Le Grandi Recensioni

Queen – Live at the Rainbow ’74

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on settembre 21, 2014

Roba da fans, ma non solo.

Queen Live at the Rainbow 74

Ebbene, dopo anni di pressioni/richieste/preghiere dei fans, dalle parti dei Queen (leggasi Brian May e Roger Taylor) si sono decisi a pubblicare qualcosa di veramente interessante (le ultime versioni del Live at Wembley e il concerto di Budapest ’86 hanno lasciato perplesso me e molti altri in giro per il mondo). Finalmente ecco arrivare in cd/dvd/bluray/vinile la miglior testimonianza audio/video del periodo iniziale della band.

Anno 1974, i Queen pubblicano Queen II e Sheer Heart Attack, ottengono le prime hit in classifica (Seven Seas Of Rhye e Killer Queen) e nei tour che accompagnano gli album finiscono per suonare tre volte al Rainbow Theatre di Londra. C’è stato un periodo in cui non esisteva Bohemian Rhapsody, e nemmeno esistevano We Will Rock You e We Are The Champions. Questo era il loro momento, quello in cui il destino di una band prende la direzione “giusta” e la storia cambia portandola dal semi-anonimato all’essere conosciuta in tutto il mondo.

L’edizione in cd racchiude 2 concerti: il primo risale al 31 Marzo 1974, durante il tour di Queen II, registrazione che originariamente doveva diventare essere pubblicata come album live, e l’altro registrato il Novembre successivo, poco dopo la pubblicazione di Sheer Heart Attack. Il dvd contiene invece solo il concerto di Novembre con qualche bonus-track del concerto di marzo. Tanta roba.

I Queen degli esordi lasciano sempre sorpresi per il sound pesante dominato dalla chitarra di May con tanto di versione embrionale dell’assolo con l’utilizzo dell’effetto eco che nel corso degli anni e’ diventato una delle sue caratteristiche principali.  L’album offre l’occasione di ascoltare delle versioni live di canzoni che sono state suonate pochissimo e poi abbandonate nel corso degli anni (Great King Rat e The Fairy Feller’s Master-Stroke del concerto di Marzo sono le rarità assolute, difficili da trovare anche in bootleg).

Nel dvd/blu-ray e nel cd i neofiti potranno scoprire un aspetto decisamente più aggressivo del quartetto, ben lontano dal sound del concerto di Wembley ’86 e della produzione anni ’80-’90. Ogre Battle, Stone Cold Crazy, Father To Son, Liar e tanto altro del periodo in cui i Queen erano una band a metà strada tra l’hard rock e il progressive e avevano solo fatto intuire cosa sarebbero diventati nel corso degli anni successivi, un periodo di transizione prima dell’arrivo di Bohemian Rhapsody e del primo cambio di rotta.

Qualità audio e video ottima, è stato fatto davvero un eccellente lavoro di pulizia delle tracce. Se vi piacciono gli album live questo non deve assolutamente mancare nella vostra personale discoteca.

Rival Sons live at New Age 04-04-2013

Posted in concerti by Ares on aprile 5, 2013

Dei Rival Sons avevo già parlato al tempo di Pressure and Time, un gran bel lavoro di rock’n’roll fatto alla vecchia maniera che mi aveva ben impressionato.

I ragazzi si sono poi confermati con il successivo album, Head Down, uscito l’anno scorso.

E finalmente ieri sera me li sono goduti nella ben conosciuta cornice del New Age di Roncade, a pochi minuti da casa (gran comodità non dover per forza andare a Milano…)

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Ebbene, concerto strepitoso. Tutto il bene che si dice a proposito di questi 4 ragazzotti ieri sera è stato confermato alla grande. Fanno esattamente quello che ci si aspetta da loro: rock’n’roll alla vecchia maniera, prendendo spunto dai Led Zeppelin, dai Black Sabbath e non ultimi The Doors, specie per quanto riguarda l’atteggiamento sul palco dell’ottimo Jay Buchanan. Non si fanno problemi ad abbassare il ritmo concedendosi qualche lento blues, per poi crescere di nuovo con dinamiche paurose e tanto calore.

