Le Grandi Recensioni

Queen + Adam Lambert live in Piazzola sul Brenta 25-6-2016

Posted in concerti by Ares on giugno 26, 2016

Forse l’ultima occasione per vedere Brian May e Roger Taylor insieme sul palco.

IMG_3578

Nella foto, vecchio extracomunitario che suona (bene, molto bene) la chitarra.

All’avventura, biglietto preso all’ultimo minuto travolto dai dubbi (sarà una cagata?…probabile…ma è Brian May, quando ti ricapita di vederlo suonare quelle canzoni?…sì, ma il pubblico italiano dei Queen lo conosco da Firenze 2005…e poi i telefoni, la gente che parla dei cazzi suoi durante il concerto, il rischio pioggia, la crisi, Brexit, le cavallette…). Arrivo, entro, attendo.

Flash! (ah aaaah Saviour of the universe!)

Brian May sta per compiere 69 anni, non ha perso nulla dello smalto dei bei tempi, si diverte, tiene su la baracca sempre accompagnato dalla fidata Red Special e riesce anche ad indossare una specie di tunica che, complice assolo di Bohemian Rhapsody, lo fa sembrare una specie di mago pazzo uscito dalla penna di qualche scrittore.

Roger Taylor fa il suo, senza infamia e senza lode, canta anche A Kind of Magic lasciando la batteria al figlio Rufus.

Ci sono anche Spike Edney alle tastiere e uno a caso al basso.

Poi c’è Adam Lambert. Ha una gran presenza scenica, è simpatico, indossa cose che nemmeno Mercury avrebbe avuto il coraggio di indossare, e canta bene fino a quando non decide di partire con mille vocalizzi inutili. Dice chiaramente di non essere Freddie Mercury, ma qualcuno dovrebbe dirgli che non è nemmeno Aretha Franklin. E non è nemmeno Paul Rodgers che a suo tempo aveva fatto un lavoro eccellente.

Così per 2 ore, scaletta che in sostanza è un greatest hits con tagli ad alcune canzoni francamente inspiegabili. Su tutto aleggia la presenza/assenza di Mercury che appare dagli schermi per un duetto virtuale prima su Love of My Life e poi in Bohemian Rhapsody. C’è anche spazio per ricordare David Bowie in Under Pressure.

Chi va a concerti e passa il tempo a parlare a voce alta dei cazzi propri deve fare una brutta fine. O stare a casa (e fare ugualmente una brutta fine). Posso capire voler immortalare qualche attimo del concerto, va bene la fotografia, ma non 2-3 minuti di video per ogni singola canzone (altrimenti ti prendo il telefono e lo getto via prima di gettare te in pasto agli squali). Complimenti alla signora a due passi da me che ha portato la figlioletta al concerto, una bimba che avrà avuto al massimo 5 anni e si è cantata tutta We Are the Champions abbracciata alla sua mamma.

The Rolling Stones – Totally Stripped

Posted in concerti, dischi, documentari, DVD, musica by Ares on giugno 11, 2016

Dopo più di 20 anni dalla sua pubblicazione, torna in una veste aggiornata e ampliata uno dei lavori migliori delle pietre rotolanti.

Totally Stripped
Nel 1995 gli Stones erano pienamente entrati nella fase ultima della loro carriera: pubblicare un nuovo album a cui far seguire il megatour con annesso disco/video live, una routine che in sostanza si ripete da 20 anni. Ma il 1995 era anche l’epoca d’oro di MTV e dei concerti Unplugged, potevano le pietre rotolanti più famose del rock non dare la loro personalissima versione? Infatti venne pubblicato il magnifico Stripped che raccoglieva alcune registrazioni in studio e tratte da concerti molto intimi registrati in luoghi molto amati dalla band. L’album era un gioiello, band in gran forma e tanti classici del repertorio Stones con l’aggiunta di qualche cover tra cui forse la migliore interpretazione di Like a Rolling Stone mai sentita.
Ebbene, 21 anni dopo è arrivato nei negozi Totally Stripped, gustoso cofanetto da 1 cd + 4 dvd/Bluray (c’è anche la versione vinile) che raccoglie una versione rivista del disco del ’95 con una diversa scaletta, un documentario registrato all’epoca durante le registrazioni, e soprattutto i concerti completi tenuti al Paradiso di Amsterdam, Olympia di Parigi e Brixton Academy di Londra.
Imperdibile, non solo per gli amanti dei Rolling Stones. E non costa nemmeno uno sproposito, fatevi un favore e sarete delle persone migliori e più felici.

