Le Grandi Recensioni

Neil Young – Harvest

Posted in dischi, musica by Ares on marzo 31, 2012

Questo ha da poco compiuto 40 anni…

Neil Young in versione country rock folk nella sua massima espressione.

Harvest e’ un capolavoro senza tempo, perfetto, semplice, equilibrato, pacifico. E con canzoni molto importanti e che hanno fatto versare tanto inchiostro al tempo (Alabama e la polemica antirazzista su tutte, e la conseguente risposta dei Lynyrd Skynyrd).

E poi The Needle and the Damage Done, dedicata agli artisti scomparsi causa eroina, Out On The Weekend e Heart Of Gold che ancora oggi dovrebbero essere materia di studio per giovani chitarristi in erba.

E la conclusiva cavalcata Words (Between the Lines of Age) con le chitarre che urlano.

Da riascoltare subito, se invece siete tra i pazzi che non lo hanno mai ascoltato…beh, non e’ troppo tardi.

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Tom Petty & the Heartbreakers – Into The Great Wide Open

Posted in dischi, musica by Ares on luglio 1, 2011

Il 2011 segna il ventesimo compleanno di un sacco di album famosi di cui scriverò qualcosa molto presto.

E anche album importanti, almeno per me…

Ero un ragazzino che iniziava a scoprire e ad appassionarsi alla musica, c’era Videomusic e arrivavano in Italia le prime trasmissioni di MTV Europe, in inglese. Non lo capivo, ma stavo a guardare e ad ascoltare.

E un giorno capito’ questo video in bianco e nero, con questo tizio biondo con un cappello che suonava la chitarra e cantava “Learning To Fly“.

Tom Petty & the Heartbreakers, disse mio padre, l’ho visto dal vivo anni fa a Verona, accompagnava Bob Dylan…

Ebbene, quell’estate coi soldini risparmiati riuscii ad avere Into the Great Wide Open. Che non sarà il miglior album del menestrello di Gainesville, Florida, ma di sicuro ha tutti gli elementi che hanno contraddistinto la sua luminosa e lunga carriera, ovvero un equilibrato mix tra folk e southern rock con sprazzi di Dylan e Springsteen.

Ci sono album di Tom Petty di gran lunga migliori di questo, come Full Moon Fever o il successivo Wildflowers (capolavoro).

Ma 20 anni fa questo disco mi ha profondamente colpito e per me rimane un gioiello importantissimo.

Buon ascolto.

Amos Lee – Mission Bell

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 16, 2011

Le cose belle che arrivano per il compleanno…

Amos Lee…dove avevo già sentito questo nome? Perché mi ricordava qualcosa?

Perché il ragazzo fa parlare di se da qualche anno grazie  collaborazioni con Norah Jones e qualche album degno di nota. Cose che mai avevo ascoltato, mea culpa, ma che – e la memoria ora mi aiuta – mi erano state menzionate da un vecchio amico in un pub di Dublino prima di un concerto.

Comunque sia, Mission Bell è uscito lo scorso gennaio e spulciando tra i nomi di chi ci ha lavorato salta fuori che c’è lo zampino di Calexico e Iron & Wine più un paio di nomi altisonanti come Lucinda Williams in Clear Blue Eyes e una delle colonne portanti della musica popolare americana come Willie Nelson che appare in El Camino (reprise) in chiusura di album.

Potrebbe sembrare il territorio di James Taylor, ma non lo è: Amos Lee si muove tra il folk, il blues, le ballate chitarra e voce e grazie agli inserti di fiati e archi a volte sembra di stare dalle parti del Messico.

Disco leggero ma a suo modo profondo, consigliato agli amanti delle chitarre acustiche e a chi ha bisogno di relax.

Pride And Glory

Posted in dischi, musica by Ares on novembre 25, 2010

Zakk Wylde…prima dei Black Label Society…

…in un album semi-dimenticato, un progetto fallito e subito abbandonato da quanto sbagliato fu il momento in cui venne proposto.

1994, il grunge è alle stelle, e il giovane Zakk Wylde se ne esce con un progetto hard/southern rock chiamando a sostegno un paio di ex membri dei White Lion. Quello che esce dallo studio di registrazione è il primo e ultimo omonimo album dei Pride And Glory. Nessuno, o quasi, li cagherà, e dopo aver supportato i White Zombie in un tour il progetto muore.

Eppure di spunti interessanti ce ne sono: chitarrismo eccelso di Wylde a parte, troviamo canzoni ben fatte, ben suonate, cariche al punto giusto e una bella varietà di stili.  Se Cry Me A River guarda verso il country, Troubled Mind ha sonorità più hard, c’è la ballata Fadin Away con Wylde al pianoforte e la bella apertura di banjo per Losin’ Your Mind. Tutto questo e tanto altro ancora, un peccato non riscoprirlo.