Suono potente, Scott Holiday alla chitarra si lascia andare ben volentieri a lunghi assoli ben supportato da una sezione ritmica precisa e incazzata al punto giusto. Inoltre si dedicano alle seconde voci in maniera eccelsa, cosa non da poco.

Insomma, il commento unanime è stato it’s only rock’n’roll but I like it, e c’è da sperare che tornino presto a farci visita, magari durante qualche festival come Pistoia Blues dove potrebbero fare un figurone accanto ad altri nomi, o al posto di gente che con il blues non ha nulla a che fare.

Bravi, Rival Sons, e grazie e di cuore per l’ottimo concerto.

Ugly Kid Joe – Stairway To Hell EP

Posted in dischi, musica by Ares on luglio 15, 2012

Una delle band simbolo degli anni 90 è tornata, e dato che questi ragazzacci all’epoca erano tra i miei preferiti non potevo evitare di spendere due parole sull’EP Stairway To Hell, firmato Ugly Kid Joe.

La cosa più bella di questa band è il fatto di non essersi mai presa troppo sul serio, nemmeno quando America’s Least Wanted 20 anni fa faceva sfracelli con singoli come Everything About You e Cats In The Cradle, e nemmeno con l’album successivo Menace To Sobriety e quel Motel California (ignorato da tutti) che sembrava aver messo la parola fine alla loro avventura.

Invece la moda della reunion colpisce ovunque e capita che tornino in pista anche loro.

Gli anni passano, arriva qualche ruga, e i capelli sono più radi, ma questi ragazzacci continuano 1. a non prendersi sul serio e 2. a fare lo stesso rock dell’epoca, con energia e in sostanza divertendosi da pazzi. Così Devil’s Paradise è un salto indietro nel tempo, la mezza acustica No One Survives potrebbe essere scambiata per il nuovo singolo strafigo di qualche band odierna e invece a cantare e urlare è un tizio che va per i 45 anni. Capitano anche passaggi funky con tanto di fiati in Love Ain’t True che introduce alla conclusiva Another Beer che ci riporta ai tempi di Mr Recordman (atto conclusivo del primo album).

Un gradito ritorno che non potra’ che far piacere ai vecchi fans.

Slash – Apocalyptic Love

Posted in dischi, mezze stroncature, musica by Ares on maggio 18, 2012

A distanza di un anno torna con un nuovo lavoro solista il buon vecchio Slash…

lupo che non perde il pelo (e nemmeno cilindro né occhiali da sole) e mantiene costante il vizio di suonare la chitarra.

Album che ho avuto la fortuna (?) di ascoltare in anteprima.

Premessa: il mio giudizio è basato su un paio di ascolti, quindi queste sono le primissime impressioni.

Apocalyptic Love è un disco migliore rispetto al precedente, c’è più coesione e un filo logico più definito e nessuna divagazione come l’imbarazzante cover di Paradise City del primo disco.

Aiutato da Miles Kennedy alla voce, buona prova la sua anche se in alcune parti gioca a fare il verso ad Axl Rose, e da altri comprimari, il disco scivola via tra hard rock e qualche ballatona con Slash a far da mattatore indiscusso sparando assoli e riff a tutto spiano.

Assolutamente nulla di nuovo sotto il sole. Il disco parte molto bene con la title-track, la tiratissima One Last Thrill, cui seguono altri pezzi che ricordano un po’ i Velvet Revolver come Standing In The Sun e No More Heroes. Il resto scivola via tra sperimentazioni poco comprensibili e canzoni che, francamente, non fanno gridare al miracolo.

Personalmente preferivo Slash nel periodo degli Snakepit, ma alla fine quel che conta è che sia ancora vivo e sia ancora in grado di suonare. Certo, l’epoca d’oro è lontana anni luce, ma piuttosto che ascoltare i Dream Theater o i Toto ascolto volentieri Apocalyptic Love…

Voto: 6…ma solo perché mi piace il chitarrista Slash, e la sua chitarra è l’unica cosa che salva questo lavoro dalla stroncatura totale.

