Le Grandi Recensioni

The Rolling Stones – Totally Stripped

Posted in concerti, dischi, documentari, DVD, musica by Ares on giugno 11, 2016

Dopo più di 20 anni dalla sua pubblicazione, torna in una veste aggiornata e ampliata uno dei lavori migliori delle pietre rotolanti.

Totally Stripped
Nel 1995 gli Stones erano pienamente entrati nella fase ultima della loro carriera: pubblicare un nuovo album a cui far seguire il megatour con annesso disco/video live, una routine che in sostanza si ripete da 20 anni. Ma il 1995 era anche l’epoca d’oro di MTV e dei concerti Unplugged, potevano le pietre rotolanti più famose del rock non dare la loro personalissima versione? Infatti venne pubblicato il magnifico Stripped che raccoglieva alcune registrazioni in studio e tratte da concerti molto intimi registrati in luoghi molto amati dalla band. L’album era un gioiello, band in gran forma e tanti classici del repertorio Stones con l’aggiunta di qualche cover tra cui forse la migliore interpretazione di Like a Rolling Stone mai sentita.
Ebbene, 21 anni dopo è arrivato nei negozi Totally Stripped, gustoso cofanetto da 1 cd + 4 dvd/Bluray (c’è anche la versione vinile) che raccoglie una versione rivista del disco del ’95 con una diversa scaletta, un documentario registrato all’epoca durante le registrazioni, e soprattutto i concerti completi tenuti al Paradiso di Amsterdam, Olympia di Parigi e Brixton Academy di Londra.
Imperdibile, non solo per gli amanti dei Rolling Stones. E non costa nemmeno uno sproposito, fatevi un favore e sarete delle persone migliori e più felici.

Robert Plant – lullaby and…the Ceaseless Roar

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 14, 2014

Questo signore migliora con gli anni.

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Robert Plant torna con i Sensational Space Shifters e dopo la piacevole anteprima offerta durante i concerti della tournée estiva finalmente arriva l’album intero.

Psichedelia a go go. Ritmi africani. La voce inconfondibile e mai sopra le righe, perché non c’è più bisogno di urlare come 40 anni fa. Pochi al mondo riescono a cantare il rock anche senza urlare, e Plant è uno di questi. Soprattutto adesso, soprattutto alla luce dell’ennesimo rifiuto di riunire i Led Zeppelin con buona pace di Page il quale sembra ancora prigioniero del suo glorioso passato e di fatto non produce nulla di nuovo da eoni.

Tornando a lullaby and…the Ceaseless Roar, va detto che è un prodotto molto particolare e secondo me non è immediatamente accessibile, per questo va ascoltato con attenzione. Ci sono canzoni che entrano subito in testa come il singolo Rainbow (già ascoltata in una splendida versione a Piazzola lo scorso luglio), l’iniziale Little Maggie (che vede la fusione di banjo, kologo ed elettronica, quest’ultima affidata a John Baggott, collaboratore tra gli altri di Massive Attack e Portishead, ok?) e Embrace Another Fall nella quale l’ultimo verso è cantato in gallese; Somebody There è furba al punto giusto e lo stesso si può dire per Poor Howard. A Stolen Kiss è una ballata matura e di bellezza quasi straziante, mentre le conclusive Up On The Hollow Hill e Arbaden sono altri viaggi affascinanti tra radici africane e modernità europea (e ai limiti del Bristol sound, anche qui la mano di Baggott si fa riconoscere).

Plant gioca con i ritmi, riscopre e reinterpreta il blues, inserisce richiami ai Led Zeppelin (il primo verso di Pocketful of Golden vi ricorda qualcosa?) ma senza mai dare il tono di un’operazione nostalgica, anzi. L’intento di cercare di trovare una nuova chiave interpretativa è chiaro e raggiunto in maniera eccellente grazie anche a un ensemble di musicisti di notevole caratura (il lavoro svolto con le chitarre è molto interessante, se fossi un’insegnante di musica farei ascoltare l’album ai miei allievi) nel quale trova grande spazio il gambiano Juldeh Camara. Da notare che parte delle canzoni proviene dalla tradizione del blues, ma non si tratta del “saccheggio” del quale sono stati accusati i Led Zeppelin: il costrutto sonoro creato da Plant e dalla band si sposta tra l’Africa e il Galles, passando per l’Inghilterra e il sud degli Stati Uniti che il nostro eroe ha ripercorso nelle prove recenti di Raising Sand, con Allison Krauss, e Band of Joy datati rispettivamente 2007 e 2010. Una miscela nuova che funziona benissimo.

