Le Grandi Recensioni

Alice In Chains – Dirt

Posted in dischi, musica, richieste by Ares on dicembre 18, 2011

Oggi lascio la parola a Bixx, questo il suo pensiero.

Ho comprato “Dirt” in cassetta, perché non avevo ancora lo stereo con il lettore CD. Era una cassetta con un piccolo difetto, un graffio sulla scatoletta di plastica, e per questo era scontata. Era il 1995, io avevo quattordici anni e solitamente passavo i sabati pomeriggio a Treviso, girando per le strade del centro con un’amica e facendo una puntata obbligatoria al negozio di dischi vicino alla stazione.

Gli Alice in Chains li conoscevo perché No Excuses (da Jar of Flies) passava spesso in radio in quegli anni, e un’amica mi aveva fatto una cassettina con varie canzoni rock tra le quali, appunto, No Excuses. Guardavo MTV da un po’ di anni – uno dei primi ricordi che ho è proprio la frequenza con cui passavano il video di Smells Like Teen Spirit – e registravo diversi video e programmi come Headbangers Ball (che lo facevano di notte, ma io avevo imparato in cinque secondi a programmare il videoregistratore). Così avevo conosciuto il cosiddetto grunge. Ne parlavano anche alcuni articoli nei giornali italiani, di questi giovani con i berretti di lana, le camicie di flanella, provenienti da Seattle, che si vestivano male ed erano i precursori della odierna piaga sociale del manifestante socialmente impegnato.

E ascoltavano la musica grunge.

Io ero una giovane secchiona di campagna in prima superiore. L’atmosfera stantia del liceo iniziava a starmi stretta, e avevo capito ben presto che mai avrei potuto accodarmi allo stuolo di ragazze trendy, quelle a cui la pubertá aveva donato esteticamente. Con me la pubertà non era stata gentile per nulla, ed ero massiccia e avevo gli occhiali da vista che dovevo portare sempre. Il grunge mi sembrava un’ottima scelta di vita, dato che a quattordici anni era imperativo scegliere un’identità, e farlo in fretta. Nel mio caso, poi, si trattava di sfuggire all’imminente etichettatura di sfigata secchiona. Secchiona sarei rimasta perché mi faceva comodo e i voti alti garantivano sprazzi di libertà che i miei genitori, non esattamente liberali, mi avrebbero altrimenti negato.

E dunque era possibile barattare un 9 in latino con un pomeriggio a Treviso e una mancia da spendere in musica.

Tornata a casa poco prima di cena, ero corsa in camera mia e avevo messo la cassetta nel registratore, non prima di aver estratto il libretto coi testi. Capite, ero secchiona e adoravo l’inglese, ero curiosissima di capire tutte quelle espressioni che usavano su MTV, mi sembrava la cosa più importante del mondo (ancora ricordo il giorno, anni prima, in cui avevo scoperto in un dizionario di inglese aggiornato – che io usavo quello appartenuto a mio padre – che “gonna” era una contrazione di “going to”. Mi sembrava di aver scoperto l’America).

Mi sono seduta sul tappet rosso vinaccia con gli orsi polari disegnati e ho schiacciato play e

AAAH! AAAH! AAAAH!

L’inizio di Them Bones.

L’inizio di Them Bones è il motivo per cui ricordo tutti questi dettagli di un sabato di sedici anni fa. Proust aveva i biscottini, io ho Them Bones. L’inizio di Them Bones mi ha spaccato il culo. Avevo già ascoltato hard rock e heavy metal, ma questo era diverso. Questo era cattiveria e malattia; era una cosa che non conoscevo. Droga, dolore, dipendenza? Rabbia?

Gonna end up a big ole pile a them bones, leggevo e già tentavo di decrittare quel “them” accanto a “bones”.

Dopo un paio di canzoni mia mamma mi ha chiamata, che era pronta la cena. Quella sera mi ricordo che avevo quasi paura di ascoltare tutto l’album, perché ogni canzone era peggio della precedente, come gironi infernali (non che avessi letto Dante, al tempo), un’oscurità senza uscita, le voci di Staley e Cantrell a creare cori dissonanti e profondamente malati. Mi ricordo benissimo che alla fine non stavo tanto bene; ero scossa, quell’ora e qualcosa di Dirt mi aveva fatto quasi male.

Ad oggi, considero l’esplosione di suoni in Rooster come una delle migliori del rock. Il giro di basso di Would? rimane insuperato. Ma ho difficoltà ad isolare brani singoli in Dirt. Per me rimane una specie di concept album che parla di oppressione e disgusto. Un disco che va ascoltato tutto intero dove il filo conduttore è una strana atmosfera ipnotica, che ti fa male ma da cui non riesci a uscire.

È difficile descrivere l’impatto esistenziale di un disco senza sembrare sentimentali o patetici. Ma sono lucida e sincera quando dico che quel sabato sera, accucciata sul tappeto, mi si è aperto un mondo. A volte penso che avrei quasi preferito essere più vecchia, aver conosciuto il grunge a vent’anni, con maggiore consapevolezza e distanza critica. A volte penso che Dirt mi abbia parzialmente rovinato la vita, mostrandomi la faccia del disgusto e della depressione in un momento in cui ero facilmente impressionabile. Forse sarei stata più estroversa e ottimista, se i miei anni adolescenti li avessi passati con gli AC/DC.