David Bowie – Blackstar

Posted in dischi by Ares on gennaio 11, 2016

Addio, David.

Blackstar_album_cover

Preceduto dai due singoli Blackstar (10 minuti scarsi e accompagnata da un video grandioso) e Lazarus, è stato anticipato come uno dei lavori più belli e importanti della carriera di Bowie.

Purtroppo, è anche l’ultimo, ma verrà ricordato (anche) come uno dei suoi (tanti) capolavori.

Capolavoro perché quest’uomo geniale anche alla fine è riuscito a creare un album sperimentale, tra il jazz, il rock, l’elettronica e tutto il mondo che ha vissuto nella sua testa, un mondo che ha affascinato orde di fans per quasi 50 anni e che, ne sono certo, continuerà ad affascinare future generazioni. Blackstar non è un album semplice, al primo ascolto può catturare o annoiare, ma sforzandosi nell’ascolto è possibile riuscire a cogliere la raffinatezza dell’opera.

Avanguardia. Bowie sembra essere tornato agli esperimenti sonori della seconda metà degli anni ’70, culminati nella trilogia berlinese e nella collaborazione con Brian Eno. C’è un’atmosfera cupa e contemporaneamente frenetica nelle canzoni, specie in Sue (or in a Season of a Crime), ma ci sono anche attimi di pace musicale come in Dollar Days col suo inizio che sembra una ballata pinkfloydiana.

Ad ascoltarlo ora, appena appresa la notizia della sua scomparsa, credo che in qualche modo David Bowie sapesse di essere davanti agli ultimi mesi della sua vita e per questo lo sforzo per creare qualcosa di unico e magnifico dev’essere stato immenso.

Ascoltatelo e basta. E poi riascoltate tutti i suoi album, e fateli ascoltare alle persone vicine a voi.

Ugly Kid Joe – Uglier Than They Used Ta Be

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 10, 2015

A 19 anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio (e tralasciando l’EP Stairway to Hell del 2013) tornano gli Ugly Kid Joe, tra i massimi esponenti dell’hard rock più scanzonato e ignorante degli anni ’90 del Ventesimo secolo

uglier-than-they-used-ta-be

Cosa ci si deve aspettare? Ci si aspetta di tornare al 1994, ai tempi in cui chi vi scrive guardava MTV Europe e aspettava con ansia programmi tipo Headbanger’s Ball (per molti di voi questa è pura fantascienza, ma per i miei amici dinosauri del rock sono bei ricordi). E questo Uglier Than They Used Ta Be ci riporta sì indietro nel tempo ma ci fa ritrovare una band in forma e molto matura: quindi chitarroni pesanti, bei riff, la voce di Whitfield Crane e, come da tradizione, un paio di brani acustici (Mirror of the Man e Nothing Ever Changes) che riportano alla mente cose come Cats in the Cradle, Cloudy Skies o Mr Recordman. Insomma, l’album è divertente, ignorante al punto giusto e grintoso e ha un paio di chicche assolute come le cover di Ace of Spades (omaggio a Lemmy e con Phil Campbell – ex Motorhead – come ospite) e di Papa Was a Rolling Stone (che non è affatto male) che non ha alcun senso e per questo fa ancora più ridere.

