Le Grandi Recensioni

Alice In Chains – Alice In Chains

Posted in dischi by Ares on maggio 27, 2015

Alla fine del 1995 l’onda del grunge da Seattle era già avviata al declino. Vuoi per il cambio della moda musicale del periodo, vuoi per la morte di Cobain dell’anno precedente, vuoi perché i gruppi-simbolo di quel movimento e di quella città stavano tutti affrontando i loro problemi.

Il problema degli Alice In Chains era la droga che stava divorando Layne Staley.

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Il 7 novembre 1995 venne pubblicato l’album omonimo, quello del cane (di Jerry Cantrell) a tre zampe sulla copertina. Tra i fans viene anche chiamato “Tripod” (simpatici…) o “Three-legged dog“, ma quel che conta davvero è che (purtroppo) rappresenta l’ultimo lavoro in studio fatto con Layne Staley.

Disco oscuro, tetro, ma di grande impatto, musicalmente molto forte e curato e con alcune delle migliori composizioni della band tra cui GrindSludge Factory, Again, Over NowHeaven Beside You e la terribilmente angosciante Frogs. Non traspare la potenza di Dirt, ma una maggiore consapevolezza dei propri mezzi e senza dubbio l’enorme difficoltà di tenere in piedi la propria esistenza (i testi scritti da Staley in alcuni casi sono mazzate). Quest’album rappresenta(va) la direzione musicale che avevano intrapreso gli Alice in Chains: dopo aver passato fasi di glam rock a inizio carriera, cavalcato l’onda grunge con i primi due album, e aver dato prova di raffinata calma acustica con Jar Of Flies, con il cane a tre zampe la virata andava verso un hard-rock cupo e potente, sempre dominato dai riff di chitarra di Cantrell che avrebbe proseguito questo percorso portandolo all’apice con il suo Degradation Trip.

Ricordo le sensazioni dell’epoca, le prime volte che lo ascoltavo. Disagio. Tanto disagio. All’inizio lo trovai un album difficile: capivo che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato nei musicisti, per me non potevano essere gli stessi di Dirt e Jar of Flies. Poi con l’andare del tempo e con l’ascolto ripetuto ne ho colto la grandezza e oggi non posso che ritenerlo l’album della maturità della band.

Pochi mesi dopo gli Alice In Chains diedero un’ulteriore saggio della propria classe nel sofferto e struggente concerto unplugged per MTV in cui il povero Layne Staley sembrava già un fantasma (e in quel momento intuii che erano giunti al capolinea).

Infine il buio. La scomparsa di Staley a inizio aprile 2002 e gli album di Jerry Cantrell sembravano aver posto la parola “fine” alla storia degli AIC. Non è stato così, anche se quella voce scomparsa troppo presto ha lasciato un vuoto incolmabile.

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Soundgarden – Superunknown

Posted in dischi, musica by Ares on agosto 31, 2014

Il 2014 segna il ventesimo compleanno di:

superunknown

All’epoca conoscevo poco i Soundgarden. A parte Rusty Cage e Jesus Christ Pose i cui video giravano per MTV, non conoscevo altro dei loro album. Ero più concentrato su Alice In Chains e Nirvana e una manciata di altre band contemporanee e non solo; ero più impegnato ad imparare i rudimenti della chitarra; c’era il ginnasio e bisognava studiare per avere in cambio qualche attimo di libertà concesso dai genitori (altri tempi) e, in sostanza, i Soundgarden erano solo uno dei tanti gruppi che venivano da Seattle. Erano uno dei gruppi che facevano “grunge”.

Poi, un giorno, vidi quel video e ascoltai per la prima volta nella mia vita quel riff di chitarra.

Spoonman.

E molte cose cambiarono.

Rimasi sconvolto. E Spoonman era, è e resterà sempre la mia canzone preferita dei Soundgarden.

L’album fu un regalo di compleanno, feci una fatica immane a capirlo ma l’impatto fu comunque devastante. Non solo per Spoonman: non posso non citare Let Me Drown e Fell On Black Days, ovviamente Black Hole Sun, 4th Of July e la title-track.

