Le Grandi Recensioni

Supergrass – I Should Coco

Pubblicato in dischi, musica da Ares il gennaio 26, 2012

Ricordi della mia adolescenza…

Il disco d’esordio dei Supergrass l’ho consumato. E ancora oggi, quando mi capita di ascoltarlo, mi si stampa un sorriso sulla faccia che non se ne va per molte ore. Che ci volete fare? Nulla, potenza della musica.

Supergrass, interessantissima band troppo spesso oscurata dai conterranei e contemporanei Oasis e Blur, ma in grado di produrre ottimi album di sano rock inglese, quello che pesca nella tradizione e non disdegna puntate nel folk e nella psichedelia che dalle parti dell’Inghilterra continua a far proseliti.

Album bello e scanzonato, leggero ma allo stesso tempo profondo, una profondità ben diversa da quella di band contemporanee della scena inglese che ai tempi era un calderone da dove uscivano i Primal Scream e il trip-hop dei Massive Attack. Erano appena svaniti nel nulla gli Stone Roses e gli Suede stavano per iniziare la discesa finale.

In tutto questo apparvero i Supergrass con Caught By The Fuzz, prima, e poi col supersingolo Alright che ancora oggi fa saltare e muovere il culo a tanti giovani inconsapevoli e ai 30-e-qualcosa-enni che gli anni 90 se li ricordano bene e li rimpiangono. E non solo perché all’epoca si era alle medie-liceo-università ed eravamo giovani e dello spread non ce ne fregava un cazzo, soprattu tto perché si ascoltava un sacco di roba buona, lontana dai fenomeni da reality show.

Per qualche misterioso motivo  i Supergrass si sono sciolti pochi anni fa. Ci mancano, speriamo in un ritorno.

Cowboys & Aliens

Pubblicato in cinema, stroncature da Ares il gennaio 23, 2012

Questo e’ difficile considerarlo un film…

Trattasi di stronzata di portata immane, siamo ai livelli degli ultimi film sugli alieni…roba tipo Skyline e Battle: Los Angeles.

Solo che qui siamo nel Far West hahahahhahahahaa!!! E Daniel Craig fa lo smemorato di turno che ha al polso uno swatch alieno, fa il bullo ma in realta’ è un eroe buono…che quasi quasi si innamora della figa di turno impersonata da Olivia Wilde (o Thirteen come direbbe il dr House). Ah si, c’è anche Harrison Ford che sta invecchiando e si vede, e non è credibile nei panni dello sceriffo.

Non dico che è fatto male. E’ proprio una cagata. Insulso. Inutile. La storia non sta in piedi, gli alieni son dei mostracci del cazzo che si fanno fare il culo da vaccari in sella a cavalli e armati di winchester…mentre loro, gli alieni, hanno viaggiato milioni di anni luce e hanno macchine volanti. Voglio dire, è come se…come se…boh, non mi viene neanche un paragone stupido.

Madonna se è brutto ‘sto film…in genere quando son brutti e idioti fanno ridere, questo no, e’ talmente una merda che lo guardi e ti deprimi.

Voto: zero assoluto.

Bitch Slap

Pubblicato in cinema da Ares il gennaio 22, 2012

Era tanto tempo che non scrivevo nulla…

e ho voglia di scrivere di stronzate.

Allora, Bitch Slap è un film (???) che parla di tre fighe a caso che in un turbine di sesso e violenza ridicoli e gratuiti fanno un gran casino per niente. Parlano come scaricatori di porto, una di loro è palesemente psicopatica, mentre un’altra è il Male Assoluto. La terza sembra quella a posto…seh, col cazzo.

Botte, sangue, morti, fighe, gente pazza e idiota, scontri a fuoco ed esplosioni.

Film perfetto, a suo modo un capolavoro del trash del peggior livello hahahahhahahahahahaa!!!!!