La cosa che mi è sempre piaciuta degli Ugly Kid Joe è il non essersi mai presi troppo sul serio: ci possono essere dei momenti “riflessivi” nella loro discografia, ma senza la presunzione di voler a tutti i costi offrire la verità assoluta sull’andare delle cose e dell’universo. La verità è che gli Ugly Kid Joe facevano i Foo Fighters meglio dei Foo Fighters quando Dave Grohl era ancora il batterista dei Nirvana.

Queen – A Night at the Odeon

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on novembre 23, 2015

I Queen sono stati una delle band che più di altre ha subito il fenomeno bootleg.

E, tra gli innumerevoli bootleg dei Queen, quello del concerto tenutosi all’Hammersmith Odeon di Londra la sera del 24 dicembre 1975 è senza dubbio il più conosciuto e diffuso. Circola da decenni, in versioni più o meno complete e di qualità più o meno buona. Quasi 40 anni dopo è arrivata nei negozi quella che dovrebbe essere la versione definitiva.

hammersmith75

(breve nota sul packaging: copertina oscena, note interne ridotte all’osso, si sprecano alla Queen Productions…)

Oh, è almeno dal 2009 che si parla di una versione ufficiale di questo concerto…comunque sia, all’epoca era stato appena pubblicato A Night at the Opera e Bohemian Rhapsody stava trasformando i Queen da quartetto di belle speranze a pesi massimi del rock britannico.

In quella sera lontana i quattro non erano certo al top della forma fisica, ma nonostante questo la performance fu memorabile e una delle più amate dai fans. I neofiti o chi pensa che i Queen siano solo Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga e Freddie Mercury morto avranno una bella sorpresa. La scaletta si concentra quasi esclusivamente sulle canzoni dei primi tre album, l’unica eccezione è appunto Bohemian Rhapsody inglobata nel consueto medley iniziale. Suono ben ripulito e rispetto alla registrazione pirata le cose sono migliorate (da dove salta fuori il verso iniziale di The March of the Black Queen che per 40 anni non abbiamo ascoltato? Chi possiede il bootleg sa di cosa parlo).

Purtroppo nel filmato non sono inclusi i bis Seven Seas of Rhye e See What a Fool I’ve Been che invece sono disponibili nella versione cd, questo perché i fenomeni della BBC avevano già messo via tutto. Il filmato venne trasmesso in diretta per la serie Old Grey Whistle Test, programma che doveva durare 60 minuti o si finiva dritti nella Torre di Londra per poi fare la stessa fine di Anna Bolena. Tra i bonus della versione video è incluso il documentario Looking Back at the Odeon oltre tre canzoni prese dal concerto al Budokan di Tokyo del 1 maggio 1975.

In sostanza, una bella strenna pre-natalizia e un favore ai tanti fans ancora in giro per il mondo.

Ultima nota: vuoi vedere che adesso arriveranno i live degli anni settanta a cadenza annuale? Hyde Park ’76, Earls Court ’77, Houston ’77, qualcosa del ’78, Concert fo Kampuchea ’79…staremo a vedere.

David Gilmour – Rattle That Lock

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 23, 2015

Il ritorno di David Gilmour…

RTL

Sono passati 9 anni da On An Island e dall’ultimo tour, nel frattempo è scomparso Richard Wright privando così lo zio Dave del suo ideale (e perfetto) compagno di musica.

Con la consueta flemma britannica, Gilmour si è preso tutto il tempo necessario per lavorare a un nuovo album e contemporaneamente è riuscito a scrivere la parola “fine” all’epopea dei Pink Floyd.

Rattle That Lock vuole essere un concept, i pensieri e gli stati d’animo di una persona nell’arco di un’intera giornata. Quindi si va dall’iniziale sveglia di 5 am (brano strumentale tra tastiere e chitarra, cliché pinkfloydiano) e subito si passa alla title-track (che non mi convince e a quanto si legge in giro tra i fan non sono l’unico ad aver storto la bocca). Faces of Stone cattura e porta alla struggente A Boat Lies Waiting, ballata dominata dal pianoforte e dedicata a Richard Wright (del quale si sente la voce prima dell’inizio del cantato). In Any Tongue è il brano di punta, con tanto di assolo epico che vede un Gilmour molto ispirato.

