Le Grandi Recensioni

Muddy Waters – Electric Mud

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 8, 2013

Questo è l’album più strano di un uomo che è stato una delle colonne portanti del blues.

electricmud

Electric Mud esce nel 1968, su pressioni della casa discografica (la mitica Chess Records voleva renderlo più vendibile ai bianchi che si stavano avvicinando al blues) Muddy Waters rilegge alcuni suoi brani in chiave più moderna, in linea coi tempi, e il risultato è una manciata di canzoni di blues psichedelico, chitarre distorte e ritmiche che poco sembrano avere a che fare col Chicago-blues o il Delta-blues di cui Waters era maestro indiscusso. Strane e quasi irriconoscibili le versioni di Hoochie Coochie Man, I Just Want To Make Love to You, Mannish Boy, per non parlare della cover di Let’s Spend the Night Together dei Rolling Stones.

Sebbene sia stato bistrattato dai puristi del genere, Electric Mud resta un album interessante che ci presenta un vecchio artista alle prese con un modo di suonare a lui non del tutto congeniale, ma la classe innata e il fatto di aver contribuito a creare un genere ha permesso al buon Muddy Waters di districarsi in un ambiente poco nelle sue corde.

Si può definire come uno dei primi album crossover malriusciti? In parte sì: le canzoni soffrono terribilmente perché sono costantemente segnate da assoli col fuzz a palla (da chitarrista amante del fuzz: bello, per carità…ma TUTTA la canzone? No, dai…) e ritmiche che fanno il verso al rock psichedelico dell’epoca.

Insolito, ma da (ri)scoprire.

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Clinton Heylin – All The Madmen

Posted in libri by Ares on aprile 22, 2013

all-the-madmenUn po’ per caso mi è capitato per le mani questo interessantissimo libro scritto da Clinton Heylin che ci riporta a un periodo della storia del rock in cui la follia sembrava aver preso il controllo di molti illustri artisti della musica inglese.

Tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta il mondo del rock stava cambiando pelle: l’illusione hippy si era conclusa con Woodstock, i Beatles erano alla fine della loro esistenza, Hendrix e Morrison scomparsi, le sperimentazioni progressive iniziavano a prendere forme inconcepibili.

In questo ambiente esordiva David Bowie, mentre Syd Barrett precipitava chissà dove, col cervello bruciato, cercando di registrare dei dischi aiutato da persone che avevano a cuore la sua condizione ma che si trovarono del tutto incapaci di gestire il diamante pazzo; Pete Townshend e i The Who cercavano di scrollarsi di dosso Tommy e My Generation, una vera ossessione; un personaggio misterioso e poi di culto come Nick Drake che in un attimo si era trovato suo malgrado a fare il cantautore, era rimasto distrutto dai suoi demoni e solo post-mortem è stato rivalutato; David Bowie e il rapporto con la pazzia della sua famiglia, in particolare col fratellastro Terry, e la paranoia di essere anche lui vittima di un DNA difettoso; i Kinks di Ray Davies, un altro che tra esaurimenti, depressione e pazzia in quegli anni cercava di dar voce a quello che si portava dentro; molto altro ancora.

E’ davvero il lato oscuro del rock inglese.

Libro molto piacevole e ricco di aneddoti interessanti, raccontati riportando un buon numero di citazioni dei protagonisti prese da svariate interviste. Una perfetta descrizione di un mondo che non esiste più e di un modo di fare musica che è quasi scomparso.

Soprattutto ci sono tanti spunti interessanti e tante idee riguardo buona musica da ascoltare.

Per appassionati e curiosi.

The Beatles – Please Please Me

Posted in dischi, musica by Ares on marzo 22, 2013

The Moody Blues – In Search Of The Lost Chord

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 18, 2011

Siamo alla fine degli anni 60, all’alba del progressive rock…

The Moody Blues sono uno dei gruppi storici del rock progressivo inglese. Un gruppo di nicchia che però ha scritto pagine importanti in anticipo coi tempi, divenendo quindi punto di riferimento e ispirazione per molte band successive.

Forse qualcuno di voi li ricorderà per la splendida Nights in White Satin, ignorando la produzione successiva di cui fa parte questo terzo album (dalla copertina a dir poco magnifica) In Search Of The Lost Chord.

Dunque, pare che il tema dell’album sia la droga…e ascoltando cosa esce dalle casse dello stereo posso intuire che il tema sia di ottima qualità col risultato di ottima musica. Prima di quest’album la musica dei Moody Blues era caratterizzata dall’orchestra, ma in quest’album invece compaiono mellotron, sitar, tabla e violoncelli, si parla di piani astrali e di Timothy Leary (Legend of a Mind) in una continua ricerca della miglior trasposizione musicale possibile dell’atmosfera surreale che si respirava all’epoca.

