Le Grandi Recensioni

Luce e Ombra. Incontro con Jimmy Page.

Posted in libri, musica by Ares on maggio 20, 2015

Mesi che non aggiorno il blog
Questo è un libro molto interessante. E’ scritto bene, tradotto così così, e si legge in un attimo.

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Brad Tolinski è un giornalista musicale, redattore capo di Guitar World, e ha raccolto alcuni dei tanti colloqui avuti nel corso degli anni con Jimmy Page, noto per essere sempre stato piuttosto schivo e diffidente nei confronti dei giornalisti.

I capitoli e le relative domande/risposte offrono un ritratto molto esaustivo dell’ex leader dei Led Zeppelin, in verità un uomo che ha fatto molte altre cose e che ha giocato un ruolo fondamentale nel definire il concetto di musica rock sia come chitarrista ma anche come fonico, produttore e per aver saputo definire il concetto e il personaggio della rockstar.

Page racconta tutta la sua carriera, dagli inizi come giovane sessionman al passaggio negli Yardbyrds, il suo rapporto con altri mostri sacri della chitarra quali Eric Clapton e Jeff Beck, l’epopea dei Led Zeppelin, il lavoro in studio e il suo pensiero come fonico e produttore, le chitarre, i progetti paralleli, il suo interesse per l’esoterismo. Il tutto intervallato da altri interventi di colleghi e amici che vanno a completare il ritratto di uno dei personaggi fondamentali della musica degli ultimi 50 anni.

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Robert Plant – lullaby and…the Ceaseless Roar

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 14, 2014

Questo signore migliora con gli anni.

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Robert Plant torna con i Sensational Space Shifters e dopo la piacevole anteprima offerta durante i concerti della tournée estiva finalmente arriva l’album intero.

Psichedelia a go go. Ritmi africani. La voce inconfondibile e mai sopra le righe, perché non c’è più bisogno di urlare come 40 anni fa. Pochi al mondo riescono a cantare il rock anche senza urlare, e Plant è uno di questi. Soprattutto adesso, soprattutto alla luce dell’ennesimo rifiuto di riunire i Led Zeppelin con buona pace di Page il quale sembra ancora prigioniero del suo glorioso passato e di fatto non produce nulla di nuovo da eoni.

Tornando a lullaby and…the Ceaseless Roar, va detto che è un prodotto molto particolare e secondo me non è immediatamente accessibile, per questo va ascoltato con attenzione. Ci sono canzoni che entrano subito in testa come il singolo Rainbow (già ascoltata in una splendida versione a Piazzola lo scorso luglio), l’iniziale Little Maggie (che vede la fusione di banjo, kologo ed elettronica, quest’ultima affidata a John Baggott, collaboratore tra gli altri di Massive Attack e Portishead, ok?) e Embrace Another Fall nella quale l’ultimo verso è cantato in gallese; Somebody There è furba al punto giusto e lo stesso si può dire per Poor Howard. A Stolen Kiss è una ballata matura e di bellezza quasi straziante, mentre le conclusive Up On The Hollow Hill e Arbaden sono altri viaggi affascinanti tra radici africane e modernità europea (e ai limiti del Bristol sound, anche qui la mano di Baggott si fa riconoscere).

Plant gioca con i ritmi, riscopre e reinterpreta il blues, inserisce richiami ai Led Zeppelin (il primo verso di Pocketful of Golden vi ricorda qualcosa?) ma senza mai dare il tono di un’operazione nostalgica, anzi. L’intento di cercare di trovare una nuova chiave interpretativa è chiaro e raggiunto in maniera eccellente grazie anche a un ensemble di musicisti di notevole caratura (il lavoro svolto con le chitarre è molto interessante, se fossi un’insegnante di musica farei ascoltare l’album ai miei allievi) nel quale trova grande spazio il gambiano Juldeh Camara. Da notare che parte delle canzoni proviene dalla tradizione del blues, ma non si tratta del “saccheggio” del quale sono stati accusati i Led Zeppelin: il costrutto sonoro creato da Plant e dalla band si sposta tra l’Africa e il Galles, passando per l’Inghilterra e il sud degli Stati Uniti che il nostro eroe ha ripercorso nelle prove recenti di Raising Sand, con Allison Krauss, e Band of Joy datati rispettivamente 2007 e 2010. Una miscela nuova che funziona benissimo.

Se questo non è il miglior album solista di Plant poco ci manca: è bello vedere che a 66 anni suonati c’è ancora qualcuno che ha voglia di andare alla ricerca di suoni diversi. E a differenza di colleghi coetanei o ben più giovani non ha perso la voglia di cercare, sperimentare e confrontarsi, e questo è segno della grandezza dell’artista.

P.s. A proposito di Rainbow, Plant tramite Facebook ha indetto un concorso per la creazione di un videoclip per la canzone. Tra i partecipanti c’è anche un mio vecchio compare di avventure che ha fatto un lavoro semplice ma davvero bello e che, a parer mio, si sposa alla perfezione con la canzone e ci tengo a farvelo vedere. Spero vi piaccia.

Led Zeppelin – IV

Posted in dischi, musica by Ares on novembre 16, 2011

In ritardo di qualche giorno…

8 novembre 1971, 40 anni fa, veniva pubblicato il quarto album dei Led Zeppelin.

Il lato A dell’album comprendeva: Black Dog; Rock and Roll; The Battle Of Evermore; Stairway To Heaven.

Il lato B: Misty Mountain Hop; Four Sticks; Going To California; When The Levee Breaks.

