranquille e pacate di un certo tipo di rock americano e se vi piace passare intere giornate ad ascoltare i Grateful Dead…oppure se siete strafatti, e non a caso tra le note di produzione del disco c’è una scritta che dice “Blessed Are The Trip Takers”.

Album molto molto particolare, i fan dei Black Crowes resteranno perpelessi.

L’album si apre con Shore Power, che potrebbe quasi passare per un moderno soul o rhythm’n’blues, ma con quel synth mostruoso ci fa subito capire che i successivi 60 minuti saranno complicati.

Badlands Here We Come, Clear Blue Sky & The Good Doctor sono probabilmente gli episodi migliori dell’album, vale a dire quelli in cui la band sembra abbastanza concentrata per tutta la durata della canzone. Ci sono altre lunghe canzoni ben strutturate come Burn Slow e Wanderer’s Lament, ma quello che traspare dall’ascolto è che manchi un vero filo conduttore: sembra quasi che abbiano fatto lunghe improvvisazioni dicendo “vediamo un po’ dove andiamo a finire”. Per esempio, l’ultima traccia che si trova (solo) nel cd, che roba è? Cosa rappresenta?

Buon disco, fosse stato solo un po’ più “a fuoco” staremmo parlando di un lavoro di ben altro spessore. Riascoltando i lavori precedenti rimane proprio la sensazione di una band innegabilmente molto valida, ma con la tendenza a perdersi strada facendo. Va anche detto che questo Phosphorescent Harvest deve essere ascoltato più volte prima di essere digerito del tutto, non lasciatevi ingannare dal primo impatto.

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