Ma alla fine va bene così.

Da padrone-despota del blog aggiungo il mio ricordo.

Ho conosciuto gli Alice In Chains alla fine del 1992, facevo la terza media. MTV era appena arrivata, i Nirvana e i Pearl Jam si potevano ascoltare ogni 5 minuti, si parlava del grunge e di Seattle, una città che conoscevo solo perché casa dei Seattle Supersonics (squadra NBA ormai estinta nda). Avevo iniziato a suonare la chitarra da pochi mesi e un giorno, mentre guardavo Videomusic, vidi la pubblicità di una band a me sconosciuta…Alice In Chains…Dirt…boh?

La pubblicità prendeva spezzoni da un paio di videoclip, Them Bones e Would?, e quei ritornelli mi sono entrati in testa all’istante, e poco dopo, una volta finito lo stacco pubblicitario ecco che vidi per la prima volta il video di Them Bones.

Folgorazione, come San Paolo sulla via di Damasco. Un mondo che si apre.

Riuscii ad ascoltare Dirt grazie a una cassetta registrata da un compagno di scuola, ma dovetti aspettare il mio compleanno perché potessi avere la mia copia dell’album. E ascoltarlo per intero fu una mazzata. E lo e’ ancora adesso. 

Dirt è la faccia malata e sporca del grunge, una summa della negatività, l’essenza stessa della ‘denial’ di cui cantava Kurt Cobain. E mi piaceva, e mi piace ancora adesso, e mai potrei fare a meno di quel disco e quella band. Ascoltare Dirt ha cambiato la mia percezione della musica, il riff di Dam That River e Angry Chair mi hanno letteralmente sconvolto. E anche in questo momento, mentre riascolto per l’ennesima volta questo capolavoro, ringrazio il destino per avermi reso abbastanza cosciente e recettivo per poterlo capire e apprezzare. 

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18 Risposte

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  1. mp said, on dicembre 19, 2011 at 13:22

    Concordo con entrambi: “Dirt” è un disco invecchiato splendidamente. Io ho avuto la fortuna di ascoltarlo con qualche anno in più sulle spalle. Ero già all’università (con un’adolescenza, tra l’altro, trascorsa proprio in compagnia di AC/DC, Accept, Scorpions e allegra compagnia). Ma ciò non toglie che ancora oggi, per me, ogni volta che inizia a suonare è un po’ come trovarsi di fronte ad una colata di pece nera e bollente che avanza ad ondate. Complimenti ad entrambi per il bel post.

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  2. FDV said, on dicembre 21, 2011 at 10:47

    immagino solo che ora queste emozioni gli adolescenti le provino ascoltando il cd di justin bieber…..
    anche se spero solo che torni qualcosa di genuino come questa musica

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    • Ares79 said, on dicembre 21, 2011 at 19:37

      Anch’io lo spero, ma non mi illudo.

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  3. Attila said, on dicembre 28, 2011 at 14:06

    Io sono sempre stato onnivoro in tema di musica, per cui, nel ’92, potevo avere nel walkman Dirt degli Alice in Chains come Madman’s Return degli Snap o come Great Expectations di Tasmine Archer.

    Dirt mi è sempre sembrato un album sincero, fatto di suoni grezzi, di cori disperati, di tutto quello spirito che l’anno prima balzato agli occhi del mondo in Smell Like a Teen Spirit, però più devastante.

    Lo so che ritorno sempre sulla stessa polemica, però è per aver ascoltato dischi come Dirt che io reputo i Pearl Jam falsi come una moneta da 3 euro.

    Cordialità

    Attila

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    • Ares79 said, on dicembre 29, 2011 at 08:51

      “è per aver ascoltato dischi come Dirt che io reputo i Pearl Jam falsi come una moneta da 3 euro.”

      92 minuti di applausi!!!!

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      • massimo said, on gennaio 3, 2012 at 13:47

        Che gran cazzata, rispetto x Alice ma senza sparare enormimegacazzate.. ed impara ad ascoltare, con affetto, ciao..

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      • Ares79 said, on gennaio 3, 2012 at 15:50

        Ecco il fenomeno…immagino sia tu che possa insegnare “ad ascoltare”…senza affetto né rispetto, addio.

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  4. Francesco said, on gennaio 4, 2012 at 11:35

    Immagino invece sarà Ares a spiegare a tutti i motivi della falsità dei PJ con una specifica arringa musicofila-sociale sulla band…

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    • Ares79 said, on gennaio 4, 2012 at 15:11

      Non so se “falsi” sia la parola giusta. Quello che penso sui Pearl Jam, cosa che ho avuto modo di spiegare anche in passato, è questo: personalmente, dopo Ten non ho più sentito quella furia che mi aveva fatto venire la pelle d’oca. Alle mie orecchie si sono rapidamente trasformati in una rock band che non è più riuscita a comunicarmi nulla tranne in qualche raro episodio-canzone come Daughter, Animal e Spin The Black Circle. Fine.
      Ho provato ad ascoltarli ancora nel corso degli anni ma niente, non colgo nulla, li sento stanchi da una vita e per questo ormai evito la loro produzione musicale preferendo altri artisti, altri cantanti, altre band.
      Non si arrabbino i sostenitori di Vedder e soci, ma a me davvero non piacciono. Semplice questione di gusti.