Led Zeppelin – IV

Posted in dischi, musica by Ares on novembre 16, 2011

In ritardo di qualche giorno…

8 novembre 1971, 40 anni fa, veniva pubblicato il quarto album dei Led Zeppelin.

Il lato A dell’album comprendeva: Black Dog; Rock and Roll; The Battle Of Evermore; Stairway To Heaven.

Il lato B: Misty Mountain Hop; Four Sticks; Going To California; When The Levee Breaks.

Non serve aggiungere altro…

Alice Cooper – live in Padova 13-10-2011

Posted in concerti, musica by Ares on ottobre 14, 2011

Dopo poco più di un anno sono tornato a vedere lo zio Alice dal vivo!

Tour ‘No More Mr Nice Guy’ che vede il nostro eroe ancora in giro per il mondo forte di un nuovo album, di nuovo in giro col suo carrozzone horror-rock grandguignolesco e grottesco, con una band da urlo nella quale ieri sera brillava per vari motivi Orianthi (per la quale il tag ‘figa e talento’ è anche riduttivo nda)..

Ma il concerto? Voglio menzionare la band suopporter, tali The Treatment, 5 ragazzotti inglesi che fanno del sano hard-rock vecchio stile che ci hanno intrattenuti alla grande per mezz’ora.

Poi cambio palco, buio in sala, e inizia lo show…

Quasi 2 ore a ripercorrere l’intera carriera di Alice Cooper con apertura affidata a The Black Widow, Brutal Planet e I’m Eighteen e poi via attraverso No More Mr Nice Guy, Hey Stoopid, Poison, School’s Out, Million Dollar Babies, Is It My Body, Feed My Frankenstein, la nuova I’ll Bite Your Face Off e, per la mia immensa gioia, Only Women Bleed che l’anno scorso non aveva eseguito.

Mostri e ghigliottine, bambole e dollari, gente infilzata a colpi di spada…e lui, il mattatore, che nel finale sulle note di Elected ha fatto capire che potrebbe benissimo governare il mondo molto meglio di tanti altri. E a 60 anni suonati, e con quest’energia, tanto di cappello…

Performer straordinario.

10 e lode.

Alice Cooper – Welcome 2 My Nightmare

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 5, 2011

Il ritorno di Alice Cooper!

Con il seguito del capolavoro datato 1975 Welcome To My Nightmare…o forse una rivisitazione dell’idea originale…o qualcos’altro ancora.

La cosa più piacevole è sentire che lo zio Alice si diverte ancora come un ragazzino nonostante non sia più un ragazzino, e lo si capisce perché questo nuovo concept-album, pur non essendo all’altezza del magnifico originale, suona alla grande tra poderose cavalcate rock come A Runaway Train ed episodi alla Tom Waits come la successiva Last Man On Earth…ma non solo…

Aperto dalla suggestiva I Am Made Of You, la storia è quella del precipizio nell’incubo pazzoide, tra treni che deragliano e discese all’inferno, che ci viene raccontato con la solita miscela di orrore e ironia che è il vero tratto distintivo dell’alter-ego di Vincent Fournier. E la miscela prevede ballate, rock’n’roll, accenni di elettronica e di pop e addirittura un vago sapore disco (Disco Bloodbath Boogie Fever) sempre immersi in una base fatta di chitarre a tutto spiano con alcuni ospiti illustri come l’ex Marilyn Manson John 5 o la nuova stella pop Kesha che duetta in What Baby Wants.

Altro elemento suggestivo è il ritorno in cabina di regia di buona parte della squadra del 1975, incluso Bob Ezrin (proprio quello che lavorò coi Pink Floyd per The Wall) produttore e co-autore delle canzoni a cui ovviamente va il merito per aver saputo equilibrare tutto il materiale (musicale e umano) a disposizione. Quasi a voler cercare una continuità col fratello più vecchio che non fosse solo qualche accenno delle canzoni del disco del 1975 inserito nei meandri del nuovo lavoro…i più attenti ed esperti troveranno echi di Steven, Only Women Bleed, The Black Widow e altre.