L’album scorre via rapido, regala attimi di lirismo chitarristico sopraffino e cambi di stile tanto che capita addirittura di sentire accenni jazz (The Girl in the Yellow Dress). E qui sorge il problema: ci sono dei momenti in cui mi sembra che l’album si perda un po’, come se in fase di produzione il nostro eroe sia rimasto indeciso su che direzione prendere (Today cosa rappresenta?), cosa abbastanza insolita se si pensa alla storia di Gilmour. Oppure si tratta solo del fatto che una volta smessi definitivamente i panni dei Pink Floyd nostro eroe abbia deciso di fare quello che gli pareva giusto fregandosene di tutto (scelta comprensibile alla soglia dei 70 anni)…la cosa che stupisce è che Rattle That Lock non è dominato dalla chitarra come lo era stato il precedente lavoro (e in generale ogni lavoro solista di Gilmour). I suoni sono molto simili a The Endless River, ed è legittimo il sospetto che alcune cose finite in questo lavoro siano in realtà state scartate dall’altro (spero non sia così). Temo che la mancanza di Richard Wright abbia influito non poco.

Insomma, lascia un po’ l’amaro in bocca, peccato.

Iron Maiden – The Book of Souls

Posted in dischi, musica, stroncature by Ares on agosto 31, 2015

Gli Iron Maiden si sono suicidati con The Final Frontier (e durante quel tour riuscirono anche a offrire un concerto imbarazzante).
Quando ho letto dell’arrivo di The Book of Souls (doppio album, canzoni da 18 minuti eccetera) ho pensato: “Buon per Dickinson che è guarito, ma che senso ha fare un doppio album dopo 35 anni di carriera? Boh, speriamo bene…” Poi, all’improvviso, tra i contatti di Facebook trovo quello che segue, la non-recensione del disco da parte del prof Crotaloalbino. Ho fatto copia/incolla, l’autore non ha voluto aggiungere altro. Il mio parere è alla fine.

bookofsouls

“The Book of Souls” è disponibile in tutti i migliori siti torrent dell’interwebz. Lo sto ascoltando in questo momento ed è la solita cascata di sciolta malprodotta da Kevin Shirley.

Punte di merdità:

1. “The Red and the Black” ha il ritornello che fa “wo-ho-ho-ho” e un pattern di batteria che fa ridere. E dura 13 minuti. Tredici minuti di piattume che potevano essere tre e ventidue secondi.
2. “The Book of Souls” 10 minuti e rotti. A 5:56 provano a suonare come facevano nel 1984 ma falliscono miseramente.
3. “Empire of the Clouds” DICIOTTO MINUTI introdotti da, per la prima volta nella storia, un pianoforte, poi un violoncello e una sezione di archi, il tutto per tre minuti e trentasei secondi prima che Bruce cominci a gorgheggiare. Ovviamente la proporranno dal vivo, buon riposo.
4. Il suono della batteria di Nicko McBrain, assolutamente penoso. Fa schifo alla merda cagata dalla merda della merda. E fa incazzare se si considera il budget di cui dispongono. Nella fattispecie: i tom suonano come fustini di detersivo, la cassa è inesistente, il rullante è una pentola e, dato che non si tratta di pornogoregrind, è un difetto.

Le uniche composizioni che si salvano sono quelle che non superano i 6 minuti. Per esempio “Death or Glory” che, nel 1986, sarebbe stata la b-side di un 45 giri.

Squallore. L’ho già cancellato. Ciao.