Alcune parti di In Search of the Lost Chord sono riuscite alla perfezione: come Ride my See-Saw e Voices in the Sky. Peccato le droghe abbiano preso il sopravvento e abbiano reso il brano conclusivo Om una caotica esibizione di rock e folklore indiano senza freni.

Album poco conosciuto di una band di nicchia, consigliato a chi pensa che la psichedelia inglese alla fine degli anni 60 fosse esclusiva dei Pink Floyd di Syd Barrett.

The World Of Oz

Posted in dischi, musica by Ares on agosto 4, 2010

Quand’ero bimbozzo (cit.) e viaggiavo in macchina coi miei genitori si ascoltava sempre la radio e comunque tanta, tanta musica: dai Beatles ai Rolling Stones passando per James Taylor, i Queen e tanti altri artisti italiani e non degli anni ’60-’70.

Tra le canzoni che ricordo di più e con maggior piacere ce n’era una intitolata King Croesus di tali World Of Oz, gruppetto psichedelico fine anni Sessanta di cui mio padre aveva il singolo 45 giri originale.

Questi World Of Oz sono ormai dimenticati: credo che in Italia, mio padre e il sottoscritto a parte, nessuno se li ricordi o ne abbia mai sentito parlare.

Ma sono esistiti, eccome, e questo loro unico disco (poi ristampato con l’aggiunta di qualcos’altro) è una rara testimonianza di pop-rock psichedelico made in England, quando i Pink Floyd erano già più avanti di tutti e prima che altri pazzi inventassero il progressive o altre forme ancor più esagerate e complicate di musica.

Ma piccoli esempi di rara felicità come Muffin Man o la già citata King Croesus possono essere una piccola, frammentaria rappresentazione di un passato lontano e sepolto, un’eco lontana che per fortuna è rimasta impressa in qualcuno che non se la dimenticherà mai e anzi cerca di trasmetterla a qualcuno.

Quei viaggi in macchina di (almeno) 25 anni fa sono serviti a salvare la memoria di una band spazzata via dal tempo, mentre questo blog e questo post sono un tentativo di riportare alla luce il passato.

Non pensiate che questi World Of Oz fossero chissà cosa, eh…voglio solo farvi presente che sono esistiti anche loro, e nessuno li ha mai cagati. Non erano dei fenomeni, anzi, ma erano spensierati e tanto allegri.

The Beach Boys – Pet Sounds

Posted in dischi, musica by Ares on agosto 3, 2010

Pensare ai Beach Boys fa inevitabilmente sorridere…fa pensare alle spiagge californiane, alle ragazze in bikini, al surf, al sole e alla spensierata allegria degli anni 60 sulla west coast americana, li dove la controcultura hippy diede vita alla piu’ grande utopia degli ultimi 50 anni.

Ma i Beach Boys non erano solo Surfin’ Safari o Surfin’ USA, il loro lascito maggiore è un disco che, parole di Paul McCartney, è stato determinante per l’ispirazione che diede ai Beatles nel creare Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

Insomma, il capolavoro dei Beatles è merito di Pet Sounds.

E’ anche l’album che portò il leader e mente del gruppo, Brian Wilson, alla disperazione tanto da interrompergli la carriera…storia lunga, ne parleremo un’altra volta.

Pet Sounds ha tutte le caratteristiche dei Beach Boys: le canzoni orecchiabili, le melodie allegre, le armonie vocali eccetera. Musicalmente pero’ si separa dalla produzione precedente della band per la presenza di altri strumenti ed effetti sonori che vanno ad arricchire delle canzoni che gia’ in partenza sono buone, rendendole inattaccabili.

Wouldn’t It Be Nice apre un disco perfetto; God Only Knows (sempre secondo Sir McCartney la canzone migliore mai scritta) lo rende più magico di quanto si possa pensare; Sloop John B ci ricorda che, alla fine, nel cuore di ogni rocker beone c’è un bambinone in caccia di guai…

Pet Sounds è l’anello di congiunzione tra il surf dei primi anni sessanta e la psichedelia della fine degli anni sessanta, un viaggio musicale sorprendente e leggero.

Un capolavoro autentico, consigliato a tutti.

The Beatles – Revolver

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 12, 2010

Avete presente la scena di Matrix in cui Neo prende la pillola e si sveglia nel mondo reale?

Ecco, ascoltare Revolver per la prima volta deve aver fatto questo effetto. Sicuramente lo ha fatto a mio padre, che ancora oggi, 44 anni dopo, ricorda il momento in cui lui e i suoi amici dell’epoca hanno ascoltato per la prima volta quest’opera che descrivere a parole è impresa impossibile. Indicibile, da svenire, come faceva Dante nella Divina Commedia. Secondo il racconto, mio padre e i suoi amici rimasero senza parole perche’ si resero conto di ascoltare qualcosa che non era mai nemmeno stato immaginato possibile. Una specie di sbarco alieno registrato su vinile.