Se questo non è il miglior album solista di Plant poco ci manca: è bello vedere che a 66 anni suonati c’è ancora qualcuno che ha voglia di andare alla ricerca di suoni diversi. E a differenza di colleghi coetanei o ben più giovani non ha perso la voglia di cercare, sperimentare e confrontarsi, e questo è segno della grandezza dell’artista.

P.s. A proposito di Rainbow, Plant tramite Facebook ha indetto un concorso per la creazione di un videoclip per la canzone. Tra i partecipanti c’è anche un mio vecchio compare di avventure che ha fatto un lavoro semplice ma davvero bello e che, a parer mio, si sposa alla perfezione con la canzone e ci tengo a farvelo vedere. Spero vi piaccia.

Elijah Wald – Escaping the Delta: Robert Johnson and the Invention of the Blues

Posted in libri by Ares on luglio 31, 2014

Dedicato agli amanti del blues e della musica in generale:

Escaping the Delta Elijah Wald

Elijah Wald e’ un musicista e uno storico della musica. In Escaping the Delta si mette a far luce, per quanto possibile, sui luoghi e i personaggi che hanno creato e/o dato forma a quello che oggi viene considerato “il blues”.

La cosa interessante, e la grande differenza con un altro straordinario libro sul blues, ovvero Deep Blues di Robert Palmer, e’ che Wald compie soprattutto un’analisi storica (mentre Palmer ha avuto un taglio più antropologico): in questo modo, per certi versi, “scardina” alcune delle storie e delle leggende che hanno contribuito a formare quell’alone mitico che ancora oggi circonda il Mississippi Delta e i suoi protagonisti della prima meta’ del 900. Wald sceglie Robert Johnson come pretesto per fare chiarezza sul contesto culturale e storico del periodo: chi erano questi musicisti? Come si ponevano nei confronti della musica? Quanto effettivo successo ebbero e da chi era composto il pubblico per il quale suonavano? Da dove deriva l’idea che abbiamo noi del blues e della musica nera di quel periodo?

Libro diviso in 3 parti principali: il luogo; la figura di Robert Johnson e un’analisi di alcune sue canzoni; l’eredità lasciataci da Johnson e come essa sia stata assorbita e rielaborata.

Elijah Wald a volte scrive come se fosse l’unico custode della verità, e questo in alcuni punti può stancare, ma il libro e’ godibilissimo e molto molto interessante. Qualcuno potrà vedere crollare alcune delle proprie certezze, ma forse potrà anche cominciare ad ascoltare quegli artisti ormai tanto lontani nel tempo con orecchio e spirito diversi. Potrete leggere e scoprire nomi di personaggi che oggi sono quasi dimenticati, conoscere la loro musica e ampliare il vostro bagaglio musicale, e solo per questo vale la pena leggere il libro.

A quanto pare non esiste una traduzione in italiano, buona scusa per fare un po’ di esercizio di inglese e unire l’utile al dilettevole.

Buona lettura!

Robert Plant & North Mississippi Allstars live in Piazzola sul Brenta 14-07-2014

Posted in concerti by Ares on luglio 15, 2014

Soldi ben spesi, non c’è che dire…

NorthMississippiAllstars

(North Mississippi Allstars)

Dunque, ieri sera ho recuperato un paio di soci e sono andato a fare un giretto in quel di Piazzola sul Brenta (PD) dove, in ambito Hydrogen Festival e nella splendida cornice dell’anfiteatro di Villa Contarini, ho potuto assistere a un concerto memorabile.