 

Allora, diciamo che concordo su tutto. The Red and the Black non si ascolta e l’introduzione di Empire of the Clouds mi ha fatto venire in mente i Guns’n’Roses di Use Your Illusion. Se ci aggiungiamo stacchi che vorrebbero essere prog si capisce come la sindrome che aveva colpito la band con The Final Frontier è ben lontana dall’essere debellata.

Le canzoni più brevi hanno più senso, è vero. Nessuna svetta sulle altre, nessuna verrà ricordata come una grande canzone degli Iron Maiden, ma hanno tutte un loro perché.

Dickinson canta come sempre, ma ho letto che le sue parti sono state registrate prima della scoperta della malattia e mi auguro che le cure non abbiano intaccato le corde vocali. Le chitarre dei signori Murray, Smith e Gers fanno il loro dovere (e lo fanno bene) senza però creare nulla di rilevante o memorabile. McBrain e Harris al solito.

Faith No More – Sol Invictus

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 21, 2015

Questa volta lascio spazio ad altri: direttamente dalla Svezia, la recensione del nuovo album dei Faith No More.

Sono passati diciotto anni dall’ultimo disco dei Faith No More, Album of the Year, il che significa che inspiegabilmente la sottoscritta non è più una liceale traumatizzata dallo scioglimento di uno dei suoi gruppi preferiti ma, come suggeriva Mike Patton, “I’m thirty-something“.

Sol Invictus

La crisi di mezz’età, che non nego né sottovaluto, è stata  in parte annichilita, in parte accentuata, dall’uscita del nuovo album della band californiana, Sol Invictus. Non riesco a credere che sia passato così tanto tempo, e contemporaneamente mi rendo conto che non importa, perché posso ascoltare nuovi brani dei Faith No More e ricadere beata nell’adorazione incondizionata di Mike Patton.

Togliamoci subito il disturbo. Voto: 8.

Cosa può dare al mondo della musica del ventunesimo secolo – dominato da Taylor Swift e Mumford&Sons e talent show con Asia Argento tra i giurati – un gruppo come i Faith No More, pionieri del crossover, profeti (secondo alcuni) del nu-metal, emblemi di un certo modus vivendi anni ’90?

In circostanze normali, un ritorno del genere farebbe più pena che altro. La maggior parte dei gruppi rock, quando decide di proporre musica nuova a cinquant’anni suonati e dopo un lunghissimo iato, o tira fuori roba imbolsita oppure roba esageratamente ‘dura’, come a dire “we still have it” ad ogni costo. Ma qui stiamo parlando di Faith No More, una band che essenzialmente è sempre stata un gruppo di pazzoidi felicemente cretini. Pagliacci. Quindi a loro che gliene frega di come possono sembrare dopo quasi vent’anni? Che gliene frega di dimostrare che sono ancora in forma?

Sono in formissima.

Il piano di Bottum come sempre traccia le linee melodiche essenziali, le amate progressioni discendenti, sulle quali si riversano a fiotti serrati le schitarrate di Jon Hudson. Billy Gould e Mike Bordin fanno, come sempre, il loro porco lavoro: la sezione ritmica dei Faith No More meriterebbe più riconoscimento critico.

Patton ha capacitá illimitate. Questo é forse più evidente oggi, dopo che siamo a conoscenza dei suoi mille progetti solisti e collaborativi (Tomahawk, Fantomas, Mr. Bungle, Mondo Cane, Lovage, Peeping Tom, ho perso il conto). Sa che può fare quel cazzo che vuole con la sua voce e il suo megafono, e si diverte a farlo. Ci sono diversi passaggi in cui Patton fa la vocina da crooner laido per poi distruggere tutto con urla selvagge e sempre intonatissime. Questi contrasti sono ormai il suo marchio di fabbrica.