The Head & The Heart

Pubblicato in dischi, musica da Ares il gennaio 21, 2012

Avevo già accennato a questi ragazzotti nel post sul concerto dei My Morning Jacket, ma dato il fatto che è da allora che ascolto il loro disco almeno una volta alla settimana (se non almeno una volta al giorno) penso sia giunta ora di scriverne qualche riga.

Allora, The Head & The Heart vengono da Seattle, e il fatto che da questa citta’ sia saltata fuori roba come Jimi Hendrix, Amazon, Microsoft, il grunge eccetera e’ solo un’ulteriore conferma dela fatto che in quel posto piovoso l’aria dev’essere proprio buona. I ragazzi sono anche prodotti dalla storica Sub Pop che in quanto a farci conoscere gran musicisti e’ sempre una garanzia.

Questo e’ un disco di grande cantautorato americano. Giovani, ma bravi, musiche dominate dalle chitarre acustiche e dalle melodie del pianoforte, tappeti sonori su cui si stagliano le armonie vocali della band capitanata dai due chitarristi/cantanti Jonathan Russel e Josiah Johnson a cui si aggiunge la poliedrica e altrettanto vocalmente dotata Charity Rose Thielen. Siamo nella scia di band come i Fleet Foxes, ma non e’ giusto considerare The Head and The Heart una band-clone, nossignore. Il loro lavoro e’ dignitosissimo e non una semplice copia dei piu’ famosi colleghi. canzoni come Lost In My Mind, Rivers and Roads e Down In The Valley sono autentici gioielli che faranno la gioia degli ascoltatori piu’ esigenti, gli stessi ascoltatori che troveranno sollievo anche in pezzi piu’ leggeri come Honey Come Home.

Non finiro’ mai di ringraziare l’amico Mikel che mi ha portato a quel concerto ad Amsterdam, forse ho scoperto una nuova magnifica band.

Chris Cornell – Songbook

Pubblicato in dischi, musica da Ares il gennaio 3, 2012

In attesa di novità dal pianeta Soundgarden, Chris Cornell torna armato di chitarra e voce e ci regala Songbook.

Una manciata di canzoni, tra cui brani di Soundgarden, Audioslave, Temple Of The Dog e alcune interessanti cover come Thank You e Imagine che il nostro eroe si diverte a proporre in solitudine.

E’ roba per appassionati del genere ed estimatori dell’artista, ma una cosa è certa: quest’uomo canta ancora da dio, e in versione “solitario menestrello” rende al massimo.

Da brividi, se vi è piaciuto il superbootleg “Unplugged in Sweden” questo non potrà che piacervi ugualmente…

Alice In Chains – Dirt

Pubblicato in dischi, musica, richieste da Ares il dicembre 18, 2011

Oggi lascio la parola a Bixx, questo il suo pensiero.

Ho comprato “Dirt” in cassetta, perché non avevo ancora lo stereo con il lettore CD. Era una cassetta con un piccolo difetto, un graffio sulla scatoletta di plastica, e per questo era scontata. Era il 1995, io avevo quattordici anni e solitamente passavo i sabati pomeriggio a Treviso, girando per le strade del centro con un’amica e facendo una puntata obbligatoria al negozio di dischi vicino alla stazione.

Gli Alice in Chains li conoscevo perché No Excuses (da Jar of Flies) passava spesso in radio in quegli anni, e un’amica mi aveva fatto una cassettina con varie canzoni rock tra le quali, appunto, No Excuses. Guardavo MTV da un po’ di anni – uno dei primi ricordi che ho è proprio la frequenza con cui passavano il video di Smells Like Teen Spirit – e registravo diversi video e programmi come Headbangers Ball (che lo facevano di notte, ma io avevo imparato in cinque secondi a programmare il videoregistratore). Così avevo conosciuto il cosiddetto grunge. Ne parlavano anche alcuni articoli nei giornali italiani, di questi giovani con i berretti di lana, le camicie di flanella, provenienti da Seattle, che si vestivano male ed erano i precursori della odierna piaga sociale del manifestante socialmente impegnato.