E nel corso degli anni, avendo scoperto e ampliato le conoscenze musicali, ho potuto apprezzarne ancora di più la grandezza e cogliere i riferimenti ai maestri del passato (Black Sabbath e Led Zeppelin su tutti). Sono passati 20 anni, ma lo ascolto ancora e continuo a cogliere cose che mi erano sfuggite, piccoli passaggi, anche una singola nota fatta dalla chitarra in un particolare punto di una qualunque canzone. I dettagli.

Superunknown e’ stato l’apice dell’ondata rock di Seattle, probabilmente il “canto del cigno” del grunge,

Dettagli che rendono Superunknown un disco monumentale, uno degli ultimi veri, autentici capolavori del rock. Non è un album da ascoltare, questo va divorato, assimilato in ogni sua parte e poi ancora riascoltato e avanti così. Ad libitum.

Black Sabbath & Soundgarden live in Berlin 08-06-2014

Posted in concerti by Ares on giugno 9, 2014

Trasferta berlinese per incontrare la vecchia socia e insieme andare a vedere Soundgarden e ai Black Sabbath.

Premessa: personalmente sono andato soprattutto a rendere omaggio a Tony Iommi e al suo strapotere chitarristico.

Detto questo

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(i Soundgarden ce li siamo visti da vicino, in mezzo all’imbalsamato pubblico tedesco)

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(i Black Sabbath, o “quello che resta di Ozzy Osbourne”, ce li siamo visti in gradinata: dopo aver preso da bere non siamo più riusciti a scendere nda)

Wuhlheide è un’arena naturale nel mezzo di un parco della periferia sud-est di Berlino, si arriva molto facilmente, tiene un sacco di gente ed è tutto organizzato in modo tedesco (aquile, dobermann, filo spinato, rotaie, il solito…). In verità con l’arena strapiena la situazione risulta caotica, per riuscire a prendere da bere si fanno code interminabili e il caldo pazzesco non ha fatto altro che aumentare la sete di tutti con conseguente area ristoro intasata.

Ora, passiamo alla fredda cronaca. Il concerto parte con i Soundgarden orfani di Matt Cameron: qualcuno ha sentito la mancanza di Matt Cameron? No. I tre superstiti hanno infilato Jesus Christ Pose, SpoonmanRusty Cage e Outshined all’inizio, tanto per far capire l’andazzo. 10 canzoni per un’oretta circa con grande spazio per la produzione di Superunknown che ha compiuto 20 anni e concluso con Beyond The Wheel recuperata dai tempi di Ultramega OK. Eravamo a pochi metri dal palco, in zona calda, ma il pubblico tedesco evidentemente ha problemi nel mostrare le proprie emozioni.

Pausa per recuperare le forze, salire la gradinate, fare coda per mangiare e bere ed entrano in scena i Black Sabbath.

Prima cosa: il suono della chitarra di Tony Iommi e’ devastante e lui si aggira per la sua zona di palco con flemma inglese, snocciolando riff e assoli con una naturalezza estrema, ovviamente vestito di nero, vero motore dei Sabbath.

Seconda cosa: Geezer Butler se ne sta dalla sua parte, anche lui ha un suono imponente e quando improvvisa un assolo di basso condito di wah-wah si aspetta solo l’inizio di N.I.B. che puntualmente arriva e ci fa ringraziare il demonio per averci regalato attimi meravigliosi.

Terza cosa: alla batteria siede Tommy Clufetos, batterista di Ozzy, che picchia come un dannato e fa il suo onestissimo dovere, incluso un assolo molto tirato che precede Iron Man.

Quarta cosa: la nota dolente (e in questo caso stonata). Ozzy Osbourne non ce la fa. Voglio dire, quando becca la tonalità della canzone tutto fila liscio, ma spesso l’esecuzione e’ stata altalenante. Purtroppo l’impressione e’ quella di un vecchio fattone rincoglionito che sta sul palco solo per il suo nome e non certo per come porta avanti lo spettacolo. E’ simpatico, fa ridere, ma forse e’ giunta ora di smettere? Under The Sun e’ stata imbarazzante e non e’ stata l’unica…

Hanno iniziato con War Pigs e Into The Void, hanno recuperato una chicca come Dirty Women da Technical Ecstasy, un paio di pezzi dall’ultimo album (Age Of Reason e God Is Dead?), Snowblind, Fairies Wear Boots, Children Of The Grave e l’ovvia chiusura con Paranoid.

Sarebbe stato tutto perfetto, peccato per il povero Ozzy.