Apertura affidata ai North Mississippi Allstars, band dei fratelli Dickinson che hanno regalato un’oretta di rock-blues infarcito di tradizione country e modernità. Cioè? Significa reinventare il blues, con la capacità di coinvolgere il pubblico facendo (ri)scoprire anche brani del passato come My Babe di Little Walter o  addirittura Rollin’ & Tumblin’. Questi poi si sono divertiti un sacco facendo divertire un sacco tutti i presenti, scambiandosi gli strumenti o scendendo tra il pubblico armati di percussioni (e passandomi a fianco nda).

Le doti chitarristiche di Luther Dickinson mi erano note grazie agli ultimi lavori dei Black Crowes, ma scoprirlo cantante durante il concerto è stato sorprendente. E a questo va aggiunto scoprire che suo fratello Cody è un pazzo che suona batteria, chitarra e canta (o urla, a seconda del momento).

Divertentissimi e molto molto bravi, da non confondere con Black Keys che mi sembrano aver preso una piega leggermente più “pop”. Anzi, mi sembrano ben radicati nel rock-blues, ma hanno la capacità, l’intelligenza e probabilmente la cultura adatte per andare ad esplorare nuove sonorità e reinventare il genere, per quanto possibile.

Robert Plant

Robert Plant

E poi arriva lui. Che a quasi 66 anni ha ancora la voglia di cambiare le carte in tavola e stravolgere il blues con cui è cresciuto e soprattutto i Led Zeppelin ai quali ha dato voce.

Quarta volta che mi capita di vedere Robert Plant dal vivo, senza dubbio questo è stato il concerto migliore. Per come ha cantato, per la scaletta, per la band, per gli arrangiamenti tra il blues, il rock, la psichedelia e i ritmi africani (c’è un musicista africano nella band), miscela che sembra essere la nuova direzione presa dal 66enne con i capelli lunghi e la barba che lo fanno assomigliare a una sorta di Gandalf ,solo più hippy e più simpatico.

Ha ancora voglia di giocare, lo dimostra la nuova linfa che scorre in brani come Communication Breakdown o Whole Lotta Love, ma anche Spoonful o la No Quarter che ha aperto il concerto. Molto interessanti anche le canzoni del nuovo album in uscita a inizio settembre. Voce vecchia, canzoni a volte vecchissime, sonorità moderne e con un sapiente utilizzo di percussioni, banjo, effetti, elettronica. Alla ricerca di nuovi adepti del rock.

Band eccellente, voglia di improvvisare e probabilmente ancora alla ricerca dell’equilibrio perfetto, come in Nobody’s Fault But Mine. 

Poi, va beh, inizia quell’arpeggio, chiudi gli occhi e senti quella voce. Inconfondibile.

Spent my days with a woman unkind
smoked my stuff and drank all my wine

Going to California. Grazie, Robert Plant.

Kings Of The Blues Guitar e Not Now Music

Posted in musica by Ares on gennaio 20, 2014

Perché spendere un post su una raccolta in 3 cd dedicata a BB King, Freddie King e Albert King? La risposta in seguito.

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In verità questo post serve solo a segnalarvi l’etichetta Not Now Music, inglese, che ha in catalogo una serie di interessanti raccolte per generi e artisti che spaziano dal blues al jazz passando per il rock’n’roll, il rhythm and blues, il rockabilly, il country e tanto altro.

Cosa ancora più importante e pensata per i tanti appassionati, la Not Now Music ha in catalogo anche delle belle raccolte in vinile (sempre 2-3 dischi ciascuna, come per i cd) e, cosa ancora più interessante, il tutto a prezzi più che accessibili.

Insomma, io vi consiglio di fare un giro nel loro sito, sicuramente troverete qualcosa che magari non conoscete, o che state cercando, o un’offertona su quell’artista del quale per un motivo o per l’altro non siete mai riusciti a trovare nulla perché fuori catalogo.