Non serve aggiungere altro…

Led Zeppelin – How The West Was Won

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on aprile 21, 2011

Spinto da un commento nel post dedicato a Live at Leeds ecco due righe a proposito di un ritrovamento che qualche anno fa provoco’ scompensi cardiaci e in generale un senso di gioia incontenibile.

La storia ce la racconta l’esoterico Jimmy Page il quale, durante una ricerca di materiale ledzeppeliniano, ebbe modo di recuperare la registrazione integrale e magnificamente conservata di un paio di concerti tenuti a Los Angeles nel 1972.

Led Zeppelin all’apice, freschi della pubblicazione di Houses Of The Holy, se avete letto Hammer of The Gods sapete che in quel periodo quei quattro erano la miglior band del pianeta e i fans sarebbero morti per loro. In piu’ Page stava cercando di far colpo su una tizia pazzesca e suonava più ispirato che mai.

Comunque sia, questo triplo live è un reperto di inestimabile valore per l’energia che trasmette e perché proprio come il lve degli Who è una testimonianza di che cosa doveva essere un concerto rock nell’epoca d’oro del rock, quando le band più’ in voga suonavano per 3 ore e si lasciavano andare a sperimentazioni e improvvisazioni e nessuno aveva da ridire nulla. Quindi dalle iniziali Immigrant Song e Heartbreaker si va a finire alla conclusiva Bring It On Home e in mezzo ci trovate una tranquilla versione da 25 minuti di Dazed and Confused o un’altra di simile durata di Whole Lotta Love; la parte acustica con Going To California e That’s The Way, e poi The Ocean e Stairway To Heaven, What Is and What Should Never Be e Since I’ve Been Loving You.

Ma la cosa ancor più figa è che quando venne pubblicato questo bel triplo cd arrivò nei negozi anche il suo socio dvd

La figata massima di questo cofanetto sta nel fatto che i dvd in questione coprono l’intera carriera dei Led Zeppelin, dal conceto alla Royal Albert Hall del 1969 fino al festival di Knebworth nel 1979, circa un anno prima della morte di Bonzo Bonham e la conseguente fine della band.

Gioielli del genere non dovrebbero mancare nella discoteca e videoteca di ogni rocker…

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Led Zeppelin – Physical Graffiti

Posted in dischi, musica by Ares on luglio 22, 2010

Si dice Led Zeppelin e si pensa immediatamente a Stairway To Heaven e Led Zeppelin IV…

Troppo facile, troppo banale.

Questo è il top dei Led Zeppelin, zero dubbi.

Physical Graffiti rappresenta l’apice creativo di Jimmy Page e soci alla metà esatta degli anni 70. Il 1975 è appunto l’anno di un doppio album che rappresenta la summa e la perfetta sintesi dei Led Zeppelin, l’album mastodontico che racchiude pezzi come l’iniziale e dirompente Custard Pie e poi In My Time Of Dying, Houses Of The Holy, Trampled Underfoot e Kashmir solo per il primo disco, mentre nel secondo trovano più spazio le atmosfere acustiche come Bron-Yr-Aur e rilassate con Down By The Seaside, ma è giusto citare altre ottime canzoni come In The Light, Night Flight e Sick Again.

Disco dal suono più aggressivo rispetto ai precedenti, sugli scudi John Bonham in stato di grazia assoluta e ispiratissimo. Ma anche gli altri non sono certo da meno: la voce di Plant è il solito urlo primordiale, Page disegna del rock blues psichedelico con la chitarra mentre John Paul Jones ricama arrangiamenti e linee di basso che i comuni mortali non sono nemmeno in grado di sognare.

All’epoca quest’album venne semidistrutto dalla solita critica ignorante: troppo lungo, dicevano…troppe canzoni inutili, ritenevano…Ten Years Gone o Black Country Woman (registrata in giardino di casa Page – se ben ricordo – con tanto di rumore d’aereo all’inizio) non possono essere considerate dei tappabuchi. Sono solo altre espressioni del genio ledzeppeliniano.

Physical Graffiti, capolavoro. Un lavoro ambizioso prima che il Destino iniziasse a voltare le spalle alla band, prima di scivolare nel delirio, prima della Fine.

Stephen Davis – Hammer Of The Gods

Posted in libri, musica by Ares on aprile 21, 2010

Questo libro è conosciuto per essere la migliore biografia sui Led Zeppelin, o una delle migliori.

Se metà delle cose che sono raccontate nel libro sono vere, allora i Led Zeppelin sono il Male assoluto.

John Paul Jones a parte, troppo bravo e tranquillo, gli altri tre erano i diavoli in carne e ossa. John Bonham su tutti: avete presente lo stereotipo dell’inglese gran bevitore che appena èsbronzo diventa un selvaggio violento da abbattere a fucilate? Ecco…lui…un animale. Tanto che, scrive l’autore, arrivarono a un punto in cui venne dato ordine di non dire a Bonham dove fossero gli altri (feste, locali, casa, eccetera) per paura che lui potesse arrivare, ubriacarsi e sfasciare tutto (cosa che, puntulamente, accadeva).

C’è di tutto: danni in albergo, droga, groupies e tanta, tantissima musica, uno spaccato di cultura rock degli anni 70, quando l’utopia hippy era ormai morta, Woodstock un ricordo sbiadito e il rock entrava nella sua epoca d’oro.

Ma troviamo anche il lato più oscuro e tragico della band: l’influenza di personaggi come Aleister Crowley su Jimmy Page, la prematura scomparsa del figlio di Robert Plant e quella di John Bonham che decretò la fine della band.

Ovviamente, i membri superstiti lo hanno bollato come un mucchio di merda fumante, pieno di errori, inesattezze, invenzioni.

Comunque sia, un libro piacevole consigliato agli appassionati e ai curiosi.

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