Le Grandi Recensioni

The Rolling Stones – Totally Stripped

Posted in concerti, dischi, documentari, DVD, musica by Ares on giugno 11, 2016

Dopo più di 20 anni dalla sua pubblicazione, torna in una veste aggiornata e ampliata uno dei lavori migliori delle pietre rotolanti.

Totally Stripped
Nel 1995 gli Stones erano pienamente entrati nella fase ultima della loro carriera: pubblicare un nuovo album a cui far seguire il megatour con annesso disco/video live, una routine che in sostanza si ripete da 20 anni. Ma il 1995 era anche l’epoca d’oro di MTV e dei concerti Unplugged, potevano le pietre rotolanti più famose del rock non dare la loro personalissima versione? Infatti venne pubblicato il magnifico Stripped che raccoglieva alcune registrazioni in studio e tratte da concerti molto intimi registrati in luoghi molto amati dalla band. L’album era un gioiello, band in gran forma e tanti classici del repertorio Stones con l’aggiunta di qualche cover tra cui forse la migliore interpretazione di Like a Rolling Stone mai sentita.
Ebbene, 21 anni dopo è arrivato nei negozi Totally Stripped, gustoso cofanetto da 1 cd + 4 dvd/Bluray (c’è anche la versione vinile) che raccoglie una versione rivista del disco del ’95 con una diversa scaletta, un documentario registrato all’epoca durante le registrazioni, e soprattutto i concerti completi tenuti al Paradiso di Amsterdam, Olympia di Parigi e Brixton Academy di Londra.
Imperdibile, non solo per gli amanti dei Rolling Stones. E non costa nemmeno uno sproposito, fatevi un favore e sarete delle persone migliori e più felici.

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Mongrel State – Mestizo

Posted in dischi by Ares on febbraio 28, 2016

I Mongrel State vengono da Dublino, ma in realtà hanno anima italiana, irlandese, spagnola e argentina. Sono musicisti che si sono fatti le ossa girando per anni in lungo e in largo per l’Irlanda e l’Europa fino a quando non sono riusciti a trovare la miscela ideale per proporre la loro musica.

E Mestizo è il loro primo album

mestizo

Che genere fanno? Nel mondo anglosassone il loro genere viene spesso definito “americana”, ovvero un mix tra folk, rock’n’roll, blues che in alcuni momenti può ricordare Johnny Cash o certe colonne sonore dei film di Quentin Tarantino.

Mestizo (“meticcio” in italiano e, appunto, “mongrel” in inglese) è proprio questo: un’immersione in un genere musicale di chiaro stampo statunitense ma filtrato attraverso le diverse provenienze dei singoli membri della band.

10 canzoni ben suonate e prodotte in quel d Dublino, tra le quali si fanno notare Stray Dogs, Monster, Zombies on the Highway e How Many More Times ma anche la strumentale Quiero Volver e la conclusiva Rainy Day con la sua lunga e suggestiva coda che fa tornare alla mente i vecchi film western di Sergio Leone.

Il disco lo trovate direttamente nel loro sito ufficiale o su iTunes. Fatevi un piacere e supportate chi fa buona musica.

Dream Theater – The Astonishing

Posted in dischi, mezze stroncature, musica by Ares on gennaio 27, 2016

È tradizione consolidata di questo blog che in occasione di un nuovo lavoro dei Dream Theater io lasci la parola a uno dei massimi esperti mondiali sull’argomento, il professor Crotaloalbino. Quindi, ecco a voi la recensione di The Astronishing, tredicesimo album della band di John Petrucci e soci. Buona lettura.