Per quanto riguarda la raccolta del titolo: semplice e perfetta, una sorta di “best of” di 3 colonne portanti del blues, e per questo imperdibile.

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North Mississippi Allstars – World Boogie Is Coming

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 26, 2013

I fratelli Cody (batteria) e Luther (chitarra e voce) Dickinson.
Chi sono? diranno i tanti che (purtroppo) non li conoscono…ebbene, i due ragazzi del Tennessee sono figli di tanto padre e sono una delle meravigliose realtà del blues e del rock rigorosamente Made in USA e World Boogie Is Coming e’ il nome del nuovo album dei due che insieme si fanno chiamare North Mississippi Allstars.

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Ora, questi non sono certo dei novellini (Luther ha fatto parte dei Black Crowes registrando gli ultimi due album e poi girando Stati Uniti ed Europa in lunghi tour, Cody oltre a suonare si diletta anche come regista) e sono figli di Jim Dickinson, uno dei più noti produttori. musicisti, cantanti della zona di Memphis (a noi dice nulla, ma dall’altra parte dell’Atlantico godeva di enorme reputazione), sono cresciuti a blues e rock’n’roll e potremmo inserirli in un filone di revival del blues che vede protagonisti tanti artisti bianchi come i ben più noti Black Keys o solisti come Seasick Steve, John Mayer, Kenny Wayne Shepherd, Joe Bonamassa e molti altri (sui nuovi bluesmen neri bisognerebbe fare un altro discorso).

Cos’hanno di speciale? A parere mio ne sanno più degli altri, merito probabilmente del fatto che il padre abbia prodotto lavori di personaggi come Otha Turner e soprattutto R.L. Burnside. Non a caso World Boogie Is Coming ha al suo interno pezzi dei citati artisti oltre a una straordinaria versione di Rollin’ and Tumblin’, My Babe di Willie Dixon, pezzi di altri mostri sacri come Bukka White e Sleepy John Estes e brani originali tra cui spicca Turn Up Satan scritta da Luther.

Scordatevi certe “furbate” che fanno l’occhiolino alle radio o puntano a diventare tormentoni (e chi ha orecchie per intendere…), a questi due non frega una mazza e vogliono solo continuare a suonare e fare la loro musica. Piacerà sicuramente agli amanti del blues, del southern rock e del rock’n’roll in generale, magari a qualche giovane chitarrista verrà voglia di scoprire i segreti della chitarra slide.

Album da ascoltare fino alla sfinimento.

P.s. La cosa figa e’ che all’interno del cd si trova un codice da inserire nel sito web della band in modo da scaricare l’album in formato mp3 più cinque bonus non inclusi nel cd e i video. Poi si dovrebbe anche discutere della nuova moda del packaging dei cd che rende estremamente scomodo estrarre il disco. Va bene eliminare la plastica, ma ogni volta rischio di sfasciare tutto…

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Muddy Waters – Electric Mud

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 8, 2013

Questo è l’album più strano di un uomo che è stato una delle colonne portanti del blues.

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Electric Mud esce nel 1968, su pressioni della casa discografica (la mitica Chess Records voleva renderlo più vendibile ai bianchi che si stavano avvicinando al blues) Muddy Waters rilegge alcuni suoi brani in chiave più moderna, in linea coi tempi, e il risultato è una manciata di canzoni di blues psichedelico, chitarre distorte e ritmiche che poco sembrano avere a che fare col Chicago-blues o il Delta-blues di cui Waters era maestro indiscusso. Strane e quasi irriconoscibili le versioni di Hoochie Coochie Man, I Just Want To Make Love to You, Mannish Boy, per non parlare della cover di Let’s Spend the Night Together dei Rolling Stones.

Sebbene sia stato bistrattato dai puristi del genere, Electric Mud resta un album interessante che ci presenta un vecchio artista alle prese con un modo di suonare a lui non del tutto congeniale, ma la classe innata e il fatto di aver contribuito a creare un genere ha permesso al buon Muddy Waters di districarsi in un ambiente poco nelle sue corde.

