Le Grandi Recensioni

Mongrel State – Mestizo

Posted in dischi by Ares on febbraio 28, 2016

I Mongrel State vengono da Dublino, ma in realtà hanno anima italiana, irlandese, spagnola e argentina. Sono musicisti che si sono fatti le ossa girando per anni in lungo e in largo per l’Irlanda e l’Europa fino a quando non sono riusciti a trovare la miscela ideale per proporre la loro musica.

E Mestizo è il loro primo album

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Che genere fanno? Nel mondo anglosassone il loro genere viene spesso definito “americana”, ovvero un mix tra folk, rock’n’roll, blues che in alcuni momenti può ricordare Johnny Cash o certe colonne sonore dei film di Quentin Tarantino.

Mestizo (“meticcio” in italiano e, appunto, “mongrel” in inglese) è proprio questo: un’immersione in un genere musicale di chiaro stampo statunitense ma filtrato attraverso le diverse provenienze dei singoli membri della band.

10 canzoni ben suonate e prodotte in quel d Dublino, tra le quali si fanno notare Stray Dogs, Monster, Zombies on the Highway e How Many More Times ma anche la strumentale Quiero Volver e la conclusiva Rainy Day con la sua lunga e suggestiva coda che fa tornare alla mente i vecchi film western di Sergio Leone.

Il disco lo trovate direttamente nel loro sito ufficiale o su iTunes. Fatevi un piacere e supportate chi fa buona musica.

Robert Plant – lullaby and…the Ceaseless Roar

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 14, 2014

Questo signore migliora con gli anni.

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Robert Plant torna con i Sensational Space Shifters e dopo la piacevole anteprima offerta durante i concerti della tournée estiva finalmente arriva l’album intero.

Psichedelia a go go. Ritmi africani. La voce inconfondibile e mai sopra le righe, perché non c’è più bisogno di urlare come 40 anni fa. Pochi al mondo riescono a cantare il rock anche senza urlare, e Plant è uno di questi. Soprattutto adesso, soprattutto alla luce dell’ennesimo rifiuto di riunire i Led Zeppelin con buona pace di Page il quale sembra ancora prigioniero del suo glorioso passato e di fatto non produce nulla di nuovo da eoni.

Tornando a lullaby and…the Ceaseless Roar, va detto che è un prodotto molto particolare e secondo me non è immediatamente accessibile, per questo va ascoltato con attenzione. Ci sono canzoni che entrano subito in testa come il singolo Rainbow (già ascoltata in una splendida versione a Piazzola lo scorso luglio), l’iniziale Little Maggie (che vede la fusione di banjo, kologo ed elettronica, quest’ultima affidata a John Baggott, collaboratore tra gli altri di Massive Attack e Portishead, ok?) e Embrace Another Fall nella quale l’ultimo verso è cantato in gallese; Somebody There è furba al punto giusto e lo stesso si può dire per Poor Howard. A Stolen Kiss è una ballata matura e di bellezza quasi straziante, mentre le conclusive Up On The Hollow Hill e Arbaden sono altri viaggi affascinanti tra radici africane e modernità europea (e ai limiti del Bristol sound, anche qui la mano di Baggott si fa riconoscere).

Plant gioca con i ritmi, riscopre e reinterpreta il blues, inserisce richiami ai Led Zeppelin (il primo verso di Pocketful of Golden vi ricorda qualcosa?) ma senza mai dare il tono di un’operazione nostalgica, anzi. L’intento di cercare di trovare una nuova chiave interpretativa è chiaro e raggiunto in maniera eccellente grazie anche a un ensemble di musicisti di notevole caratura (il lavoro svolto con le chitarre è molto interessante, se fossi un’insegnante di musica farei ascoltare l’album ai miei allievi) nel quale trova grande spazio il gambiano Juldeh Camara. Da notare che parte delle canzoni proviene dalla tradizione del blues, ma non si tratta del “saccheggio” del quale sono stati accusati i Led Zeppelin: il costrutto sonoro creato da Plant e dalla band si sposta tra l’Africa e il Galles, passando per l’Inghilterra e il sud degli Stati Uniti che il nostro eroe ha ripercorso nelle prove recenti di Raising Sand, con Allison Krauss, e Band of Joy datati rispettivamente 2007 e 2010. Una miscela nuova che funziona benissimo.

Se questo non è il miglior album solista di Plant poco ci manca: è bello vedere che a 66 anni suonati c’è ancora qualcuno che ha voglia di andare alla ricerca di suoni diversi. E a differenza di colleghi coetanei o ben più giovani non ha perso la voglia di cercare, sperimentare e confrontarsi, e questo è segno della grandezza dell’artista.