E ascoltavano la musica grunge.

Io ero una giovane secchiona di campagna in prima superiore. L’atmosfera stantia del liceo iniziava a starmi stretta, e avevo capito ben presto che mai avrei potuto accodarmi allo stuolo di ragazze trendy, quelle a cui la pubertá aveva donato esteticamente. Con me la pubertà non era stata gentile per nulla, ed ero massiccia e avevo gli occhiali da vista che dovevo portare sempre. Il grunge mi sembrava un’ottima scelta di vita, dato che a quattordici anni era imperativo scegliere un’identità, e farlo in fretta. Nel mio caso, poi, si trattava di sfuggire all’imminente etichettatura di sfigata secchiona. Secchiona sarei rimasta perché mi faceva comodo e i voti alti garantivano sprazzi di libertà che i miei genitori, non esattamente liberali, mi avrebbero altrimenti negato.

E dunque era possibile barattare un 9 in latino con un pomeriggio a Treviso e una mancia da spendere in musica.

Tornata a casa poco prima di cena, ero corsa in camera mia e avevo messo la cassetta nel registratore, non prima di aver estratto il libretto coi testi. Capite, ero secchiona e adoravo l’inglese, ero curiosissima di capire tutte quelle espressioni che usavano su MTV, mi sembrava la cosa più importante del mondo (ancora ricordo il giorno, anni prima, in cui avevo scoperto in un dizionario di inglese aggiornato – che io usavo quello appartenuto a mio padre – che “gonna” era una contrazione di “going to”. Mi sembrava di aver scoperto l’America).

Mi sono seduta sul tappet rosso vinaccia con gli orsi polari disegnati e ho schiacciato play e

AAAH! AAAH! AAAAH!

L’inizio di Them Bones.

L’inizio di Them Bones è il motivo per cui ricordo tutti questi dettagli di un sabato di sedici anni fa. Proust aveva i biscottini, io ho Them Bones. L’inizio di Them Bones mi ha spaccato il culo. Avevo già ascoltato hard rock e heavy metal, ma questo era diverso. Questo era cattiveria e malattia; era una cosa che non conoscevo. Droga, dolore, dipendenza? Rabbia?

Gonna end up a big ole pile a them bones, leggevo e già tentavo di decrittare quel “them” accanto a “bones”.

Dopo un paio di canzoni mia mamma mi ha chiamata, che era pronta la cena. Quella sera mi ricordo che avevo quasi paura di ascoltare tutto l’album, perché ogni canzone era peggio della precedente, come gironi infernali (non che avessi letto Dante, al tempo), un’oscurità senza uscita, le voci di Staley e Cantrell a creare cori dissonanti e profondamente malati. Mi ricordo benissimo che alla fine non stavo tanto bene; ero scossa, quell’ora e qualcosa di Dirt mi aveva fatto quasi male.

Ad oggi, considero l’esplosione di suoni in Rooster come una delle migliori del rock. Il giro di basso di Would? rimane insuperato. Ma ho difficoltà ad isolare brani singoli in Dirt. Per me rimane una specie di concept album che parla di oppressione e disgusto. Un disco che va ascoltato tutto intero dove il filo conduttore è una strana atmosfera ipnotica, che ti fa male ma da cui non riesci a uscire.

È difficile descrivere l’impatto esistenziale di un disco senza sembrare sentimentali o patetici. Ma sono lucida e sincera quando dico che quel sabato sera, accucciata sul tappeto, mi si è aperto un mondo. A volte penso che avrei quasi preferito essere più vecchia, aver conosciuto il grunge a vent’anni, con maggiore consapevolezza e distanza critica. A volte penso che Dirt mi abbia parzialmente rovinato la vita, mostrandomi la faccia del disgusto e della depressione in un momento in cui ero facilmente impressionabile. Forse sarei stata più estroversa e ottimista, se i miei anni adolescenti li avessi passati con gli AC/DC.

Ma alla fine va bene così.