Si può definire come uno dei primi album crossover malriusciti? In parte sì: le canzoni soffrono terribilmente perché sono costantemente segnate da assoli col fuzz a palla (da chitarrista amante del fuzz: bello, per carità…ma TUTTA la canzone? No, dai…) e ritmiche che fanno il verso al rock psichedelico dell’epoca.

Insolito, ma da (ri)scoprire.

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Robert Palmer – Deep Blues

Posted in libri by Ares on agosto 7, 2013

Premessa: questo libro non è mai stato tradotto in italiano ed è stato pubblicato nel 1980. Ergo, specie nelle ultime pagine, ci sono frasi che risultano datate.

Detto questo, se masticate l’Inglese e siete curiosi di conoscere la storia del blues e i personaggi che hanno contribuito a creare il genere musicale che ha dato vita al 90% di tutto quello che si ascolta oggi, questo è il libro che fa per voi.

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Robert Palmer racconta la storia di leggende come Charley Patton e Muddy Waters, Robert Johnson e Robert Lockwood Jr. fino ad arrivare ad Albert King, Ike Turner ed Elmore James. Ci racconta di negri e piantagioni, musicisti vagabondi, schiavi, che in un territorio grande quanto la Lombardia (forse anche meno) giravano per le fattorie e le cittadine, prima di spingersi poi verso città come Chicago, Memphis, New Orleans, Houston, Detroit, New York. E nelle baracche delle piantagioni e in cittadine come Helena o Greenwood posero le basi di un nuovo genere musicale.

E’ la storia del blues e delle sue radici che affondano nella cultura africana, nel voodoo. E’ la storia del blues e delle sue leggende come il “patto col diavolo”. E’ la storia del blues e dei suoi protagonisti, delle sue mille facce, della sua evoluzione.

E’ anche uno straordinario lavoro di ricerca su uno degli aspetti più importanti non solo della cultura americana del Ventesimo secolo, ma su un movimento che inconsciamente e senza nessuna reale intenzione ha avuto un impatto immenso nella musica moderna. Una vera rivoluzione nata dai più poveri e bistrattati, ma che in qualche modo ha finito poi per colpire una generazione di giovani musicisti oltreoceano, tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60. Una musica che ha contribuito alla nascita del rock’n’roll e ha formato generazioni di musicisti e che ancora oggi cattura e incanta con le sue storie.

Da avere nella propria biblioteca personale.

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Seasick Steve – Hubcap Music

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 25, 2013

Il ritorno del vagabondo blues, con qualche amico.

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Seasick Steve presenta il nuovo album che non fa altro che rispecchiare il suo stile: blues, chitarra slide (elettrica e acustica) e storie da raccontare in quel suo stile assolutamente inconfondibile.

Per l’occasione si è fatto aiutare da qualche personaggio del calibro di John Paul Jones, Jack White e Luther Dickinson…non proprio gli ultimi arrivati.

Se vi piace Seasick Steve e amate il blues non rimarrete delusi.

Seasick Steve – You Can’t Teach an Old Dog New Tricks

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 27, 2012

Seasick Steve è un personaggio quasi leggendario, a metà strada tra il barbone e il musicista di strada.

Quello che conta è che Seasick Steve per fortuna da qualche anno è riuscito a far conoscere le sue canzoni, la sua voce e il suono delle sue chitarre in tutto il mondo.

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Questo You Can’t Teach an Old Dog New Tricks è solo l’ultimo lavoro in studio di questo settantenne dalla barba bianca che, armato di chitarre disastrate, bottleneck, un sano overdrive o dolcezza acustica e accompagnato da una sezione ritmica di tutto rispetto (tra cui John Paul Jones…Led Zeppelin, ok?), ci regala 12 canzoni tra il blues e il folk fatto alla vecchia maniera.

Blues sporco, quello suonato e cantato da chi ne ha viste e vissute tante, come nel vero spirito della tradizione. Un artista da ascoltare e scoprire se ancora non l’avete fatto, mentre gli appassionati troveranno cibo per l’anima e ottime canzoni.

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