Sol Invictus è meno schizoide di King For A Day, e più compatto di Album of the Year. La canzone che dá il titolo al disco è del tutto trascurabile. Le migliori, a mio avviso, sono Cone of Shame, Separation Anxiety and Rise of the Fall. I temi trattati vanno dalle uova fritte alle invettive alla morte. Il brano che chiude l’album, From the Dead, secondo me è una presa per il culo di quelli che ascoltano solo Easy, Take This Bottle e le altre canzoni melodiche; ma io come sempre sospetto che non vi sia alcun significato particolare nei testi, anche se alcune parti suonano bene:

Set aside the scruples in a stratagem of strain
A smallpox-laden blanket, invisible with stains
Inoculated bastards, bloody pecked pain
Distemper has a hold, distemper has a hold
We took a second sip from a cup we made of bones
The first it was a ruse, a trick so aptly thrown
The truth is that our youth was a carpet laid with stones (Motherfucker)

Bisogna apprezzare non solo la qualità di questo album, ma anche e soprattutto la geniale creatività cazzona di questo gruppo, che  – piaccia o meno – va per la sua strada. Per le migliaia di fan attualmente giubilanti, Sol Invictus è un bellissimo regalo; e la cosa forse più bella è che sui vari social media, i Faith No More hanno più volte ringraziato i loro fan per l’attesa e la fiducia, dimostrando di essere una delle poche band che crede ancora in un rapporto reciproco col proprio pubblico.

Queen – Live at the Rainbow ’74

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on settembre 21, 2014

Roba da fans, ma non solo.

Queen Live at the Rainbow 74

Ebbene, dopo anni di pressioni/richieste/preghiere dei fans, dalle parti dei Queen (leggasi Brian May e Roger Taylor) si sono decisi a pubblicare qualcosa di veramente interessante (le ultime versioni del Live at Wembley e il concerto di Budapest ’86 hanno lasciato perplesso me e molti altri in giro per il mondo). Finalmente ecco arrivare in cd/dvd/bluray/vinile la miglior testimonianza audio/video del periodo iniziale della band.

Anno 1974, i Queen pubblicano Queen II e Sheer Heart Attack, ottengono le prime hit in classifica (Seven Seas Of Rhye e Killer Queen) e nei tour che accompagnano gli album finiscono per suonare tre volte al Rainbow Theatre di Londra. C’è stato un periodo in cui non esisteva Bohemian Rhapsody, e nemmeno esistevano We Will Rock You e We Are The Champions. Questo era il loro momento, quello in cui il destino di una band prende la direzione “giusta” e la storia cambia portandola dal semi-anonimato all’essere conosciuta in tutto il mondo.

L’edizione in cd racchiude 2 concerti: il primo risale al 31 Marzo 1974, durante il tour di Queen II, registrazione che originariamente doveva diventare essere pubblicata come album live, e l’altro registrato il Novembre successivo, poco dopo la pubblicazione di Sheer Heart Attack. Il dvd contiene invece solo il concerto di Novembre con qualche bonus-track del concerto di marzo. Tanta roba.

I Queen degli esordi lasciano sempre sorpresi per il sound pesante dominato dalla chitarra di May con tanto di versione embrionale dell’assolo con l’utilizzo dell’effetto eco che nel corso degli anni e’ diventato una delle sue caratteristiche principali.  L’album offre l’occasione di ascoltare delle versioni live di canzoni che sono state suonate pochissimo e poi abbandonate nel corso degli anni (Great King Rat e The Fairy Feller’s Master-Stroke del concerto di Marzo sono le rarità assolute, difficili da trovare anche in bootleg).

Nel dvd/blu-ray e nel cd i neofiti potranno scoprire un aspetto decisamente più aggressivo del quartetto, ben lontano dal sound del concerto di Wembley ’86 e della produzione anni ’80-’90. Ogre Battle, Stone Cold Crazy, Father To Son, Liar e tanto altro del periodo in cui i Queen erano una band a metà strada tra l’hard rock e il progressive e avevano solo fatto intuire cosa sarebbero diventati nel corso degli anni successivi, un periodo di transizione prima dell’arrivo di Bohemian Rhapsody e del primo cambio di rotta.