Robert Plant – Band Of Joy

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 23, 2010

Il ritorno di Robert Plant con un nuovo disco suscita inevitabilmente le solite domande: “ha ancora voce?“…”Perche’ non si riunisce definitivamente coi Led Zeppelin come 3 anni fa?“…oppure “ma tanto i suoi dischi fan tutti cagare, non sarebbe meglio ritirarsi o rinirsi coi Led Zeppelin?“…e altre cose assurde di questo tipo.

Alla luce delle ultime prove da solista come Fate Of Nations e il magnifico Raising Sand con Alison Krauss, il buon Robert probabilmente pensa che al mondo di gente matta ce ne sia troppa, quindi beccatevi Band Of Joy.

Avrei bisogno di chiarimenti riguardo la copertina…ma andiamo avanti: fin dall’inizio è chiaro che Plant stia proseguendo il percorso di Raising Sand perché le canzoni (attenzione: si tratta di cover nda) di apertura Angel Dance e House Of Cards sembrano uscite dalle session con la Krauss.

Ma il nostro vecchio amico ha ancora qualche demone che gli gira per la testa: Central Two-O-Nine ricorda fin troppo i momenti acustici dei Led Zeppelin, con l’unica differenza che manca l’esoterico Jimmy Page…ah, tanto per chiarire, la voce il signor Plant ce l’ha ancora, solo che a 60 anni suonati non ha più bisogno di urlare come un pazzo come faceva negli anni 70.

Band Of Joy è un viaggio attraverso la tradizione musicale americana fatto attraverso brani di provenienza ed epoca diversa, un disco che riprende ciò che i Led Zeppelin avevano fatto per tutta la loro carriera: esplorare e riarrangiare l’america, il blues, la “musica del diavolo” (e il diavolo ha presentato un conto salatissimo alla band nda…) e lo fa in maniera eccellente ben supportato dalla voce di Patty Griffin e soprattutto dalla chitarra di Buddy Miller da tempo infaticabile spalla di due leggende come Emmylou Harris e Willie Nelson. Una selezione di canzoni che parte dai Los Lobos passando attraverso i Low (giovane band del Minnesota, pare apprezzatissimi da Plant) e finendo addirittura in gospel degli anni 30 del secolo scorso (Satan, Your Kingdome Must Come Down) o anche più lontano con Cindy I’ll Marry You One Day che risale al XIX secolo.

Bentornato signor Plant, e grazie per questo bel regalo che ci hai fatto.

Voto: 9

Consigliato: a chi ne vuole sapere di più della musica americana.

Joni Mitchell & James Taylor – The Circle Game

Posted in concerti, dischi, musica by Ares on settembre 7, 2010

live at the Royal Albert Hall, London, 28/10/1970

Roba per palati fini?

Eccome…e la dimostrazione che per i due protagonisti (specie per Taylor) 40 anni sembrano non essere mai passati tali sono la classe e l’eleganza che dimostra questa splendida testimonianza.

Solo il suono della chitarra e la splendida voce di Joni Mitchell che mette i brividi e poi lascia spazio al countryman da Boston che regala altri brividi per poi lasciare altro spazio all’illustre collega.

Un po’ di storia: un paio di settimane prima a Vancouver si era svolto un concerto per un’associazione benefica che poi sarebbe diventata Greenpeace, un concerto in sostegno a un postaccio in Alaska che il governo USA aveva dichiarato poligono di tiro per armi nucleari. Ora, dopo questo concerto (di cui esiste il disco nda), James e Joni partirono per Londra dove vennero accolti dal mitico John Peel e si misero a suonare per i sudditi di Sua Maestà…e la BBC trasmise e registro’ questo bel concerto…e noi, 40 anni dopo, possiamo godercelo.

The Priest e Carey, cantate da Joni Mitchell, sono da ascoltare ogni giorno. Rainy Day Man di Taylor anche. Il resto è spaventosamente bello ed emozionante.

Consigliatissimo.

Tom Petty & The Heartbreakers – Mojo

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 18, 2010

Dopo ben 8 anni tornano Tom Petty & The Heartbreakers, potevo forse lasciarmi scappare il nuovo lavoro? Mai al mondo!

Quindi si parla di Mojo, nuovo album della band capitanata dal biondo menestrello da Gainesville, Florida.

E pare che il nostro caro vecchio amico Tom abbia tanto blues che gli scorre nelle vene, assieme a un po’ di altre cose interessanti. Mojo si apre con Jefferson Jericho Blues che pare portarci a Chicago, assieme a Muddy Waters. Ma le cose cambiao con la seconda traccia, First Flash Of Freedom, che ritorna nel gruppo delle grandi ballate americane cui Tom Petty ci ha abituati in 30 anni e più di luminosa carriera.