Per la serie: Fave di Fuca in formato audio…

theastonishing-dt
Raddoppia la tua libertà intestinale con i Dream Theater, hey! Se per caso dovessi trovarti ad affrontare un brutto caso di intestino pigro e se tale condizione ti tormentasse da più a lungo del previsto, be’, vecchio mio: puoi recarti presso il tuo rivenditore di ciddì di fiducia, tirare fuori un paio di dieci euri – o quello checcazz’è – e procurarti la tua copia del doppio disco in studio della più celebre prog-metal band del pianeta. Dopo non dovrai far altro che sfanculartene a casa, massaggiandoti il ventre mentre copiose gocce di sudore freddo ti imperlano la fronte, ficcare il primo dischetto nel lettore e lasciare che le cose accadano.
E non preoccuparti di nulla, razza di bastardo: se non ti si stura il culo col primo cd, c’è sempre quell’altro ad allietare i tuoi padiglioni auricolari e a oliare le pareti del tuo colon.
Qualora anche al termine del secondo ciddì non dovessi riuscire a liberarti di quel paio di chili di stronzi che opprimono le tue budella, be’, amico, non so proprio cosa aggiungere. È possibile che tu abbia gusti musicali di merda, oppure potresti essere messo davvero male… o entrambe le cose. Sì, insomma, ti toccherà chiamare la guardia medica, ti porteranno al pronto soccorso in ambulanza e lì ti ficcheranno un grossissimo tubo fottuto dove non batte il sole per aspirare fuori tutto il cioccolato. Ah, ora che ci penso, ci sarebbe anche un’altra soluzione per te, cara la mia testina di guano di condor: potresti provare a cospargerti le mani di super-colla a presa rapida, attaccarti a un tornio, farlo andare alla massima velocità e sperare che l’effetto centrifuga sortisca il risultato sperato.
Ciò detto, alla fine, la curiosità ha avuto la meglio su di me… come sempre. E anche se un po’ me ne vergogno, mi sono procurato una copia di “The Astonishing” dei Dream Theater.
Gran bella copertina, per carità. Diciamo che i problemi, come al solito, cominciano non appena si preme il tasto “play” e lo squacquerone sonoro comincia a invadere la stanza.
Qual è la differenza fondamentale tra questo disco e quelli che lo hanno preceduto? Fondamentalmente, qui si ha a che fare con composizioni più brevi – la canzone più lunga dura 7 minuti e 41 secondi. Il che, dal mio punto di vista, è un colossale passo avanti rispetto al passato recente, dato che si riesce a seguire le singole composizioni senza cadere in preda a violenti conati e ritrovarsi rannicchiati in posizione fetale nell’angolo della stanza più lontano dai diffusori acustici.
Inoltre, da quello che sento, potrei addirittura spingermi ad affermare che questo è il disco più pop che i Dream Theater hanno pubblicato dai tempi di “Falling into Infinity” (che, va detto, è l’ultimo lavoro che sono riuscito ad ascoltare da cima a fondo). A tratti si ha quasi l’impressione di avere a che fare con un musical, con sezione d’archi e tutto quanto.
Bon, dai, tirando le somme, quello che ho sentito all’interno di “The Astonishing”, sono i seguenti elementi buttati dentro a un frullatore: Les Miserables, Meat Loaf, Three Sides to Every Story degli Extreme, The Final Cut dei Pink Floyd, Song for America dei Kansas, EL&P all’inizio di “A Life Left Behind” e… il dolce confetto Falqui.
WILL IT BLEND?
At the end of the day, possono aver placcato tutto quanto con uno spesso strato di oro colato MA si tratta comunque di merda. Ciò detto, vado ad appoggiare i glutei sulla tazza del wc in compagnia della Settimana Enigmistica.
Ciao.

Grazie, professore.

David Bowie – Blackstar

Posted in dischi by Ares on gennaio 11, 2016

Addio, David.

Blackstar_album_cover

Preceduto dai due singoli Blackstar (10 minuti scarsi e accompagnata da un video grandioso) e Lazarus, è stato anticipato come uno dei lavori più belli e importanti della carriera di Bowie.

Purtroppo, è anche l’ultimo, ma verrà ricordato (anche) come uno dei suoi (tanti) capolavori.

Capolavoro perché quest’uomo geniale anche alla fine è riuscito a creare un album sperimentale, tra il jazz, il rock, l’elettronica e tutto il mondo che ha vissuto nella sua testa, un mondo che ha affascinato orde di fans per quasi 50 anni e che, ne sono certo, continuerà ad affascinare future generazioni. Blackstar non è un album semplice, al primo ascolto può catturare o annoiare, ma sforzandosi nell’ascolto è possibile riuscire a cogliere la raffinatezza dell’opera.

Avanguardia. Bowie sembra essere tornato agli esperimenti sonori della seconda metà degli anni ’70, culminati nella trilogia berlinese e nella collaborazione con Brian Eno. C’è un’atmosfera cupa e contemporaneamente frenetica nelle canzoni, specie in Sue (or in a Season of a Crime), ma ci sono anche attimi di pace musicale come in Dollar Days col suo inizio che sembra una ballata pinkfloydiana.

Ad ascoltarlo ora, appena appresa la notizia della sua scomparsa, credo che in qualche modo David Bowie sapesse di essere davanti agli ultimi mesi della sua vita e per questo lo sforzo per creare qualcosa di unico e magnifico dev’essere stato immenso.

Ascoltatelo e basta. E poi riascoltate tutti i suoi album, e fateli ascoltare alle persone vicine a voi.

Ugly Kid Joe – Uglier Than They Used Ta Be

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 10, 2015

A 19 anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio (e tralasciando l’EP Stairway to Hell del 2013) tornano gli Ugly Kid Joe, tra i massimi esponenti dell’hard rock più scanzonato e ignorante degli anni ’90 del Ventesimo secolo

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Cosa ci si deve aspettare? Ci si aspetta di tornare al 1994, ai tempi in cui chi vi scrive guardava MTV Europe e aspettava con ansia programmi tipo Headbanger’s Ball (per molti di voi questa è pura fantascienza, ma per i miei amici dinosauri del rock sono bei ricordi). E questo Uglier Than They Used Ta Be ci riporta sì indietro nel tempo ma ci fa ritrovare una band in forma e molto matura: quindi chitarroni pesanti, bei riff, la voce di Whitfield Crane e, come da tradizione, un paio di brani acustici (Mirror of the Man e Nothing Ever Changes) che riportano alla mente cose come Cats in the Cradle, Cloudy Skies o Mr Recordman. Insomma, l’album è divertente, ignorante al punto giusto e grintoso e ha un paio di chicche assolute come le cover di Ace of Spades (omaggio a Lemmy e con Phil Campbell – ex Motorhead – come ospite) e di Papa Was a Rolling Stone (che non è affatto male) che non ha alcun senso e per questo fa ancora più ridere.

La cosa che mi è sempre piaciuta degli Ugly Kid Joe è il non essersi mai presi troppo sul serio: ci possono essere dei momenti “riflessivi” nella loro discografia, ma senza la presunzione di voler a tutti i costi offrire la verità assoluta sull’andare delle cose e dell’universo. La verità è che gli Ugly Kid Joe facevano i Foo Fighters meglio dei Foo Fighters quando Dave Grohl era ancora il batterista dei Nirvana.

Queen – A Night at the Odeon

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on novembre 23, 2015

I Queen sono stati una delle band che più di altre ha subito il fenomeno bootleg.

E, tra gli innumerevoli bootleg dei Queen, quello del concerto tenutosi all’Hammersmith Odeon di Londra la sera del 24 dicembre 1975 è senza dubbio il più conosciuto e diffuso. Circola da decenni, in versioni più o meno complete e di qualità più o meno buona. Quasi 40 anni dopo è arrivata nei negozi quella che dovrebbe essere la versione definitiva.

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(breve nota sul packaging: copertina oscena, note interne ridotte all’osso, si sprecano alla Queen Productions…)

Oh, è almeno dal 2009 che si parla di una versione ufficiale di questo concerto…comunque sia, all’epoca era stato appena pubblicato A Night at the Opera e Bohemian Rhapsody stava trasformando i Queen da quartetto di belle speranze a pesi massimi del rock britannico.

In quella sera lontana i quattro non erano certo al top della forma fisica, ma nonostante questo la performance fu memorabile e una delle più amate dai fans. I neofiti o chi pensa che i Queen siano solo Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga e Freddie Mercury morto avranno una bella sorpresa. La scaletta si concentra quasi esclusivamente sulle canzoni dei primi tre album, l’unica eccezione è appunto Bohemian Rhapsody inglobata nel consueto medley iniziale. Suono ben ripulito e rispetto alla registrazione pirata le cose sono migliorate (da dove salta fuori il verso iniziale di The March of the Black Queen che per 40 anni non abbiamo ascoltato? Chi possiede il bootleg sa di cosa parlo).