Da padrone-despota del blog aggiungo il mio ricordo.

Ho conosciuto gli Alice In Chains alla fine del 1992, facevo la terza media. MTV era appena arrivata, i Nirvana e i Pearl Jam si potevano ascoltare ogni 5 minuti, si parlava del grunge e di Seattle, una città che conoscevo solo perché casa dei Seattle Supersonics (squadra NBA ormai estinta nda). Avevo iniziato a suonare la chitarra da pochi mesi e un giorno, mentre guardavo Videomusic, vidi la pubblicità di una band a me sconosciuta…Alice In Chains…Dirt…boh?

La pubblicità prendeva spezzoni da un paio di videoclip, Them Bones e Would?, e quei ritornelli mi sono entrati in testa all’istante, e poco dopo, una volta finito lo stacco pubblicitario ecco che vidi per la prima volta il video di Them Bones.

Folgorazione, come San Paolo sulla via di Damasco. Un mondo che si apre.

Riuscii ad ascoltare Dirt grazie a una cassetta registrata da un compagno di scuola, ma dovetti aspettare il mio compleanno perché potessi avere la mia copia dell’album. E ascoltarlo per intero fu una mazzata. E lo e’ ancora adesso. 

Dirt è la faccia malata e sporca del grunge, una summa della negatività, l’essenza stessa della ‘denial’ di cui cantava Kurt Cobain. E mi piaceva, e mi piace ancora adesso, e mai potrei fare a meno di quel disco e quella band. Ascoltare Dirt ha cambiato la mia percezione della musica, il riff di Dam That River e Angry Chair mi hanno letteralmente sconvolto. E anche in questo momento, mentre riascolto per l’ennesima volta questo capolavoro, ringrazio il destino per avermi reso abbastanza cosciente e recettivo per poterlo capire e apprezzare. 

The Black Keys – El Camino

Pubblicato in dischi, musica da Ares il dicembre 14, 2011

L’attesissimo ritorno di una delle band più importanti degli ultimi 10 anni!

Lanciato dall’ottimo singolo Lonely Boy (accompagnato da un video semplice e geniale) arriva El Camino, ultima fatica dei The Black Keys che solo un anno fa ci avevano fatto drizzare le orecchie con Brothers.

Questi due non sbagliano un disco…questi due non sbagliano assolutamente nulla. Rock e blues e i fronzoli li lasciamo a chi pensa di essere un figo. Gli ingredienti sono sempre chitarra e batteria rumorose al punto giusto; echi blues e psichedelici; un gusto vagamente retro con dei coretti che acchiappano l’ascoltatore e non lo mollano.

Un album che mette voglia di headbanging senza ricorrere a megadistorsioni o assoli di chitarra a 500 note al secondo.  Il duo dell’Ohio gioca coi ritornelli e le citazioni tipo Canned Heat (Gold On The Ceiling a tratti sembra On The Road Again) o una Little Black Submarines che inizia con la chitarra acustica tranquilla come i Beatles nel White Album e quando meno te lo aspetti ti catapulta in un caotico muro di suono che ricorda certi rumorosi live degli anni 70.

Spingono come pazzi eppure sono sempre controllati, evitano di farsi travolgere da loro stessi, e questo è segno di grande, grandissimo talento.

C’è ancora vita nel rock’n'roll…

Smashing Pumpkins live in Padova 29/11/2011

Pubblicato in concerti, musica da Ares il novembre 30, 2011

Se ti regalano un biglietto per un concerto non puoi rifiutare, anche se si tratta di una band che nella sua forma originaria non esiste più, una band che hai smesso di seguire da 10 anni abbondanti.

Soprattutto rimane difficile andare a un concerto quando appena 48 ore prima hai assistito all’esibizione di Paul McCartney…

Però andare a sentire Billy Corgan e la nuova versione degli Smashing Pumpkins può regalare sorprese, e così è stato.

Piccolo palasport pieno all’inverosimile, volume alto e tante chitarre distorte, e Corgan che dimostra di saperci ancora fare.

Quello che risalta è la potenza di questi nuovi Pumpkins, band che si lascia andare volentieri a improvvisazioni dominate dalle chitarre in un continuo saliscendi fatto di momenti di calma assoluta spazzati via in un attimo da botte violentissime, vero marchio di fabbrica del buon Billy (ingrassato nda) che sembra anche divertito dall’essere ancora sul palco (secondo me in realtà non gliene può fregare di meno, magari è bravo a fingere?).

Non un concerto revival e nemmeno un greatest hits: gli spazi dedicati al passato rimandano a canzoni note solo ai veri fans oltre a cose a me del tutto sconosciute e che immagino facciano parte del nuovo album. I nostalgici hanno dovuto aspettare la fine per sentire Tonight Tonight, Zero e la conclusiva Bullet With Butterfly Wings, ma durante tutto il concerto è capitato di ascoltare Siva, Muzzle e addirittura Soma, Cherub Rock e For Martha.

Un nuovo batterista giovane e in gamba (pesante l’eredità di Chamberlin), una bassista figa come al solito e un chitarrista simil-giapponese sono i nuovi compagni d’avventura di Corgan. Che in sostanza continua per la sua strada, ogni tanto si perde in vaneggi musicali, ma resta sempre uno degli artisti-simbolo degli anni 90, decennio in cui siamo stati catapultati ieri sera anche se solo per poco più di 2 ore.

Niente male.

Paul McCartney live in Milano 27/11/2011

Pubblicato in concerti da Ares il novembre 28, 2011

Chi può permettersi di aprire un concerto con Hello Goodbye?

Chi può permettersi di chiuderlo con l’ultima parte (Golden Slumbers, Carry That Weight, The End) di quel capolavoro chiamato Abbey Road?

Chi può permettersi di non suonare canzoni come Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, Michelle, And I Love Her o Penny Lane e decidere di inserire in scaletta brani come The Night Before, I’ve Just Seen a Face o The Word?

Chi ti fa sognare per 2 ore e 40 minuti, alla veneranda età di 69 anni?

Sir Paul McCartney, ovvio…

Il concerto perfetto, il musicista perfetto.

The War on Drugs – Slave Ambient

Pubblicato in musica, richieste da Ares il novembre 21, 2011

richiesto da Eleonora

E grazie Eleonora…perché non conoscevo questi The War on Drugs e questo loro terzo album Slave Ambient.

Quando certa tradizione folk-rock americana viene immersa in un mare di psichedelia ed elettronica, con chitarre che ricordano anche certi momenti di Bruce Springsteen o addirittura Dylan, mentre i passaggi strumentali (come City Reprise  e Original Slave) che legano tra di loro le 12 canzoni dell’album servono a rendere il tutto solo più omogeneo di quanto non sia già.

Perché questo Slave Ambient ha un suo dannato senso, un album che mi fa immediatamente pensare alla notte fonda (o mattina presto, a seconda dei punti di vista) e a qualche serata esagerata e a quell’inevitabile momento in cui uno rientra a casa, crolla sul divano e chiede solo calma per recuperare le forze. Con il dovuto rispetto, è lo stesso effetto che mi fa Sunday Morning dei Velvet Underground, band che a mio parere ha dato tanto ai War On Drugs (e non solo nda). American rock e new-wave, tradizione e innovazione, con intelligenza e senza esagerare.

I Was There, Your Love Is Calling My Name, It’s Your Destiny sono gli episodi migliori dell’album; Baby Missiles odora di Bruce Springsteena miglia di distanza; la conclusiva Blackwater è un tentativo di essere Bob Dylan senza per questo risultare fuori luogo, ridicolo o eccessivo, anzi è ottima.

Chi ama l’indie e le contaminazioni rock ed elettronica non potrà non apprezzare quest’album, gli altri potrebbero invece scoprire nuovi gusti e, perché no, innamorarsene.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.