Mojo scorre attraverso blues, country, reggae (Don’t Pull Me Over) e southern rock con picchi improvvisi come la ledzeppeliniana I Should Have Known It, cui segue U.S. 41 che profuma di autostrade, e Takin’ My Time, altro blues straordinario. Gli Heartbreakers suonano ispiratissimi, in grandissima forma e danno l’impressione di divertirsi come non mai. Da rilevare soprattutto l’ennesima, incredibile prova alla chitarra di Mike Campbell (superbo nella conclusiva Good Enough), troppo spesso ignorato e sottovalutato. Ah, nota tecnica per chitarristi: nel libretto sono elencate le chitarre usate per registrare il disco…quella piu’ cessa e’ una Stratocaster del 1965…

Altro da segnalare? Beh, 65 minuti (e in giro per la rete si trovano recensioni che trovano da dire che è troppo lungo…abbiamo tonnellate di musica di merda e quando arriva un buon prodotto da un Maestro vi lamentate???? Vi meritate Gigi D’Alessio!) e 15 canzoni, mi sembra che la generosità sia di casa dalle parti di Tom Petty. Un album diretto e genuino, ottima prova e ottimo ritorno di un artista ormai parte findamentale della cultura musicale americana contemporanea accompagnato dalla sua fedelissima band. Pochi suonano così bene, pochi sono così ispirati, ed esiste solo un Tom Petty & The Heartbreakers.

Tom Petty – Wildflowers

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 9, 2010

Come nella precedente recensione su Nebraska di Springsteen, anche in questo caso ci troviamo di fronte a un grande autore che “abbandona” temporaneamente la band che sempre lo accompagna.

Nel 1994 Tom Petty mette da parte gli Heartbreakers (che in realtà collaborano alla registrazione del disco…assieme a tanti altri artisti tra cui Ringo Starr nda), si affida alla produzione di Rick Rubin e si dedica alla realizzazione di quello che è uno dei suoi migliori album: Wildflowers.

Ispirazione alle stelle. Atmosfera rilassata e di pura pace nei brani acustici, mentre si salta e si balla nei brani più rockeggianti. Se davvero vogliamo essere pignoli e stracciamaroni, quest’album ha un paio di canzoni di troppo.

Ma ha anche alcune delle migliori canzoni mai scritte da Petty come Wildflowers, You Don’t Know How It Feels, It’s Good To Be King, You Wreck Me.

Non c’è poi molto da dire, una bellissima collezione di sano rock americano, puro e semplice.

Sincero.

Tom Petty.

Robert Plant & Alison Krauss – Raising Sand

Posted in dischi, musica by Ares on aprile 18, 2010

Per me si tratta del disco migliore del 2007. Così, a scanso di equivoci, metto subito le cose in chiaro.

Un dio del rock e una regina del country e del bluegrass…che ci fanno assieme?

Fanno musica, semplice…e quando il talento e la classe sono incalcolabili, quando i protagonisti in campo sono il meglio che si possa avere sulla piazza, ecco che è quasi inevitabile che scappi di creare un lavoro magnifico. Certo, quando ho visto questo album sugli scaffali ho pensato “va beh…come accoppiare Biancaneve con Godzilla…non ha senso…“, poi, spinto dalla curiosità di un connubio tanto bizzarro, ho speso qualche eurino e sono tornato bel bello a casetta e in un attimo il cd girava e le note uscivano dalle casse.

Raising Sand è un album riuscito alla perfezione, una manciata di composizioni nuove accompagnate da cover degli Everly Brothers, Gene Clark, Townes Van Zandt, Tom Waits e altri autori del blues, country, folk; magistralmente prodotto da T-Bone Burnett e suonato da una band di illustri sconosciuti (per me) in grado di creare un soffice tappeto sonoro su cui le doti canore di Plant (mai così rilassato e “silenzioso”…nulla di ledzeppeliniano) e della Krauss possono avere libero sfogo. Nessuno dei due prevale, non si può dire che sia un pareggio perché non c’è sfida: c’è la consapevolezza di unire le forze per una missione superiore che è rendere omaggio alla Musica e al canto.

Momenti clou dell’album? Rich Woman, ipnotica apertura; Sister Rosetta Goes Before Us per la prova della Krauss; Polly Come Home per la prova di Plant. Interessanti anche i momenti piu’ movimentati dell’album come Gone Gone Gone degli Everly Brothers o Please Read The Letter (creatura di Page/Plant) già apparsa in Walking Into Clarksdale e Trampled Rose di Tom Waits.

Un album che passa dal folk al country fino al rhythm and blues, una salutare passeggiata attraverso quanto di meglio l’America ci abbia regalato in forma di musica.

Voto: miglior album del 2007

Consigliato: a chi è stanco del rumore

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