Alice In Chains – The Devil Put Dinosaurs Here

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 7, 2013

Nuovo album della Jerry Cantrell Band…

Cover

Non ci riesco.

Non sono assolutamente in grado di accettare il fatto che si utilizzi il nome della band SENZA Layne Staley.

Musicalmente parlando è un dico tosto, pesante anche con i brevi intermezzi acustici. La direzione era stata presa a metà anni 90, quando ormai Staley aveva deciso di uccidersi e gli altri “amici” probabilmente se ne sono anche sbattuti il cazzo, ma va beh…

The Devil Put Dinosaurs Here è l’esatta continuazione di Black Gives Way To Blue, a sua volta esatta continuazione di Degradation Trip. Riff pesanti, al limite del metal, canzoni lunghe e testi cupi. Almeno 3-4 canzoni entrano di diritto tra le migliori della band (su tutte la title-track).

E ascoltandolo ho avuto l’intuizione, ho capito come va considerato questo disco: un saggio chitarristico del signor Cantrell che ormai, a 47 anni e coi capelli corti, si permette di fare quel che vuole.

Poi c’è la questione delle armonie vocali che sono il vero marchio di fabbrica della band e l’attuale insormontabile problema.

Perché William DuVall sarà anche bravo, non lo metto in dubbio, ma ha una voce troppo simile a quella del biondo chitarrista, di conseguenza uno ricorda com’era la voce di quello che non c’è più e fine della storia. Non esistono più armonie. Non esistono più gli Alice In Chains.

….

……

(il disco merita, è suonato davvero bene e le canzoni sono ottime, solo che mi fa incazzare vedere quel nome in copertina)

Soundgarden – King Animal

Posted in dischi, musica by Ares on novembre 14, 2012

I giganti del grunge made in Seattle sono tornati.

Un ritorno atteso da molto tempo, addirittura 16 anni sono passati dall’ultimo lavoro in studio dei Soundgarden, Down On The Upside.

Oggi si parla di King Animal, il nuovo lavoro

Arrivatomi in formato deluxe, con 3 bonus tracks che in realtà sono demo di canzoni già presenti nel disco (e mi chiedo perché Amazon avesse descritto il bonus come tracce live registarte al concerto di Rho dello scorso giugno…va beh…), mi sono sentito emozionato e felice come quando da “bravo” adolescente mi accingevo ad ascoltare il nuovo album dei miei beniamini dell’epoca…ho pensato “chissà se l’energia è rimasta la stessa, se i riff hanno ancora qul tocco maligno, se usano ancora quei tempi così strani e difficili, chissà chissà chissà…”

E dopo 3 canzoni ho capito che i Soundgarden sono ancora vivi, vegeti, pieni di energia e in poche parole non hanno perso per strada il loro modo di far musica. Soprattutto le 13 canzoni nuove tra cui il singolo Been Away Too Long che apre il disco, assente invece Live To Rise che faceva da colonna sonora al film The Avengers (giustamente, nulla a che fare con il mood del disco nda), sono ben scritte e strutturate e suonate in modo impeccabile. Tutti hanno contribuito a scrivere musica e testi e tutti hanno creato qualcosa che è Soundgarden al 100%. Chris Cornell urla come un pazzo, Ben Shepherd e Matt Cameron pestano come pazzi e si dilettano in cori e comparsate in altre vesti (Cameron suona il moog in Blood On The Valley Floor e  Eyelid’s Mouth e Shepherd si diverte alla chitarra in Attrition), Kim Thayil invece è accreditato come “lead and color guitar” che dice più di ogni altra cosa (e per me resta uno dei chitarristi più sottovalutati degli ultimi 30 anni di rock) e ci regala un paio di canzoni degne di nota come A Thousand Days Before e Blood On The Valley Floor. C’è anche il vecchio amico Mike McCready dei Pearl Jam tra gli ospiti, sia mai che ci dimentichiamo dei compagni di merende giù a Seattle…

Partenza spedita grazie alla già citata Been Away…cui seguono Non-State Actor e By Crooked Steps che ci riportano in un territorio musicale ben conosciuto e atteso da anni. L’album prosegue senza cadute di tono, anzi, rimane incalzante e in alcuni punti anche oscuro, e proprio qui risiede il suo fascino. Un fascino ancora attuale nonostante la musica di questo inizio millennio sia dominata da fenomeni da baraccone. Notevole, davvero notevole sentire come l’alchimia tra i 4 non sia stata scalfita dal tanto tempo passato. Al concerto di Rho ero rimasto ben impressionato, ma in fondo avevano suonato una sorta di greatest hits dal vivo e per capire lo stato di forma autentico aspettavo con ansia le nuove canzoni, e adesso devo dire di essere davvero contento del risultato.