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  5. Francesco said, on gennaio 4, 2012 at 15:49

    Ecco, allora non diciamo falsi. Diciamo “non ispirati” che è diverso, più specifico e meno offensivo. Da buon sostenitore di Vedder e co. ammetto una “stanchezza” compositiva dovuta all’età (quindi fisiologica, non c’è nulla di male in questo) ma del tutto recente. Dopo “Ten”, se avessero continuato a partorire cieche sfuriate rock credo sarebbero finiti a fare i conti con un’autoreferenzialità senza possibilità di sviluppo. Dischi come “No Code” e “Yeld” (siamo ben oltre la fase dell’esplosione del “Seattle sound”) hanno dimostrato un’altra sensibilità nel comporre che può anche non piacere ai primi sostenitori (e anche questo non è un male) ma non può essere ritenuta da loro “falsa”. Soprattutto considerando che hanno a che fare con una major, e non mi pare si siano mai addomesticati per esigenze commerciali. Nemmeno con “Backspacer” dove hanno palesemente cercato di trovare nuove strade con un esay rock che nemmeno io riesco a farmi piacere del tutto, anzi, mi rende scettico sulle sorti del nuovo disco in preparazione. Ma da buon fan attendo impaziente confidando sulle loro induscusse qualità.
    Come dici tu, questione di gusti.

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    • Ares79 said, on gennaio 4, 2012 at 17:07

      “Falsi” o “non ispirati” non importa. Il commento di Attila lo trovo perfettamente centrato perché per me Dirt spazza via i Pearl Jam. Credo che Attila volesse intendere questo con “falsi”: cioè che il furore, la rabbia, la disperazione degli Alice In Chains erano reali, mentre la rabbia e il furore dei Pearl Jam solo il frutto di un particolare momento e non autentici…sempre se ho capito bene il senso del suo commento.
      Possiamo star qui a commentare in eterno, ma avremmo bisogno di un nuovo intervento chiarificatore di Attila.
      Evitiamo solo di scannarci: non siamo mica i talebani di Vasco o Ligabue o, vedi esempio di qualche mese fa, dei Dream Theater…non ho certo voglia di litigare sui gruppi che hanno segnato la mia adolescenza.

      Attila? Qualcosa da aggiungere o chiarire? Non lasciarci soli!

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      • Francesco said, on gennaio 4, 2012 at 21:16

        Ma assolutamente! Litigare di musica la trovo una cosa assurda (e parlo per diretta esperienza). Sono opinioni, espresse in libertà e senza offendere nessuno.
        Capisco la vostra obiezione, ma non posso condividerla perchè conosco la storia dei PJ per poter affermare il contrario. Anche qui, secondo me, va posta una differenza di fondo: la rabbia espressa dagli Alice è una rabbia diversa dalla band di Vedder, ma non vedo in questa differenzazione un elemento di fondo che stabilisce quale delle due sia autentica: sono soltanto diverse.
        E’ una rabbia esistenziale, anche sociale quella dei PJ; molto più intima e personale quella degli Alice, ma trovo molto punti di raccordo tra le due band essendo composta da memebri della stessa generazione.
        E poi il grunge (o meglio la scena di Seattle) non è sinonimo soltanto di rabbia repressa e depressioni post sballo: prendete i Mudhoney, o i Mother Love Bone, band che hanno segnato la scena caratterizzandosi per liriche e sonorità tutt’altro che disfattiste.
        Vi concedo che Gossard ha sempre ammesso di voler arrivare lontano con i PJ, passando pure dalle major. Ma la loro coerenza ha fatto si che non ci si possa pentire di averli seguiti fino ad oggi. Ed è così che gli si perdona pure qualche svolta easy listening recente.
        Comuque, per restare in tema, adoro gli Alice e questo loro disco. Reputo “Would?” un pezzo simbolo di tutto il movimento.

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  6. xemacorex said, on gennaio 6, 2012 at 19:27

    Gran disco. Finito nel calderone grunge un po’ per forza, ma bellissimo.

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  7. xemacorex said, on gennaio 8, 2012 at 13:48

    Secondo me sì, cioè: loro erano ben più esplicitamente metallici dei loro colleghi dell’epoca. Parliamo comunque di un disco di immensa statura.

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  8. Sant Antonio Rocker said, on gennaio 9, 2012 at 11:08

    Alice in Chains persi in toto; mi riprometto sempre di recuperarli e poi non lo faccio mai.

    Comunque, a proposito di folgorazioni sulla via di Damasco, la mia l’ho avuta con Americana degli Offspring a fine 98.

    ps: gran bel blog!

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