Revolver è l’entrata nella Tana del Bianconiglio, lo stesso Bianconiglio che i Beatles avevano fatto intravedere (per poi inseguire) con Rubber Soul pochi mesi prima (mesi, non anni…l’evoluzione musicale dei Beatles è spaventosa perché nel giro di 2 anni, per esempio, sono passati da Help a Sgt Pepper’s, pensateci bene…).

Revolver segna l’inizio del periodo d’oro dei Fab Four, periodo che si concluderà con la registrazione di Abbey Road nel 1969, il loro maestoso canto del cigno.

Revolver racchiude in se’ tutti gli elementi che fino al 1969 saranno l’ossatura dei Beatles più innovativi, sperimentatori e geniali: dalle influenze indiane di Harrison (Love You To) e psichedeliche di Lennon (Tomorrow Never Knows), le ballate di McCartney (Here, There and Everywhere…McCartney lo ritiene il suo pezzo migliore nda) a cose più semplici e gaie come Yellow Submarine, le polemiche di Taxman, i racconti di For No One, esistenzialismo lennoniano di I’m Only Sleeping, salti di gioia con Good Day Sunshine e storie lontane e amare con Eleanor Rigby.

E molto, molto altro.

Revolver.

The Beatles.

Voto: capolavoro.

Quicksilver Messenger Service – Happy Trails

Posted in concerti, dischi, musica by Ares on giugno 10, 2010

Prendere un pezzo di Bo Diddley, dilatarlo all’inverosimile, infarcire con assoli.

Aggiungere che siamo alla fine degli anni 60, negli Stati Uniti, et voila’…

Non credo che questo Happy Trails dei Quicksilver Messenger Service sia un disco per tutti, anzi credo sia piu’ indicato a chi strimpella la chitarra. Non e’ facile e puo’ facilmente annoiare. Bisogna essere predisposti, bisogna amare le lunghe improvvisazioni e le suite, quella moda tutta psichedelica di allungare le canzoni, scomporle e ricomporle in continuazione.

Ma a suo modo e’ un gioiello e una pietra miliare, forse un po’ nascosta e quasi dimenticata e per questo vi rinfresco la memoria.

Consigliato: a chi vuole lasciarsi cullare dalla musica, nel buio totale.

Frank Zappa – Hot Rats

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 8, 2010

E’ possibile recensire uno degli album migliori di uno dei più grandi geni della musica?

In realtà no, è possibile solo descriverlo e consigliarlo.

Hot Rats è uno dei lavori più interessanti e meglio riusciti di quell’inesauribile miniera di idee che era Frank Zappa, un disco avveneristico, psichedelico, folle e aggressivo.

Tanto per sparare subito un giudizio, Willie The Pimp è probabilmente il miglior assolo di chitarra della storia e con questo spero di attirarmi le critiche di tanti smanettatori della seicorde che non hanno la minima idea di che cosa sia un disco di Frank Zappa.

Ma non solo, It Must Be A Camel, Peaches En Regalia, The Gumbo Variations coi suoi 16 minuti, Sons Of Mr Green Genes, Little Umbrellas sono tutti brani incredibili, da rimanere a bocca aperta ancora oggi, 41 anni dopo la loro pubblicazione.

Rock, psichedelia e jazz, a cui va aggiunta la sana pazzia surreale di Zappa e dei suoi collaboratori (tra cui Captain Beefheart).

Voto: capolavoro.

The Who – A Quick One

Posted in dischi, musica by Ares on giugno 7, 2010

The Who alla fine degli anni 60 stavano per entrare nella categoria dei Pesi Massimi del Rock: Roger Daltrey urlava come un pazzo, Pete Townshend mulinava braccia e chitarre saltellando e sfasciando tutto come un pazzo, John Entwistle si vestiva da scheletro e ricamava linee di basso da pazzo, Keith Moon era un genio della batteria ed era pazzo, ma pazzo sul serio.

E questo era appena il secondo album, era il 1966, l’anno di Revolver e Pet Sounds tanto per citarne un paio…e le influenze, i suoni che escono da A Quick One ricordano in parte i più illustri album contemporanei appena citati. I quattro mods avevano un look quasi beatlesiano, ma la foga e l’anima che ci mettevano era più da Rolling Stones, anche per atmosfere “maligne”. Come nelle splendide Boris The Spider e Whiskey Man entrambe scritte da Entwistle; la follia di Cobwebs and Strange (scritta da Keith Moon…facilmente intuibile all’ascolto…); il pop efficace di Run Run Run e la mini-opera A Quick One (While He’s Away), primo esperimento di Townshend che pochi anni dopo ci avrebbe deliziati con Tommy e Quadrophenia.

Con A Quick One, The Who iniziano ad abbandonare le radici blues e rock’n’roll dell’esordio e prendono la direzione di un rock elaborato e in seguito operistico, la miscela perfetta che li ha fatti diventare una dell band piu’ importanti e influenti della storia.

Un classico da avere, consigliatissimo.

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