P.s. A proposito di Rainbow, Plant tramite Facebook ha indetto un concorso per la creazione di un videoclip per la canzone. Tra i partecipanti c’è anche un mio vecchio compare di avventure che ha fatto un lavoro semplice ma davvero bello e che, a parer mio, si sposa alla perfezione con la canzone e ci tengo a farvelo vedere. Spero vi piaccia.

Chris Robinson Brotherhood – Phosphorescent Harvest

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 22, 2014

Nuovo album per la Chris Robinson Brotherhood.

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Il cantante di Atlanta, messi in pausa (di nuovo) i Black Crowes, riunisce la sua Brotherhood e pubblica questo Phosphorescent Harvest che, e lo si capisce bene da titolo e copertina, sa molto di psichedelia e ancor di più di folk.

Diciamo subito che l’album è godibile, ma solo se vi piacciono le atmosfere tranquille e pacate di un certo tipo di rock americano e se vi piace passare intere giornate ad ascoltare i Grateful Dead…oppure se siete strafatti, e non a caso tra le note di produzione del disco c’è una scritta che dice “Blessed Are The Trip Takers”.

Album molto molto particolare, i fan dei Black Crowes resteranno perpelessi.

L’album si apre con Shore Power, che potrebbe quasi passare per un moderno soul o rhythm’n’blues, ma con quel synth mostruoso ci fa subito capire che i successivi 60 minuti saranno complicati.

Badlands Here We Come, Clear Blue Sky & The Good Doctor sono probabilmente gli episodi migliori dell’album, vale a dire quelli in cui la band sembra abbastanza concentrata per tutta la durata della canzone. Ci sono altre lunghe canzoni ben strutturate come Burn Slow e Wanderer’s Lament, ma quello che traspare dall’ascolto è che manchi un vero filo conduttore: sembra quasi che abbiano fatto lunghe improvvisazioni dicendo “vediamo un po’ dove andiamo a finire”. Per esempio, l’ultima traccia che si trova (solo) nel cd, che roba è? Cosa rappresenta?

Buon disco, fosse stato solo un po’ più “a fuoco” staremmo parlando di un lavoro di ben altro spessore. Riascoltando i lavori precedenti rimane proprio la sensazione di una band innegabilmente molto valida, ma con la tendenza a perdersi strada facendo. Va anche detto che questo Phosphorescent Harvest deve essere ascoltato più volte prima di essere digerito del tutto, non lasciatevi ingannare dal primo impatto.

Beck – Morning Phase

Posted in dischi, musica by Ares on aprile 4, 2014

Alla continua ricerca della miglior colonna sonora possibile per le giornate lavorative, alla ricerca di qualcosa che possa alleviare il tedio che mi attanaglia quando ho a che fare con cose noiose, da diverse settimane mi sono affidato ai servizi streaming (Rdio.com).

Pochi giorni fa mi è stato consigliato l’ultimo lavoro di Beck, Morning Phase.

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Grazie Bixx per avermelo consigliato.

E grazie a Beck per averlo scritto e registrato.

Sono passati un po’ di anni da Sea Change (2003), e il genietto torna ad atmosfere acustiche, calme, rilassate, primaverili. E per uno come il sottoscritto, che va matto per il periodo 1969 – 1972 dei Pink Floyd, quest’album è come la manna dal cielo.

Disco minimalista, aperto dagli archi di Cycle che sfumano in Morning per poi continuare per 47 minuti circa nei quali il nostro eroe (20 anni dopo Mellow Gold) dimostra di essere ancora in ottima forma e soprattutto ricorda a chi se lo fosse dimenticato che il talento di songwriter è ancora presente.

In qualche momento mi ricorda il David Crosby di If I Could Only Remeber My Name, in altri mi ricorda anche Neil Young. I richiami al passato sono inevitabili, ma questo non toglie che il nuovo lavoro di Beck sia godibilissimo e una delle più belle sorprese di questa prima metà del 2014.

Consigliatissimo.

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Inside Llewyn Davis – A Proposito di Davis

Posted in cinema by Ares on marzo 6, 2014

Torno a scrivere qualcosa…così quelli con la barba son più contenti…

L’ultima fatica dei Fratelli Coen sembra fatta ad uso e consumo degli amanti della musica folk.

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E posso capire benissimo chi ha scritto/detto “non mi piace, non succede nulla, che palle”.