Questi signori vengono da un altro mondo e per troppo tempo ci hanno lasciati soli.

Ma adesso che sono tornati spero che abbiano voglia di restare qui a farci compagnia ancora per tanto tempo.

Bentornati, Soundgarden…

Chris Cornell live in Udine 25-06-2012

Posted in concerti, musica by Ares on giugno 26, 2012

A distanza di pochi giorni ho avuto la fortuna di poter sentire di nuovo la voce di Chris Cornell. E questa volta senza i fidati amici Soundgarden, perché questo 48enne si diverte ad andare in giro con la sua chitarra a strimpellare e cantare…è Chris Cornell, può permetterselo.

Nell’ambito dell’Udine Jazz Festival e nella bella cornice del Castello della città, il nostro eroe ha rallegrato i presenti per 2 ore filate presentando una vasta selezione del proprio repertorio più qualche cover.

Qualche aneddoto per presentare le canzoni e poi via, una carrellata di brani da Euphoria Morning, Carry On e Scream passando per Soundgarden, Audioslave e Temple Of The Dog. In mezzo anche un paio di brani “accompagnato” da una base incisa su vinile. Sul palco anche delle chitarre elettriche che non sono state utilizzate…mmm…

Qualche titolo? Scar On The Sky, Wide Awake (stupenda), Wooden Jesus, Hunger Strike, Fell On Black Days, Black Hole Sun, Billie Jean (quella di Michael Jackson, ieri anniversario della sua morte nda), Thank You (proprio quella dei Led Zeppelin), Blow Up The Outside World e chiusura con A Day In The Life e Imagine.

Ciao, grazie, tutti a casa.

Di una bravura a tratti sconcertante, non c’è altro da dire.

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Soundgarden Live in Rho – Milano 04-06-2012

Posted in concerti by Ares on giugno 5, 2012

Gente che invecchia bene, questa è la prima cosa che mi viene da dire dopo aver assistito all’esibizione dei Soundgarden nella zona dell Fiera di Rho…

E la foto purtroppo non può farvi capire molto, ma vi assicuro che i signori Cornell, Cameron, Shepherd e Thayil sono in ottima forma. Suonano sempre alla grande e soprattutto si divertono.

2 ore circa di concerto aperto da Searching With My Good Eye Closed e Spoonman e chiuso da Jesus Christ Pose e Slaves and Bulldozers in cui Chris Cornell ha dato sfogo a tutta la sua rabbia vocale. A proposito del cantante, devo dire che rispetto a quando lo vidi a Milano nel 2007 vocalmente sta molto meglio, e questo è un bene per tutta l’umanità.

In mezzo sono passati i grandi classici e alcune perle del passato come Gun, una carrellata lungo tutta la carriera della band in cui ha trovato spazio anche l’ultimo singolo Live To Rise che dal vivo rende molto meglio rispetto ai passaggi in radio.

Scenografia essenziale, poche parole e tanta tanta musica che ha riportato il pubblico a un’epoca che sembra lontana anni luce, quando la musica veniva (ancora) prima di ogni altra cosa.

Bentornati, Soundgarden. Adesso non lasciateci più e fateci avere presto qualche cosa di nuovo.

Chris Cornell – Songbook

Posted in dischi, musica by Ares on gennaio 3, 2012

In attesa di novità dal pianeta Soundgarden, Chris Cornell torna armato di chitarra e voce e ci regala Songbook.

Una manciata di canzoni, tra cui brani di Soundgarden, Audioslave, Temple Of The Dog e alcune interessanti cover come Thank You e Imagine che il nostro eroe si diverte a proporre in solitudine.

E’ roba per appassionati del genere ed estimatori dell’artista, ma una cosa è certa: quest’uomo canta ancora da dio, e in versione “solitario menestrello” rende al massimo.