Purtroppo nel filmato non sono inclusi i bis Seven Seas of Rhye e See What a Fool I’ve Been che invece sono disponibili nella versione cd, questo perché i fenomeni della BBC avevano già messo via tutto. Il filmato venne trasmesso in diretta per la serie Old Grey Whistle Test, programma che doveva durare 60 minuti o si finiva dritti nella Torre di Londra per poi fare la stessa fine di Anna Bolena. Tra i bonus della versione video è incluso il documentario Looking Back at the Odeon oltre tre canzoni prese dal concerto al Budokan di Tokyo del 1 maggio 1975.

In sostanza, una bella strenna pre-natalizia e un favore ai tanti fans ancora in giro per il mondo.

Ultima nota: vuoi vedere che adesso arriveranno i live degli anni settanta a cadenza annuale? Hyde Park ’76, Earls Court ’77, Houston ’77, qualcosa del ’78, Concert fo Kampuchea ’79…staremo a vedere.

Chris Cornell – Higher Truth

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 29, 2015

Quando ho letto che Chris Cornell avrebbe pubblicato un nuovo album da solista ho avuto un brivido.

Di puro terrore.

Perché mi è tornato in mente Scream.

Poi, per fortuna, ho ascoltato Higher Truth

higher truth

Grazie, Chris. Grazie per essere tornato a fare un disco normale, con gli strumenti veri, le chitarre acustiche eccetera e aver dimenticato quello straordinario fallimento (leggasi “cagata pazzesca”) messo in piedi con Timbaland.

Higher Truth riprende il percorso che Cornell aveva intrapreso nel suo ultimo tour e album (Songbook). Questa volta però non ci sono cover, sono tutte nuove canzoni in cui il nostro eroe fa sfoggio delle sue qualità di songwriter. Non viene tradita l’eredità che ha permeato anche il lavoro coi Soundgarden, state tranquilli, quindi spazio a chitarre acustiche, mandolini, qualche inserimento elettrico (senza mai esagerare).

In sostanza un album chitarra e voce, musica che di volta in volta viene arricchita da batteria elettronica o band al completo e una selezione di buone composizioni tra le quali spiccano l’iniziale Nearly Forgot My Broken Heart, Dead WishesOur Time in the Universe (di questa, nella versione deluxe del cd si trova anche un remix), Before We Disappear, Through The Window, Josephine e Murderer of Blue Skies. In effetti non ci sono canzoni che non funzionano, sono tutte molto ispirate.

Stile inconfondibile che abbiamo imparato a conoscere nel corso di quasi 30 anni di onoratissima carriera. Ottime canzoni e una voce miracolosamente sopravvissuta agli inevitabili eccessi della Seattle degli anni ’90 e oggi in splendida forma, in grado di essere soffice e in un attimo salire su vette inaccessibili. Higher Truth segna il gran ritorno del nostro amico che avremo la fortuna di rivedere in Europa nella primavera del 2016…in attesa di novità sul fronte Soundgarden.

The Dead Weather – Dodge and Burn

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 14, 2015

Terzo lavoro per uno dei progetti più interessanti che vedono come protagonista Jack White.

dodgeandburn

Dodge and Burn vede di nuovo insieme Jack White, Alison Mosshart, Jack Lawrence e Dean Fertita, l’album raccoglie le registrazioni fatte dai quattro compari tra il 2013 e il 2015.

Eravamo rimasti al 2010, a quel piccolo capolavoro che era Sea of Cowards, ma già dal primo singolo (I Feel Love (Every Million Miles) ) si capisce che la matrice è la stessa. Quindi: canzoni brevi, immediate, dominate dai riff di chitarre ricche di fuzz, ventate di blues, atmosfere garage-sixties. Questa volta le prove vocali sono quasi interamente affidate alla Mosshart che in alcuni casi duetta con White.

Prima cosa da sottolineare è che la grande particolarità e autentica sorpresa si trovano nell’ultima traccia, Impossible Winner, una ballata interamente composta dalla Mosshart in cui fanno la loro comparsa anche degli archi. È l’unico momento in cui ci si allontana dal sound al quale ci hanno abituati i Dead Weather e l’unica pausa dalla continua martellata sonora che è il resto dell’album.

Perché sappiate che non è cambiato nulla, anzi: disco molto più dominato dalla chitarra (con accenni di moog e sintetizzatore, avere un polistrumentista come Fertita aiuta non poco) rispetto ai precedenti, e momenti di calma apparente spazzati via in un attimo da distorsioni/urla/rullate, il tutto guidato da una straordinaria Alison Mosshart in stato di grazia. Let Me Through, Rough Detective, Lose The Right, Cop and Go e la già citata traccia finale sono i momenti migliori dell’album, ma va segnalata anche la stralunata Three Dollar Hat che racconta una storia tra il western e il noir.

Il primo album era un po’ confuso, il secondo perfetto, questo è la consacrazione.

Fate un giro nel canale Youtube della band, troverete quattro video surreali dedicati a ciascuno dei componenti che parlano dei rispettivi ruoli (e in chiusura esecuzioni live). Per il momento purtroppo non si parla di concerti/tour, speriamo non ci facciano attendere troppo.

E qualcuno a Natale mi regali Alison Mosshart.

David Gilmour – Rattle That Lock

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 23, 2015

Il ritorno di David Gilmour…

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Sono passati 9 anni da On An Island e dall’ultimo tour, nel frattempo è scomparso Richard Wright privando così lo zio Dave del suo ideale (e perfetto) compagno di musica.

Con la consueta flemma britannica, Gilmour si è preso tutto il tempo necessario per lavorare a un nuovo album e contemporaneamente è riuscito a scrivere la parola “fine” all’epopea dei Pink Floyd.

Rattle That Lock vuole essere un concept, i pensieri e gli stati d’animo di una persona nell’arco di un’intera giornata. Quindi si va dall’iniziale sveglia di 5 am (brano strumentale tra tastiere e chitarra, cliché pinkfloydiano) e subito si passa alla title-track (che non mi convince e a quanto si legge in giro tra i fan non sono l’unico ad aver storto la bocca). Faces of Stone cattura e porta alla struggente A Boat Lies Waiting, ballata dominata dal pianoforte e dedicata a Richard Wright (del quale si sente la voce prima dell’inizio del cantato). In Any Tongue è il brano di punta, con tanto di assolo epico che vede un Gilmour molto ispirato.

L’album scorre via rapido, regala attimi di lirismo chitarristico sopraffino e cambi di stile tanto che capita addirittura di sentire accenni jazz (The Girl in the Yellow Dress). E qui sorge il problema: ci sono dei momenti in cui mi sembra che l’album si perda un po’, come se in fase di produzione il nostro eroe sia rimasto indeciso su che direzione prendere (Today cosa rappresenta?), cosa abbastanza insolita se si pensa alla storia di Gilmour. Oppure si tratta solo del fatto che una volta smessi definitivamente i panni dei Pink Floyd nostro eroe abbia deciso di fare quello che gli pareva giusto fregandosene di tutto (scelta comprensibile alla soglia dei 70 anni)…la cosa che stupisce è che Rattle That Lock non è dominato dalla chitarra come lo era stato il precedente lavoro (e in generale ogni lavoro solista di Gilmour). I suoni sono molto simili a The Endless River, ed è legittimo il sospetto che alcune cose finite in questo lavoro siano in realtà state scartate dall’altro (spero non sia così). Temo che la mancanza di Richard Wright abbia influito non poco.

Insomma, lascia un po’ l’amaro in bocca, peccato.

Pink Floyd – Wish You Were Here

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 12, 2015

12 settembre 1975

wish_you_were_here

 

…dopo Dark Side of The Moon, prima di Animals…

Wish You Were Here è il secondo grande concept album dei Pink Floyd. L’album dell’assenza, l’album del “fantasma” di Syd Barrett che aleggiava attorno alla band (tanto che il povero Syd non venne nemmeno riconosciuto quando all’improvviso si presentò in studio durante le ultime fasi di lavorazione) e il primo segnale che l’equilibrio tra i quattro membri stava iniziando a rompersi.

Shine On You Crazy Diamond (parts I-V); Welcome to the Machine; Have a Cigar; Wish You Were Here; Shine On You Crazy Diamond (parts VI – IX).

Capolavoro assoluto, uno splendido 40enne.

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