Intendiamoci, le (dis)avventure di uno sfigatissimo folk-singer newyorchese dei primi anni Sessanta possono davvero sembrare la cosa meno interessante del mondo, ma la fortuna di questo film e quindi la bravura degli autori sta nell’aver trovato un buon soggetto, un cast perfetto e aver saputo rendere l’atmosfera gelida della New York invernale (il Greenwich Village e il mitico Gaslight Cafe) calda e affascinante tanto da riuscire a strappare un sorriso anche al più scettico degli spettatori.

Llewyn Davis (ispirato al realmente esistito Dave Van Ronk e impersonato da un ottimo Oscar Isaacs anche nelle vesti di cantante e chitarrista) è uno squattrinato cantautore, alla disperata ricerca dell’ultima possibilità per dare una svolta alla propria vita e alla propria arte. Circondato da amici (?), un micio (sì, un gatto, e tenetelo d’occhio) e personaggi surreali (magnifico John Goodman) lo seguiremo per quasi 2 ore tra la Grande Mela e Chicago per scoprire…

Non ve lo dico, dovrete guardarlo.

P.s. Colonna sonora straordinaria.

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Neil Young – Harvest

Posted in dischi, musica by Ares on marzo 31, 2012

Questo ha da poco compiuto 40 anni…

Neil Young in versione country rock folk nella sua massima espressione.

Harvest e’ un capolavoro senza tempo, perfetto, semplice, equilibrato, pacifico. E con canzoni molto importanti e che hanno fatto versare tanto inchiostro al tempo (Alabama e la polemica antirazzista su tutte, e la conseguente risposta dei Lynyrd Skynyrd).

E poi The Needle and the Damage Done, dedicata agli artisti scomparsi causa eroina, Out On The Weekend e Heart Of Gold che ancora oggi dovrebbero essere materia di studio per giovani chitarristi in erba.

E la conclusiva cavalcata Words (Between the Lines of Age) con le chitarre che urlano.

Da riascoltare subito, se invece siete tra i pazzi che non lo hanno mai ascoltato…beh, non e’ troppo tardi.

The Head & The Heart

Posted in dischi, musica by Ares on gennaio 21, 2012

Avevo già accennato a questi ragazzotti nel post sul concerto dei My Morning Jacket, ma dato il fatto che è da allora che ascolto il loro disco almeno una volta alla settimana (se non almeno una volta al giorno) penso sia giunta ora di scriverne qualche riga.

Allora, The Head & The Heart vengono da Seattle, e il fatto che da questa citta’ sia saltata fuori roba come Jimi Hendrix, Amazon, Microsoft, il grunge eccetera e’ solo un’ulteriore conferma dela fatto che in quel posto piovoso l’aria dev’essere proprio buona. I ragazzi sono anche prodotti dalla storica Sub Pop che in quanto a farci conoscere gran musicisti e’ sempre una garanzia.

Questo e’ un disco di grande cantautorato americano. Giovani, ma bravi, musiche dominate dalle chitarre acustiche e dalle melodie del pianoforte, tappeti sonori su cui si stagliano le armonie vocali della band capitanata dai due chitarristi/cantanti Jonathan Russel e Josiah Johnson a cui si aggiunge la poliedrica e altrettanto vocalmente dotata Charity Rose Thielen. Siamo nella scia di band come i Fleet Foxes, ma non e’ giusto considerare The Head and The Heart una band-clone, nossignore. Il loro lavoro e’ dignitosissimo e non una semplice copia dei piu’ famosi colleghi. canzoni come Lost In My Mind, Rivers and Roads e Down In The Valley sono autentici gioielli che faranno la gioia degli ascoltatori piu’ esigenti, gli stessi ascoltatori che troveranno sollievo anche in pezzi piu’ leggeri come Honey Come Home.

Non finiro’ mai di ringraziare l’amico Mikel che mi ha portato a quel concerto ad Amsterdam, forse ho scoperto una nuova magnifica band.

My Morning Jacket – Live in Amsterdam 14-11-2011

Posted in concerti, musica by Ares on novembre 16, 2011

La cosa bella di avere amici che vivono nelle grandi città è che si può andare a trovarli e approfittare del tempo per fare i turisti. Se poi l’amico che ti ospita è anche un fratello di rock’n’roll può essere che lui stesso colga l’occasione per farsi un regalo e portare l’ospite in un tempio del rock come il Paradiso di Amsterdam…e da bravi fan dei Rolling Stones il Paradiso è meta obbligata se si passa per la capitale olandese.

Se poi chi vi scrive si trova ad assistere a concerti come quello dell’altra sera allora siamo ai limiti della perfezione.