Qualità audio e video ottima, è stato fatto davvero un eccellente lavoro di pulizia delle tracce. Se vi piacciono gli album live questo non deve assolutamente mancare nella vostra personale discoteca.

Robert Plant – lullaby and…the Ceaseless Roar

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 14, 2014

Questo signore migliora con gli anni.

17427-lullaby-and-the-ceaseless-roar

Robert Plant torna con i Sensational Space Shifters e dopo la piacevole anteprima offerta durante i concerti della tournée estiva finalmente arriva l’album intero.

Psichedelia a go go. Ritmi africani. La voce inconfondibile e mai sopra le righe, perché non c’è più bisogno di urlare come 40 anni fa. Pochi al mondo riescono a cantare il rock anche senza urlare, e Plant è uno di questi. Soprattutto adesso, soprattutto alla luce dell’ennesimo rifiuto di riunire i Led Zeppelin con buona pace di Page il quale sembra ancora prigioniero del suo glorioso passato e di fatto non produce nulla di nuovo da eoni.

Tornando a lullaby and…the Ceaseless Roar, va detto che è un prodotto molto particolare e secondo me non è immediatamente accessibile, per questo va ascoltato con attenzione. Ci sono canzoni che entrano subito in testa come il singolo Rainbow (già ascoltata in una splendida versione a Piazzola lo scorso luglio), l’iniziale Little Maggie (che vede la fusione di banjo, kologo ed elettronica, quest’ultima affidata a John Baggott, collaboratore tra gli altri di Massive Attack e Portishead, ok?) e Embrace Another Fall nella quale l’ultimo verso è cantato in gallese; Somebody There è furba al punto giusto e lo stesso si può dire per Poor Howard. A Stolen Kiss è una ballata matura e di bellezza quasi straziante, mentre le conclusive Up On The Hollow Hill e Arbaden sono altri viaggi affascinanti tra radici africane e modernità europea (e ai limiti del Bristol sound, anche qui la mano di Baggott si fa riconoscere).

Plant gioca con i ritmi, riscopre e reinterpreta il blues, inserisce richiami ai Led Zeppelin (il primo verso di Pocketful of Golden vi ricorda qualcosa?) ma senza mai dare il tono di un’operazione nostalgica, anzi. L’intento di cercare di trovare una nuova chiave interpretativa è chiaro e raggiunto in maniera eccellente grazie anche a un ensemble di musicisti di notevole caratura (il lavoro svolto con le chitarre è molto interessante, se fossi un’insegnante di musica farei ascoltare l’album ai miei allievi) nel quale trova grande spazio il gambiano Juldeh Camara. Da notare che parte delle canzoni proviene dalla tradizione del blues, ma non si tratta del “saccheggio” del quale sono stati accusati i Led Zeppelin: il costrutto sonoro creato da Plant e dalla band si sposta tra l’Africa e il Galles, passando per l’Inghilterra e il sud degli Stati Uniti che il nostro eroe ha ripercorso nelle prove recenti di Raising Sand, con Allison Krauss, e Band of Joy datati rispettivamente 2007 e 2010. Una miscela nuova che funziona benissimo.

Se questo non è il miglior album solista di Plant poco ci manca: è bello vedere che a 66 anni suonati c’è ancora qualcuno che ha voglia di andare alla ricerca di suoni diversi. E a differenza di colleghi coetanei o ben più giovani non ha perso la voglia di cercare, sperimentare e confrontarsi, e questo è segno della grandezza dell’artista.

P.s. A proposito di Rainbow, Plant tramite Facebook ha indetto un concorso per la creazione di un videoclip per la canzone. Tra i partecipanti c’è anche un mio vecchio compare di avventure che ha fatto un lavoro semplice ma davvero bello e che, a parer mio, si sposa alla perfezione con la canzone e ci tengo a farvelo vedere. Spero vi piaccia.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: