Le Grandi Recensioni

Marc Ford – Holy Ghosts

Posted in dischi, musica by Ares on agosto 21, 2014

A volte capitano delle belle sorprese

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Il nuovo album di Marc Ford è una di queste sorprese: l’ex chitarrista dei Black Crowes degli anni 90 ha intrapreso una buona carriera solista. E se non fosse stato per il saggio consiglio di un vecchio compagno di serate chitarristiche non avrei mai pensato di ascoltare Holy Ghost.

E mi sarei perso un gran bel disco.

Precisazione: è un album per gli amanti del rock americano, quello fatto di chitarre acustiche, atmosfere tranquille, quelle che inevitabilmente ti portano a certi film, quando il protagonista a bordo di una macchina si mette in viaggio attraverso le lunghissime highway in mezzo a scenari naturali pazzeschi e ha il tempo per pensare ai fatti suoi, all’andare delle cose e dell’universo… o forse sta solo scappando.

Ma, per fortuna, queste canzoni vanno bene anche se con la macchina si attraversano solo le strade della provincia veneta, o se si è in ufficio a lavorare davanti allo stupido schermo di uno stupido pc.

Questo è Holy Ghost. Una manciata di canzoni che servono a ricordare che si può essere in pace anche quando tutto non va esattamente come si desidera.

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Tom Petty & The Heartbreakers – Hypnotic Eye

Posted in dischi, musica by Ares on agosto 13, 2014

4 anni di attesa…

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Accompagnato dai fidi Heartbreakers, Tom Petty ha appena sfornato Hypnotic Eye che al 6 agosto 2014 è in testa alle classifiche americane e canadesi (e un motivo dev’esserci…).

L’album si allontana un po’ dal precedente Mojo: l’atmosfera molto meno blues ci riporta a un certo tipo di rock’n’roll che il nostro eroe di Gainesville, Florida, non suonava da parecchio tempo. Per sua stessa ammissione lui e la band hanno cercato di fare un album di semplice rock come non lo facevano da tempo.

Non c’è il furore degli esordi, ma le canzoni sono come sempre molto ben costruite: ottime melodie, riff di chitarra semplici e perfetti (col solito immenso Mike Campbell) e testi che sono la quintessenza del rock americano. Disco da viaggi in macchina, anche lungo le strade di provincia, non serve essere per forza su una delle immense highway che attraversano gli States.

Buon ascolto.

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Jack White – Lazaretto

Posted in dischi, musica by Ares on luglio 18, 2014

Il nuovo album di Jack White

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In realtà non credo ci sia tanto da dire. Conosciamo bene Jack White e il suo stile, e il nuovo lavoro Lazaretto è solo un altro pezzo dell’opera di questo moderno bluesman-rocker-cantautore (o chiamatelo come vi pare). Disco che nasce, a quanto riferito dallo stesso musicista, dal ritrovamento di vecchi scritti di quando era adolescente: poesie, racconti, altro.

Stile inconfondibile, con le solite chitarre infarcite di fuzz e octaver che sono un po’ il marchio di fabbrica delle canzoni di White degli ultimi anni, specie in ambito solista e con i Dead Weather (anche se in quest’ultimo caso siede alla batteria). Ci sono anche strani echi beatlesiani (il pianoforte in Alone In My Home), ballate un po’ folk come Temporary Ground, blues come l’iniziale Three Women (in realtà ripresa da un vecchio brano di Blind Willie McTell), pezzi strumentali e canzoni che virano più sul rock alternativo al quale Jack White ci ha già abituati nel corso della sua carriera (The Black Bat Licorice).

Disco godibilissimo e che non fa altro che confermare la bravura e il talento indiscusso dell’autore. In attesa del prossimo capitolo, da solista o magari con i Dead Weather, oppure un progetto completamente nuovo. Aspettiamo di vedere cosa bolle in pentola.

Chris Robinson Brotherhood – Phosphorescent Harvest

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 22, 2014

Nuovo album per la Chris Robinson Brotherhood.

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Il cantante di Atlanta, messi in pausa (di nuovo) i Black Crowes, riunisce la sua Brotherhood e pubblica questo Phosphorescent Harvest che, e lo si capisce bene da titolo e copertina, sa molto di psichedelia e ancor di più di folk.

Diciamo subito che l’album è godibile, ma solo se vi piacciono le atmosfere tranquille e pacate di un certo tipo di rock americano e se vi piace passare intere giornate ad ascoltare i Grateful Dead…oppure se siete strafatti, e non a caso tra le note di produzione del disco c’è una scritta che dice “Blessed Are The Trip Takers”.

Album molto molto particolare, i fan dei Black Crowes resteranno perpelessi.

L’album si apre con Shore Power, che potrebbe quasi passare per un moderno soul o rhythm’n’blues, ma con quel synth mostruoso ci fa subito capire che i successivi 60 minuti saranno complicati.

Badlands Here We Come, Clear Blue Sky & The Good Doctor sono probabilmente gli episodi migliori dell’album, vale a dire quelli in cui la band sembra abbastanza concentrata per tutta la durata della canzone. Ci sono altre lunghe canzoni ben strutturate come Burn Slow e Wanderer’s Lament, ma quello che traspare dall’ascolto è che manchi un vero filo conduttore: sembra quasi che abbiano fatto lunghe improvvisazioni dicendo “vediamo un po’ dove andiamo a finire”. Per esempio, l’ultima traccia che si trova (solo) nel cd, che roba è? Cosa rappresenta?

Buon disco, fosse stato solo un po’ più “a fuoco” staremmo parlando di un lavoro di ben altro spessore. Riascoltando i lavori precedenti rimane proprio la sensazione di una band innegabilmente molto valida, ma con la tendenza a perdersi strada facendo. Va anche detto che questo Phosphorescent Harvest deve essere ascoltato più volte prima di essere digerito del tutto, non lasciatevi ingannare dal primo impatto.

North Mississippi Allstars – World Boogie Is Coming

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 26, 2013

I fratelli Cody (batteria) e Luther (chitarra e voce) Dickinson.
Chi sono? diranno i tanti che (purtroppo) non li conoscono…ebbene, i due ragazzi del Tennessee sono figli di tanto padre e sono una delle meravigliose realtà del blues e del rock rigorosamente Made in USA e World Boogie Is Coming e’ il nome del nuovo album dei due che insieme si fanno chiamare North Mississippi Allstars.

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Ora, questi non sono certo dei novellini (Luther ha fatto parte dei Black Crowes registrando gli ultimi due album e poi girando Stati Uniti ed Europa in lunghi tour, Cody oltre a suonare si diletta anche come regista) e sono figli di Jim Dickinson, uno dei più noti produttori. musicisti, cantanti della zona di Memphis (a noi dice nulla, ma dall’altra parte dell’Atlantico godeva di enorme reputazione), sono cresciuti a blues e rock’n’roll e potremmo inserirli in un filone di revival del blues che vede protagonisti tanti artisti bianchi come i ben più noti Black Keys o solisti come Seasick Steve, John Mayer, Kenny Wayne Shepherd, Joe Bonamassa e molti altri (sui nuovi bluesmen neri bisognerebbe fare un altro discorso).

Cos’hanno di speciale? A parere mio ne sanno più degli altri, merito probabilmente del fatto che il padre abbia prodotto lavori di personaggi come Otha Turner e soprattutto R.L. Burnside. Non a caso World Boogie Is Coming ha al suo interno pezzi dei citati artisti oltre a una straordinaria versione di Rollin’ and Tumblin’, My Babe di Willie Dixon, pezzi di altri mostri sacri come Bukka White e Sleepy John Estes e brani originali tra cui spicca Turn Up Satan scritta da Luther.

Scordatevi certe “furbate” che fanno l’occhiolino alle radio o puntano a diventare tormentoni (e chi ha orecchie per intendere…), a questi due non frega una mazza e vogliono solo continuare a suonare e fare la loro musica. Piacerà sicuramente agli amanti del blues, del southern rock e del rock’n’roll in generale, magari a qualche giovane chitarrista verrà voglia di scoprire i segreti della chitarra slide.

Album da ascoltare fino alla sfinimento.

P.s. La cosa figa e’ che all’interno del cd si trova un codice da inserire nel sito web della band in modo da scaricare l’album in formato mp3 più cinque bonus non inclusi nel cd e i video. Poi si dovrebbe anche discutere della nuova moda del packaging dei cd che rende estremamente scomodo estrarre il disco. Va bene eliminare la plastica, ma ogni volta rischio di sfasciare tutto…

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Midlake – Antiphon

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 16, 2013

Nuovo album per i Midlake, nuovo percorso per la band di Denton (Texas) orfana del precedente leader Tim Smith che ha preferito continuare da solo (e coi suoi tempi biblici aspetteremo ancora a lungo prima di risentirlo).

Il ruolo di leader lo ha assunto Eric Pulido, chitarrista.

Risultato? Antiphon.

Midlake-Antiphon

Per nostra fortuna i Midlake non sembrano aver risentito troppo dell’abbandono di Smith. Anzi, sembra che la nuova direzione presa sia sicuramente fedele al passato ma con una certa tendenza a smarcarsi da certe atmosfere languide (a volte pure troppo) dei lavori firmati da Smith come il precedente The Courage of Others.

In sostanza i nuovi Midlake si stanno trasformando in una band che sembra voler unire la matrice folk-rock con la psichedelia fine anni 60: citando nomi a caso si può pensare ai Pink Floyd di More, o alla cosiddetta “Scuola di Canterbury”, oppure (ri)pensare all’album d’esordio degli stessi Midlake, quel Bamnan and Slivercork che ormai quasi 10 anni fa aveva fatto conoscere questi ragazzotti prima del capolavoro The Trials of Van Occupanther del 2006.

L’album si apre con la title-track a cui segue l’ottima Provider (poi ripresa in chiusura del disco). Scivola per 43 minuti tra melodie eleganti e curatissime e in questi minuti vanno segnalati quelli occupati da Aurora Gone, Ages e Corruption oltre alla strumentale Vale.

È già successo in passato che una band abbia perduto il leader e che questo fatto abbia poi permesso al resto dei componenti di spiegare le ali e dare sfogo alle proprie idee e ambizioni. A volte è andata bene, altre volte male, ma nel caso dei Midlake ci sono tutti i presupposti per proseguire ancora a lungo e senza rischiare di perdersi per strada come successo ad altri. Speriamo sia così, c’è tanto bisogno di buona musica e questi texani dal gusto musicale tremendamente europeo possono aiutarci.

Robert Palmer – Deep Blues

Posted in libri by Ares on agosto 7, 2013

Premessa: questo libro non è mai stato tradotto in italiano ed è stato pubblicato nel 1980. Ergo, specie nelle ultime pagine, ci sono frasi che risultano datate.

Detto questo, se masticate l’Inglese e siete curiosi di conoscere la storia del blues e i personaggi che hanno contribuito a creare il genere musicale che ha dato vita al 90% di tutto quello che si ascolta oggi, questo è il libro che fa per voi.

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Robert Palmer racconta la storia di leggende come Charley Patton e Muddy Waters, Robert Johnson e Robert Lockwood Jr. fino ad arrivare ad Albert King, Ike Turner ed Elmore James. Ci racconta di negri e piantagioni, musicisti vagabondi, schiavi, che in un territorio grande quanto la Lombardia (forse anche meno) giravano per le fattorie e le cittadine, prima di spingersi poi verso città come Chicago, Memphis, New Orleans, Houston, Detroit, New York. E nelle baracche delle piantagioni e in cittadine come Helena o Greenwood posero le basi di un nuovo genere musicale.

E’ la storia del blues e delle sue radici che affondano nella cultura africana, nel voodoo. E’ la storia del blues e delle sue leggende come il “patto col diavolo”. E’ la storia del blues e dei suoi protagonisti, delle sue mille facce, della sua evoluzione.

E’ anche uno straordinario lavoro di ricerca su uno degli aspetti più importanti non solo della cultura americana del Ventesimo secolo, ma su un movimento che inconsciamente e senza nessuna reale intenzione ha avuto un impatto immenso nella musica moderna. Una vera rivoluzione nata dai più poveri e bistrattati, ma che in qualche modo ha finito poi per colpire una generazione di giovani musicisti oltreoceano, tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60. Una musica che ha contribuito alla nascita del rock’n’roll e ha formato generazioni di musicisti e che ancora oggi cattura e incanta con le sue storie.

Da avere nella propria biblioteca personale.

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Lincoln

Posted in cinema by Ares on febbraio 7, 2013

Non è che vado al cinema solo ed esclusivamente a guardare boiate, o grotteschi spargimenti di sangue, ogni tanto mi diletto anche con film seri. Per le cose assurde basta aspettare qualche mese, il 2013 promette bene.

Quindi ieri sera mi sono goduto questo:

lincoln

E Lincoln, ultima fatica di Steven Spielberg (e forse la sua miglior prova da regista), è un film come pochi.

Merito del regista, senza dubbio, ma senza la prova gigantesca di attori sublimi come Daniel Day Lewis, Tommy Lee Jones e una sorprendente Sally Field, probabilmente questo affresco degli ultimi mesi di vita del Presidente anti-schiavista sarebbe stato molto meno efficace.

Un Presidente tormentato e filosofo in un contesto, la Guerra Civile americana, che per noi può risultare un po’ difficile da comprendere del tutto specie se non si è ferrati in quella parte di storia dell’Ottocento ( dato che nelle nostre scuole di quel periodo si conosce solo il Risorgimento, o almeno quando andavo a scuola io la storia americana era trattata in modo piuttosto superficiale). Per questo possono sfuggire alcuni personaggi e possono risultare poco chiari alcuni aspetti, anche quelli più controversi.

Gran film, i premi che arriveranno, se arriveranno, saranno meritatissimi.

Masters Of Reality – Sunrise On The Sufferbus

Posted in dischi, musica by Ares on febbraio 1, 2013

Disco raro targato 1992…

sufferbus

Un regalo inaspettato mi ha messo in mano questa rarità, album di cui avevo un vago ricordo e che mai e poi mai avrei pensato di avere un giorno in mio possesso.

Comunque sia, i Masters of Reality sono davvero un gruppo di nicchia e godono della massima considerazione di gente piuttosto importante e affermata come Josh Homme e Mark Lanegan, tanto per citare un paio di nomi. E questo Sunrise oin the Sufferbus è (giustamente) considerato un piccolo compendio di quello che sarebbe stato il rock alternativo degli anni Novanta e inizio terzo millennio.

Non a caso il capitano di questa nave è Chris Goss, produttore (anche) di Kyuss, Screaming Trees, QOTSA e Stone Temple Pilots, che qui veniva accompagnato alla batteria da un Ginger Baker (sì, quello dei Cream) in stato di grazia.

Perché è un disco importante? Perché traccia sentieri che sarebbero poi stati seguiti dai capostipite di un genere, in particolare dai Kyuss. Non è un disco di rock arrabbiato e cupo, è un album di ottime canzoni in cui vengono riviste in chiave moderna le basi del rock moderno che proprio un personaggio come Baker aveva contribuito a scrivere un quarto di secolo prima con Jack Bruce ed Eric Clapton.

Tra elettrico e acustico, con un occhio anche a Neil Young (altro “padre spirituale” del rock alternativo), Sunrise on the Sufferbus scorre tra le ballate e i pezzi più tirati per quasi 45 minuti, bello tranquillo come bere un bicchier d’acqua. Tanto che finisce in fretta e non si può far altro che premere play un’altra volta e riprendere l’ascolto dall’inizio.

Difficile trovarlo, buona caccia.

Grant Lee Buffalo – Mighty Joe Moon

Posted in dischi, musica by Ares on gennaio 3, 2013

Un piccolo grande classico degli anni 90 caduto nel dimenticatoio senza ragione apparente.

Anno 1994, dagli Stati Uniti arriva grunge a palate, ma si intravedono all’orizzonte anche artisti diversi che propongono una miscela di rock e folk che avrebbe poi influenzato una buona fetta dell’odierna scena indie.

In particolare, ricordo che sulla vecchia Videomusic andavano a braccetto gli Jayhawks e i Grant Lee Buffalo, capitanati da Grant Lee Phillips.

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Mighty Joe Moon è probabilmente la migliore prova di una band che nell’ultimo decennio del Ventesimo secolo ha regalato una manciata di album di ottima fattura e che oggi, purtroppo, pochi ricordano. Un disco in bilico tra il rock più energico e aggressivo dell’esordio di Fuzzy, dell’anno precedente, e una vena più malinconica che trova la sua massima espressione in quella meravigliosa Mockingbirds che resta tra le pagine migliori della musica rock americana di quel decennio.

Sempre in bilico tra la tradizione e ventate di psichedelia rock, l’ascolto di Mighty Joe Moon scivola via lungo 13 canzoni perfette a partire dall’apertura di Lone Star Song e passando per Sing Along, la title-track, Lady Godiva and Me e alla chiusura di Rock of Ages. Un disco americano ma che suona molto “europeo”, e pur avendo le radici nell’opera di Neil Young e molti punti in comune con artisti contemporanei come i già citati Jayhawks o Automatic For The People dei R.E.M.

Un grande album, molto maturo nonostante fosse solo la seconda prova per la band. Purtroppo è stato quasi del tutto sepolto dagl ianni e dal passare delle mode, ma siete ancora in tempo per (ri)scoprirlo.

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