Le Grandi Recensioni

Chris Robinson Brotherhood – Phosphorescent Harvest

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 22, 2014

Nuovo album per la Chris Robinson Brotherhood.

Phosphorescent-Harvest-Chris-Robinson-Brotherhood

Il cantante di Atlanta, messi in pausa (di nuovo) i Black Crowes, riunisce la sua Brotherhood e pubblica questo Phosphorescent Harvest che, e lo si capisce bene da titolo e copertina, sa molto di psichedelia e ancor di più di folk.

Diciamo subito che l’album è godibile, ma solo se vi piacciono le atmosfere tranquille e pacate di un certo tipo di rock americano e se vi piace passare intere giornate ad ascoltare i Grateful Dead…oppure se siete strafatti, e non a caso tra le note di produzione del disco c’è una scritta che dice “Blessed Are The Trip Takers”.

Album molto molto particolare, i fan dei Black Crowes resteranno perpelessi.

L’album si apre con Shore Power, che potrebbe quasi passare per un moderno soul o rhythm’n’blues, ma con quel synth mostruoso ci fa subito capire che i successivi 60 minuti saranno complicati.

Badlands Here We Come, Clear Blue Sky & The Good Doctor sono probabilmente gli episodi migliori dell’album, vale a dire quelli in cui la band sembra abbastanza concentrata per tutta la durata della canzone. Ci sono altre lunghe canzoni ben strutturate come Burn Slow e Wanderer’s Lament, ma quello che traspare dall’ascolto è che manchi un vero filo conduttore: sembra quasi che abbiano fatto lunghe improvvisazioni dicendo “vediamo un po’ dove andiamo a finire”. Per esempio, l’ultima traccia che si trova (solo) nel cd, che roba è? Cosa rappresenta?

Buon disco, fosse stato solo un po’ più “a fuoco” staremmo parlando di un lavoro di ben altro spessore. Riascoltando i lavori precedenti rimane proprio la sensazione di una band innegabilmente molto valida, ma con la tendenza a perdersi strada facendo. Va anche detto che questo Phosphorescent Harvest deve essere ascoltato più volte prima di essere digerito del tutto, non lasciatevi ingannare dal primo impatto.

Midlake – Antiphon

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 16, 2013

Nuovo album per i Midlake, nuovo percorso per la band di Denton (Texas) orfana del precedente leader Tim Smith che ha preferito continuare da solo (e coi suoi tempi biblici aspetteremo ancora a lungo prima di risentirlo).

Il ruolo di leader lo ha assunto Eric Pulido, chitarrista.

Risultato? Antiphon.

Midlake-Antiphon

Per nostra fortuna i Midlake non sembrano aver risentito troppo dell’abbandono di Smith. Anzi, sembra che la nuova direzione presa sia sicuramente fedele al passato ma con una certa tendenza a smarcarsi da certe atmosfere languide (a volte pure troppo) dei lavori firmati da Smith come il precedente The Courage of Others.

In sostanza i nuovi Midlake si stanno trasformando in una band che sembra voler unire la matrice folk-rock con la psichedelia fine anni 60: citando nomi a caso si può pensare ai Pink Floyd di More, o alla cosiddetta “Scuola di Canterbury”, oppure (ri)pensare all’album d’esordio degli stessi Midlake, quel Bamnan and Slivercork che ormai quasi 10 anni fa aveva fatto conoscere questi ragazzotti prima del capolavoro The Trials of Van Occupanther del 2006.

L’album si apre con la title-track a cui segue l’ottima Provider (poi ripresa in chiusura del disco). Scivola per 43 minuti tra melodie eleganti e curatissime e in questi minuti vanno segnalati quelli occupati da Aurora Gone, Ages e Corruption oltre alla strumentale Vale.

È già successo in passato che una band abbia perduto il leader e che questo fatto abbia poi permesso al resto dei componenti di spiegare le ali e dare sfogo alle proprie idee e ambizioni. A volte è andata bene, altre volte male, ma nel caso dei Midlake ci sono tutti i presupposti per proseguire ancora a lungo e senza rischiare di perdersi per strada come successo ad altri. Speriamo sia così, c’è tanto bisogno di buona musica e questi texani dal gusto musicale tremendamente europeo possono aiutarci.

Clinton Heylin – All The Madmen

Posted in libri by Ares on aprile 22, 2013

all-the-madmenUn po’ per caso mi è capitato per le mani questo interessantissimo libro scritto da Clinton Heylin che ci riporta a un periodo della storia del rock in cui la follia sembrava aver preso il controllo di molti illustri artisti della musica inglese.

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta il mondo del rock stava cambiando pelle: l’illusione hippy si era conclusa con Woodstock, i Beatles erano alla fine della loro esistenza, Hendrix e Morrison scomparsi, le sperimentazioni progressive iniziavano a prendere forme inconcepibili.

In questo ambiente esordiva David Bowie, mentre Syd Barrett precipitava chissà dove, col cervello bruciato, cercando di registrare dei dischi aiutato da persone che avevano a cuore la sua condizione ma che si trovarono del tutto incapaci di gestire il diamante pazzo; Pete Townshend e i The Who cercavano di scrollarsi di dosso Tommy e My Generation, una vera ossessione; un personaggio misterioso e poi di culto come Nick Drake che in un attimo si era trovato suo malgrado a fare il cantautore, era rimasto distrutto dai suoi demoni e solo post-mortem è stato rivalutato; David Bowie e il rapporto con la pazzia della sua famiglia, in particolare col fratellastro Terry, e la paranoia di essere anche lui vittima di un DNA difettoso; i Kinks di Ray Davies, un altro che tra esaurimenti, depressione e pazzia in quegli anni cercava di dar voce a quello che si portava dentro; molto altro ancora.

E’ davvero il lato oscuro del rock inglese.

Libro molto piacevole e ricco di aneddoti interessanti, raccontati riportando un buon numero di citazioni dei protagonisti prese da svariate interviste. Una perfetta descrizione di un mondo che non esiste più e di un modo di fare musica che è quasi scomparso.

Soprattutto ci sono tanti spunti interessanti e tante idee riguardo buona musica da ascoltare.

Per appassionati e curiosi.

The Mars Volta – Nocturniquet

Posted in dischi, musica by Ares on aprile 5, 2012

Questi sono completamente pazzi.

Bisogna chiarire una cosa: i Mars Volta sono degli ottimi musicisti e sono famosi per aver fatto album sperimentali e difficili. Roba di nicchia, un rock progressive moderno con canozni lunghe e complicate.

Nel nuovo lavoro Nocturniquet le canzoni sono meno lunghe, ma sempre complicate.

Questo è un disco difficile, molto difficile. In alcuni punti è francamente poco comprensibile, per gli arrangiamenti, per le melodie, per i suoni.

Sembra di ascoltare i King Crimson più sperimentali, o peggio.

E non vuol dire che sia brutto, vuol dire quello che ho scritto poche righe fa: è un disco difficile, assolutamente per pochi in grado di capire questa musica senza avere una crisi epilettica dopo 4 canzoni (cosa, temo, molto probabile nda).

Ascoltare con cautela.

Lou Reed & Metallica – Lulu

Posted in dischi, mezze stroncature, musica by Ares on ottobre 27, 2011

Uno degli album più attesi dell’anno finalmente è giunto alle mie orecchie…

Più che l’attesa, è (stata) grande la curiosità per questo lavoro: troppa la distanza tra gli artisti, troppo grande la differenza stilistica e l’approccio alla musica.

Da un lato uno sperimentatore come pochi, l’uomo che è riuscito a spacciare Metal Machine Music per un album, dall’altra i cavalieri del thrash metal per antonomasia.

Il risultato è un doppio album, con canzoni belle lunghe (pure troppo…i 19 minuti della conclusiva Junior Dad con i suoi 6 minuti abbondanti di nulla finale, eccessivo è dir poco) in cui i Metallica fanno i Metallica, ma senza assoli di Kirk Hammett, e Lou Reed fa Lou Reed, ovvero parla, o recita, o per dirla in parole povere sta davanti al microfono a delirare come un poeta beat all’apice dello sconvolgimento psicologico. Voglio dire, Mistress Dread sembra Motorbreath con Lou Reed che recita Ginsberg, così è più chiaro il concetto?

In sostanza una sorta di gigantesco mash-up che potrà piacere ai cultori del genere…ma secondo me questi ci stanno prendendo per il culo. Come nel brano d’apertura, Brandeburg Gate, in cui la chitarra acustica la fa da padrone per i primi 50 secondi, poi entrano i Metallica e il disco va avanti così per quasi 90 minuti.

Oh, dai, non mancano gli spunti interessanti com in Cheat On Me (appena 11 minuti) o l’intero secondo disco con l’iniziale Frustration che, grazie a un riff pesante che puzza di stoner e Black Sabbath, offre la base perfetta per il recitare ipnotico e stralunato di Lou Reed.

Ma sono solo episodi.

Ok, sono musicisti che dall’alto della loro lunga carriera non hanno poi molto da dimostrare, e grazie allo status raggiunto possono permettersi di fare più o meno quello che vogliono. Di sicuro non è un prodotto commerciale, e questo è un pregio.

Ma si poteva far di meglio.

Primus – Green Naugahyde

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 5, 2011

Dopo ben 12 anni tornano i Primus!

Cosa bolle nel cervello di Les Claypool? Perché ricostituire la sua creatura più famosa dopo ben 12 anni dall’ultimo lavoro in studio (Antipop)? Il motivo lo sa solo lui e i pazzi che lo accompagnano, noi possiamo solo provare a spiegare che effetto ci fa ascoltare Green Naugahyde.

Tanto per iniziare con una polemica, Tragedy’s Comin’ è la canzone che i Red Hot Chili Peppers non sono più in grado di scrivere…e bisogna dirla tutta: pensavo di trovarmi a che fare con un disco inascoltabile o semplicemente brutto (così me ne avevano parlato), invece mi trovo a che fare con dei Primus equilibrati e che solo occasionalmente si fanno prendere dalla loro indelebile vena di pazzia come in Eternal Consumption Engine o in Eyes Of The Squirrel (ah sì…i titoli delle canzoni dei Primus…). Lee Van Cleef ricorda momenti del passato come Winona’s Big Brown Beaver e la successiva Moron TV è un’altra conferma del fatto che la band è viva, Claypool è in forma ed è quindi lecito nutrire speranze per il futuro dei Primus.

C’è del fumo, ma c’è anche tanto arrosto, e sembra sia stato cucinato con una maestria e una saggezza che 12 anni fa evidentemente non era possibile avere, Sembra che questa pausa abbia infine permesso a Claypool di liberarsi (non del tutto) di alcuni atteggiamenti musicali che in passato rendevano il suo lavoro troppo ostico o semplicemente incomprensibile. Sono sempre folli i Primus, sempre in bilico tra il rock alternativo di 20 anni fa e certe divagazioni in territorio Frank Zappa o Pink Floyd (e se avete mai ascoltato Les Claypool’s Frog Brigade sapete che cosa intendo), ma adesso sono decisamente più maturi e riflessivi, e la cosa è molto interessante.

Notevole e inaspettato ritorno.

Un bel ritorno, ci voleva.

David Crosby – If I Could Only Remember My Name

Posted in dischi, musica by Ares on novembre 29, 2010

Una delle migliori testimonianze musicali della fine dell’era degli hippie.

Capolavoro, pietra miliare, uno dei dischi da portare sull’isola deserta…David Crosby nel 1971 si avvale della collaborazione di molti amici (la lista è lunghissima e include Graham Nash, Neil Young, Joni Mitchell, i Grateful Dead e tanti altri) che avevano raccontato il flower power e la rivoluzione mancata degli hippie.

38 minuti di perfetta ispirazione.

Buon ascolto (e buon viaggio…).

Black Mountain – Wilderness Heart

Posted in dischi, musica by Ares on novembre 14, 2010

Ok, van bene le superband, ma mi sento in dovere di segnalarvi anche il terzo disco dei Black Mountain.

Anche questo è uno di quei dischi che non potrà che far felici gli ascoltatori che guardano al passato come l’Età dell’Oro della musica, tanti sono i richiami a un passato glorioso fatto di grandi band e grandissime canzoni.

I Black Mountain si tolgono di dosso i panni più indie e confezionano un album più diretto, ma sempre con un sapore folk-prog-hard rock che raggiunge i massimi risultati in canzoni riuscitissime come Let Spirits Ride, con il suo riff maligno che ricorda i Black Sabbath, Old Fangs, Rollercoaster e la title-track Wilderness Heart. Un disco decisamente rockeggiante, fatto di chitarre in grande evidenza e atmosfere acide, psichedeliche, e sostanzialmente provenienti da un passato musicale che, evidentemente, continua ad essere una miniera d’ispirazione per tanti artisti.

Ottima l’interazione tra le voci di Stephen McBean e Amber Webber come nell’iniziale The Hair Song (che ha un non so che di Black Crowes) e nella ballata acustica Radiant Hearts.

Buon disco, ben fatto, ci piace.

Mercury Rev – Yerself Is Steam

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 26, 2010

Mercury Rev…chi se li ricorda?

A.D. 1991, Stati Uniti d’America…gli USA sono squassati da “Gentaglia in Bomba Atomica”®  come Guns n’ Roses, Nirvana, Sonic Youth eccetera…i Metallica stanno per pubblicare il Black Album, il grunge domina, Michael Jackson è ancora vivo.

E arriva nei negozi Yerself Is Steam

Album d’esordio di una delle band più interessanti che ci siano state nel decennio d’oro 90’s. Alfieri di una nuova psichedelia i Mercury Rev suonano una musica che arriva da lontano e la contaminano con tutto il meglio del contesto apertamente rock e selvaggio come quello di inizio anni 90.

Il sestetto di Buffalo crea fin dall’inizio, Chasing a Bee, un impasto sonoro fatto di melodie sognanti e lancinanti feedback che precipitano nel noise alla Sonic Youth (che avevano appena regalato una cosina chiamata Daydream Nation nda) e subito dopo in Syringe Mouth sembra riprendere i Velvet Underground più allucinati e acidi.

Echi di pop e new-wave, brani cupi e lunghi che rivelano quanto questa band e questo esordio siano stati importantissimi per l’influenza che hanno avuto su una parte della produzione indie americana ed europea degli anni successivi.

Musica difficile da comprendere e da ascoltare, ma proprio per questo affascinante. Ci sono anche richiami pinkfloydiani (Sweet Odyssee of a Cancer Cell) che non potranno non piacere ai fan della band di Gilmour e Waters (e Wright e Mason…e anche di Barrett, certo), richiami intelligenti e non gettati a casaccio, frutto di ottime intuizioni che rendono Yerself Is Steam un album imperdibile, uno dei capolavori degli anni 90 e uno degli esordi discografici migliori di sempre. La carriera della band ha poi avuto altri momenti notevoli come Deserter’s Songs, salvo poi virare verso lidi più pop e meno incisivi, peccato.

Comunque sia, buon ascolto e buon viaggio nel mondo dei Mercury Rev.

The Orb featuring David Gilmour – Metallic Spheres

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 11, 2010

I maestri dell’ambient e il chitarrista dei Pink Floyd, uno che di atmosfere musicali se ne intende… Salta fuori questa cosa: Due tracce, Metallic Side e Spheres Side, per poco meno di 50 minuti di musica in cui le basi elettroniche dei The Orb diventano il tappeto perfetto su cui Gilmour ricama passaggi chitarristici (elettrici e acustici) che solo lui è in grado di fare. Ogni tanto fa capolino anche la sua voce, ma se ne potrebbe fare a meno perché ci basta quel suono per farci felici. Un progetto interessante e molto equilibrato, l’elettronica non è eccessiva e si prende gli spazi necessari prima di lasciare libertà alle improvvisazioni di Gilmour che si dimostra ancora in ottima forma, e in grado di trattare una Fender Stratocaster come pochi al mondo.

Bello e rilassante.

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