Da brividi, se vi è piaciuto il superbootleg “Unplugged in Sweden” questo non potrà che piacervi ugualmente…

Alice In Chains – Dirt

Posted in dischi, musica, richieste by Ares on dicembre 18, 2011

Oggi lascio la parola a Bixx, questo il suo pensiero.

Ho comprato “Dirt” in cassetta, perché non avevo ancora lo stereo con il lettore CD. Era una cassetta con un piccolo difetto, un graffio sulla scatoletta di plastica, e per questo era scontata. Era il 1995, io avevo quattordici anni e solitamente passavo i sabati pomeriggio a Treviso, girando per le strade del centro con un’amica e facendo una puntata obbligatoria al negozio di dischi vicino alla stazione.

Gli Alice in Chains li conoscevo perché No Excuses (da Jar of Flies) passava spesso in radio in quegli anni, e un’amica mi aveva fatto una cassettina con varie canzoni rock tra le quali, appunto, No Excuses. Guardavo MTV da un po’ di anni – uno dei primi ricordi che ho è proprio la frequenza con cui passavano il video di Smells Like Teen Spirit – e registravo diversi video e programmi come Headbangers Ball (che lo facevano di notte, ma io avevo imparato in cinque secondi a programmare il videoregistratore). Così avevo conosciuto il cosiddetto grunge. Ne parlavano anche alcuni articoli nei giornali italiani, di questi giovani con i berretti di lana, le camicie di flanella, provenienti da Seattle, che si vestivano male ed erano i precursori della odierna piaga sociale del manifestante socialmente impegnato.

E ascoltavano la musica grunge.

Io ero una giovane secchiona di campagna in prima superiore. L’atmosfera stantia del liceo iniziava a starmi stretta, e avevo capito ben presto che mai avrei potuto accodarmi allo stuolo di ragazze trendy, quelle a cui la pubertá aveva donato esteticamente. Con me la pubertà non era stata gentile per nulla, ed ero massiccia e avevo gli occhiali da vista che dovevo portare sempre. Il grunge mi sembrava un’ottima scelta di vita, dato che a quattordici anni era imperativo scegliere un’identità, e farlo in fretta. Nel mio caso, poi, si trattava di sfuggire all’imminente etichettatura di sfigata secchiona. Secchiona sarei rimasta perché mi faceva comodo e i voti alti garantivano sprazzi di libertà che i miei genitori, non esattamente liberali, mi avrebbero altrimenti negato.

E dunque era possibile barattare un 9 in latino con un pomeriggio a Treviso e una mancia da spendere in musica.

Tornata a casa poco prima di cena, ero corsa in camera mia e avevo messo la cassetta nel registratore, non prima di aver estratto il libretto coi testi. Capite, ero secchiona e adoravo l’inglese, ero curiosissima di capire tutte quelle espressioni che usavano su MTV, mi sembrava la cosa più importante del mondo (ancora ricordo il giorno, anni prima, in cui avevo scoperto in un dizionario di inglese aggiornato – che io usavo quello appartenuto a mio padre – che “gonna” era una contrazione di “going to”. Mi sembrava di aver scoperto l’America).

Mi sono seduta sul tappet rosso vinaccia con gli orsi polari disegnati e ho schiacciato play e

AAAH! AAAH! AAAAH!

L’inizio di Them Bones.

L’inizio di Them Bones è il motivo per cui ricordo tutti questi dettagli di un sabato di sedici anni fa. Proust aveva i biscottini, io ho Them Bones. L’inizio di Them Bones mi ha spaccato il culo. Avevo già ascoltato hard rock e heavy metal, ma questo era diverso. Questo era cattiveria e malattia; era una cosa che non conoscevo. Droga, dolore, dipendenza? Rabbia?

Gonna end up a big ole pile a them bones, leggevo e già tentavo di decrittare quel “them” accanto a “bones”.

Dopo un paio di canzoni mia mamma mi ha chiamata, che era pronta la cena. Quella sera mi ricordo che avevo quasi paura di ascoltare tutto l’album, perché ogni canzone era peggio della precedente, come gironi infernali (non che avessi letto Dante, al tempo), un’oscurità senza uscita, le voci di Staley e Cantrell a creare cori dissonanti e profondamente malati. Mi ricordo benissimo che alla fine non stavo tanto bene; ero scossa, quell’ora e qualcosa di Dirt mi aveva fatto quasi male.