Negli ultimi 20 anni Alice Cooper non sarà finito in cima alle classifiche (dai tempi di Hey Stoopid? mah…) ma ha continuatao a sfornare dischi e fare tour in giro per il mondo. Alcuni lavori sono finiti nell’oblio, altri sono interessanti (come Along Came a Spider del 2008) e questo Welcome 2 My Nightmare può benissimo entrare nel gruppo delle migliori prove del nostro eroe e sono sicuro che i fan lo apprezzeranno.

In attesa di vederlo dal vivo la prossima settimana…

Rival Sons – Pressure and Time

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 14, 2011

Va beh, dopo il letamaio scatenato da chi non accetta critiche ai propri eroi (vedere post precedente nda) è ora di passare ad altro.

E questo altro sono i Rival Sons, ovvero l’ennesima nuova speranza del rock o almeno così vengono descritti in altre parti del mondo.

E insomma, se essere la “nuova speranza” vuol dire ispirarsi (o scopiazzare) ai Led Zeppelin allora qualcosa non va. Perché diciamolo: Pressure and Time, la title-track, è palesemente scopiazzata da vari episodi della band di Page, Plant, Jones e Bonham. E nel resto del disco ci sono echi The Doors, The Who e altri mostri sacri del rock. Si è capito che le case discografiche sono alla ricerca di una nuova grande rock band che possa riportare in auge un certo tipo di rock che negli ultimi anni fatica a imporsi, ogni tanto salta fuori qualcuno che viene additato come il salvatore della musica, speranza che spesso sfuma in un attimo.

Ma non per questo i Rival Sons vanno cestinati. Semplicemente hanno fatto un onesto album di hard-rock: hanno le radici profondamente piantate nel terreno dei maestri del passato e pare abbiano appreso la lezione in maniera perfetta tanto che quest’album (con addirittura copertina firmata da Storm Thorgerson…quello della Hipgnosis, ovvero lo studio responsabile delle copertine dei Pink Floyd e di tanti altri nda) suona genuinamente rock, e genuinamente seventies. Produzione scarna, tanta passione e rock’n’roll. Niente di nuovo o trascendentale, non c’è bisogno di spaccarsi la testa alla ricerca della novità assoluta. I Rival Sons dimostrano che si può continuare a suonare con uno spirito e un gusto retro che non vanno affatto male, anzi, alla fine il tutto suona molto più vero e sincero di tante altre band di grido che però sembrano uscite da una catena di montaggio da quanto suonano uguale l’una all’altra tanto da rendere difficile il riconoscimento al primo ascolto. Questi sono nella scia di gente come Wolfmother o Taddy Porter o addirittura gli Airbourne. E va bene così.

La pecca, per me, è la solita breve durata dell’album, appena 30 minuti. Che sia anche questa una precisa scelta della band? Una manciata di canzoni, mezz’ora di musica sparata come un treno, proprio come facevano i maestri 40 anni fa?

Copiano? Sì, e si sente.

Citano? Sì, e si sente.

Ma almeno suonano bene? Sì, suonano dannatamente bene. E senza virtuosismi inutili.

In altre parole it’s only rock’n’roll but I like it. Come dargli torto?

Consigliato. E speriamo che non si perdano per strada.

Guns n’ Roses – Use Your Illusion I & II

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 10, 2011

Use Your Illusion 1 e 2 compiono 20 anni.

E ritengo giusto scrivere qualcosa a tale proposito…quindi, vediamo un po’…non è mai facile scrivere a proposito dei Guns, inevitabilmente scoppio a ridere ripensando a certe immagini...va beh, torniamo a 20 anni fa…

I Guns n’ Roses sono uno dei punti di riferimento del rock alla fine degli anni 80, vengono da Hollywood, sono dei tossici assurdi che hanno fatto un paio di dischi, ed è pieno di gente impazzita per loro. Il loro leader è Axl Rose, pazzo anche lui. I suoi compari sono uno più bruciato dell’altro. E gli salta in mente di pubblicare 2 dischi in un colpo solo.