Conoscevo solo un paio di canzoni dei My Morning Jacket e non avevo mai sentito la band supporter The Head & The Heart (bravissimi e di Seattle, altamente consigliati nda) ma dopo l’esperienza live penso che mi documenterò in maniera approfondita.

Due parole sui The Head and The Heart: cantautorato folk basato sulle armonie vocali dei due cantanti/chitarristi e della violinista/cantante. Aggiungere la melodia del pianoforte, un bassista buffo e un batterista straordinario e il risultato e’ ottimo.

Veniamo al piatto forte (nel senso che basta guardare il batterista che per un attimo ho creduto fosse Martin Castrogiovanni nda)

I My Morning Jacket si trovano nel territorio del rock alternativo, con un pizzico di folk, immersi in baratri psichedelici. Mi hanno ricordato i Black Rebel Motorcycle Club e i Wilco, giusto per dare un paio di riferimenti.

Ottima band, coesa alla perfezione e guidata dalla voce, dalla chitarra e dal carisma del cantante Jim James ben aiutato dal biondo Carl Broemel all’altra chitarra, alla pedal steel, al sassofono e alla voce. Folk e rock, grandi improvvisazioni e feedback lunghissimi e tanto tanto uso di effetti sulle chitarre per creare tappeti sonori psichedelici che tanto bene fanno alle orecchie di un vecchio dinosauro del rock come il vostro affezionato scriba.

E tutto questo nella cornice spettacolare e acusticamente perfetta del Paradiso, e si capisce perché Keith Richards lo abbia incluso nei suoi luoghi preferiti dove suonare (e non a caso gli Stones registrarono parte di Stripped proprio quì).

Ho scoperto una band che, mea culpa, avevo ignorato per tropo tempo…visto a cosa serve andare ad Amsterdam a salutare vecchi amici?

Tom Petty & the Heartbreakers – Into The Great Wide Open

Posted in dischi, musica by Ares on luglio 1, 2011

Il 2011 segna il ventesimo compleanno di un sacco di album famosi di cui scriverò qualcosa molto presto.

E anche album importanti, almeno per me…

Ero un ragazzino che iniziava a scoprire e ad appassionarsi alla musica, c’era Videomusic e arrivavano in Italia le prime trasmissioni di MTV Europe, in inglese. Non lo capivo, ma stavo a guardare e ad ascoltare.

E un giorno capito’ questo video in bianco e nero, con questo tizio biondo con un cappello che suonava la chitarra e cantava “Learning To Fly“.

Tom Petty & the Heartbreakers, disse mio padre, l’ho visto dal vivo anni fa a Verona, accompagnava Bob Dylan…

Ebbene, quell’estate coi soldini risparmiati riuscii ad avere Into the Great Wide Open. Che non sarà il miglior album del menestrello di Gainesville, Florida, ma di sicuro ha tutti gli elementi che hanno contraddistinto la sua luminosa e lunga carriera, ovvero un equilibrato mix tra folk e southern rock con sprazzi di Dylan e Springsteen.

Ci sono album di Tom Petty di gran lunga migliori di questo, come Full Moon Fever o il successivo Wildflowers (capolavoro).

Ma 20 anni fa questo disco mi ha profondamente colpito e per me rimane un gioiello importantissimo.

Buon ascolto.

Amos Lee – Mission Bell

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 16, 2011

Le cose belle che arrivano per il compleanno…

Amos Lee…dove avevo già sentito questo nome? Perché mi ricordava qualcosa?

Perché il ragazzo fa parlare di se da qualche anno grazie  collaborazioni con Norah Jones e qualche album degno di nota. Cose che mai avevo ascoltato, mea culpa, ma che – e la memoria ora mi aiuta – mi erano state menzionate da un vecchio amico in un pub di Dublino prima di un concerto.

Comunque sia, Mission Bell è uscito lo scorso gennaio e spulciando tra i nomi di chi ci ha lavorato salta fuori che c’è lo zampino di Calexico e Iron & Wine più un paio di nomi altisonanti come Lucinda Williams in Clear Blue Eyes e una delle colonne portanti della musica popolare americana come Willie Nelson che appare in El Camino (reprise) in chiusura di album.

Potrebbe sembrare il territorio di James Taylor, ma non lo è: Amos Lee si muove tra il folk, il blues, le ballate chitarra e voce e grazie agli inserti di fiati e archi a volte sembra di stare dalle parti del Messico.

Disco leggero ma a suo modo profondo, consigliato agli amanti delle chitarre acustiche e a chi ha bisogno di relax.

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