Ad oggi, considero l’esplosione di suoni in Rooster come una delle migliori del rock. Il giro di basso di Would? rimane insuperato. Ma ho difficoltà ad isolare brani singoli in Dirt. Per me rimane una specie di concept album che parla di oppressione e disgusto. Un disco che va ascoltato tutto intero dove il filo conduttore è una strana atmosfera ipnotica, che ti fa male ma da cui non riesci a uscire.

È difficile descrivere l’impatto esistenziale di un disco senza sembrare sentimentali o patetici. Ma sono lucida e sincera quando dico che quel sabato sera, accucciata sul tappeto, mi si è aperto un mondo. A volte penso che avrei quasi preferito essere più vecchia, aver conosciuto il grunge a vent’anni, con maggiore consapevolezza e distanza critica. A volte penso che Dirt mi abbia parzialmente rovinato la vita, mostrandomi la faccia del disgusto e della depressione in un momento in cui ero facilmente impressionabile. Forse sarei stata più estroversa e ottimista, se i miei anni adolescenti li avessi passati con gli AC/DC.

Ma alla fine va bene così.

Da padrone-despota del blog aggiungo il mio ricordo.

Ho conosciuto gli Alice In Chains alla fine del 1992, facevo la terza media. MTV era appena arrivata, i Nirvana e i Pearl Jam si potevano ascoltare ogni 5 minuti, si parlava del grunge e di Seattle, una città che conoscevo solo perché casa dei Seattle Supersonics (squadra NBA ormai estinta nda). Avevo iniziato a suonare la chitarra da pochi mesi e un giorno, mentre guardavo Videomusic, vidi la pubblicità di una band a me sconosciuta…Alice In Chains…Dirt…boh?

La pubblicità prendeva spezzoni da un paio di videoclip, Them Bones e Would?, e quei ritornelli mi sono entrati in testa all’istante, e poco dopo, una volta finito lo stacco pubblicitario ecco che vidi per la prima volta il video di Them Bones.

Folgorazione, come San Paolo sulla via di Damasco. Un mondo che si apre.

Riuscii ad ascoltare Dirt grazie a una cassetta registrata da un compagno di scuola, ma dovetti aspettare il mio compleanno perché potessi avere la mia copia dell’album. E ascoltarlo per intero fu una mazzata. E lo e’ ancora adesso. 

Dirt è la faccia malata e sporca del grunge, una summa della negatività, l’essenza stessa della ‘denial’ di cui cantava Kurt Cobain. E mi piaceva, e mi piace ancora adesso, e mai potrei fare a meno di quel disco e quella band. Ascoltare Dirt ha cambiato la mia percezione della musica, il riff di Dam That River e Angry Chair mi hanno letteralmente sconvolto. E anche in questo momento, mentre riascolto per l’ennesima volta questo capolavoro, ringrazio il destino per avermi reso abbastanza cosciente e recettivo per poterlo capire e apprezzare. 

Soundgarden – Badmotorfinger

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 8, 2011

Oggi cade il ventesimo anniversario della pubblicazione del terzo album dei Soundgarden…

e il mondo del rock veniva scosso da un altro tsunami musicale made in Seattle.

La band più ledzeppeliniana della scena grunge nell’ottobre del 1991 arrivava nei negozi di dischi con Badmotorfinger, album che presentava un’altra faccia del grunge che proprio in quei mesi iniziava a far sentire la sua prepotente voce.

Un’altra faccia perché se i Nirvana affondavano le radici nel punk e i Pearl Jam nella tradizione classica del rock impegnato americano (tipo Neil Young, anche se è canadese), i Soundgarden capitanati dalla voce mostruosa di Chris Cornell affondavano le radici in territori Led Zeppelin e altri misteriosi. Non è un caso che all’epoca Badmotorfinger sia stato battuto da Nevermind e Ten, molto più accessibili, ma la storia ci ha poi raccontato che quest’album è un’opera basilare del rock alternativo degli ultimi 20 anni.

Urla disumane (il ritornello di Slaves & Bulldozers…ogni volta che lo ascolto mi chiedo come sia possibile avere una voce del genere), riff di chitarra folli (Rusty Cage e Jesus Christ Pose) suonati da un pazzo di nome Kim Thayil, una sezione ritmica poderosa in mano a Matt Cameron e Ben Shepherd.

Capolavoro assoluto. Da (ri)ascoltare a tutto volume.

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