Occhio, non un doppio album, ma 2 singoli album nel giro di una settimana. Quei cd li comprò mio padre, per un totale di 54.000 lire…

Comunque, i due Use Your Illusion sono la quintessenza del rock pacchiano ed eccessivo voluto da Rose. 2 album che potevano benissimo essere riassunti in un disco singolo in quanto, va detto, non è che sia proprio tutto favoloso nelle 2 ore e oltre totali di musica. Ci sono cose magnifiche e altre francamente discutibili come la doppia versione di Don’t Cry…puoi avere You Could Be Mine e My World…si trovano Estranged, November Rain e Locomotive (che pochi si ricordano ma è una bomba)…ci sono le cover di Knockin on Heaven’s Door e Live and Let Die…ma si possono ascoltare anche The Garden (con Aice Cooper) e Garden Of Eden (col video più ridicolo dell’epoca ma che ancora oggi ha un suo dannato perché)…

Ci sono talmente tante cose che è difficile persino iniziare un discorso su quest’opera…che è stata fondamentale e se fosse uscita un anno più tardi avrebbe forse fatto una brutta fine a causa del grunge…chissà? Il fatto è che diede il via a uno dei tour più pazzeschi della storia, lunghissimo e con cifre da capogiro e condito da una serie di “imprevisti”…”incidenti di percorso”…casini vari che, di fatto, hanno portato alla fine della band originale poi trasformata in un baraccone insensato che ha prodotto Chinese Democracy.

Eppure l’uscita di questi due album rappresenta una tappa fondamentale del rock degli ultimi 25 anni: non fate gli snob, vi esaltate ancora quando sentite You Could Be Mine e pensate a Schwarzenegger che vi dice “hasta la vista, baby” prima di spararvi…vi piegate in due dal ridere quando pensate a come si conciava Axl…restate sbalorditi nell’ascoltare Slash che riusciva a tenere la chitarra in mano nonostante fosse perennemente dilaniato da varie sostanze legali e non…non riuscite a capacitarvi di come Duff McKagan potesse fare…Duff McKagan, e cos’altro poteva fare Duff? Sorridete quando vedete le immagini di Izzy Stradlin’ che scelse di andarsene per salvarsi la pelle (e per fare dischi poco conosciuti me molto carini)…rimanete perplessi quando pensate a Matt Sorum o Gilby Clarke…e se poi ripensate alle immagini di quel tour e alla gente assurda che c’era sul palco (le “coriste”, la “sezione fiati”, Dizzy Reed e Teddy “Zig Zag”) vi sbudellate dal ridere.

Questi due dischi sono tra i migliori esempi dell’eccesso hard rock made in USA nato negli anni 80, l’ultimo esempio di un certo tipo di rock pubblicato al cambio della marea ovvero quando il mercato e il panorama musicale stavano cambiando…e, piacciano o non piacciano, non possono mancare nella vostra discoteca personale.

E questo serve a ricordarvi che il 1991 segna il primo passo verso la fine del mondo.

Pride And Glory

Posted in dischi, musica by Ares on novembre 25, 2010

Zakk Wylde…prima dei Black Label Society…

…in un album semi-dimenticato, un progetto fallito e subito abbandonato da quanto sbagliato fu il momento in cui venne proposto.

1994, il grunge è alle stelle, e il giovane Zakk Wylde se ne esce con un progetto hard/southern rock chiamando a sostegno un paio di ex membri dei White Lion. Quello che esce dallo studio di registrazione è il primo e ultimo omonimo album dei Pride And Glory. Nessuno, o quasi, li cagherà, e dopo aver supportato i White Zombie in un tour il progetto muore.

Eppure di spunti interessanti ce ne sono: chitarrismo eccelso di Wylde a parte, troviamo canzoni ben fatte, ben suonate, cariche al punto giusto e una bella varietà di stili.  Se Cry Me A River guarda verso il country, Troubled Mind ha sonorità più hard, c’è la ballata Fadin Away con Wylde al pianoforte e la bella apertura di banjo per Losin’ Your Mind. Tutto questo e tanto altro ancora, un peccato non riscoprirlo.

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