Le Grandi Recensioni

Batman v Superman

Posted in cinema, stroncature by Ares on aprile 30, 2016

 

Il niente per 2 ore e mezza.

batmanvsuperman

La storia parte dalla fine de L’Uomo d’Acciaio, il reboot di Superman di qualche anno fa. Metropolis è stata fatta a pezzi dall’alieno in tuta blu e mutande rosse sopra la tuta e dai suoi nemici alieni.
In tutto questo Ben Affleck/Bruce Wayne guarda un suo palazzo che crolla, pensa al danno economico subito e decide che Superman deve morire. Ora, dopo aver visto la trilogia di Batman firmata da Nolan e aver visto un grande attore come Christian Bale interpretare Bruce Wayne/Batman, vedere un simile personaggio con le fattezze e la faccia da ebete di Affleck è davvero un pugno nello stomaco.

Ma andiamo avanti.

Lois Lane scopre che qualcuno vuole fregare Superman il quale scopre l’identità di Batman. In tutto questo appare Lex Luthor che è un ragazzino psicopatico perché il papà lo violentava. È pieno di soldi e non sa parlare, chiunque lo prenderebbe a calci in bocca fino a ucciderlo. Invece no, i soliti ebeti lo aiutano inconsapevolmente e lui scatena il disastro.

Batman quasi uccide Superman ma scopre che le loro mamme hanno lo stesso nome quindi capisce che è Luthor quello cattivo. Chiaro, no? Ma Luthor ha creato un supermostro col cadavere del vecchio nemico di Superman. Ecco che arriva dal nulla Wonder Woman ad aiutare i due supereroi. Poi alla fine ci pensa Superman che salva tutti e muore.

Il mostro viene ucciso. Lex Luthor è in galera ma annuncia l’arrivo di un altro supercattivo spaccaculi.

Nel frattempo appaiono anche Flash e Aquaman e un Cyborg.

Superman in realtà non è proprio morto, senza di lui è impossibile fare il film della Justice League.

In sostanza, Marvel batte DC Comics. E dopo la trilogia di Nolan, Batman non deve più essere protagonista di nessun film. Per farla breve, questo film è inutile.

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Mongrel State – Mestizo

Posted in dischi by Ares on febbraio 28, 2016

I Mongrel State vengono da Dublino, ma in realtà hanno anima italiana, irlandese, spagnola e argentina. Sono musicisti che si sono fatti le ossa girando per anni in lungo e in largo per l’Irlanda e l’Europa fino a quando non sono riusciti a trovare la miscela ideale per proporre la loro musica.

E Mestizo è il loro primo album

mestizo

Che genere fanno? Nel mondo anglosassone il loro genere viene spesso definito “americana”, ovvero un mix tra folk, rock’n’roll, blues che in alcuni momenti può ricordare Johnny Cash o certe colonne sonore dei film di Quentin Tarantino.

Mestizo (“meticcio” in italiano e, appunto, “mongrel” in inglese) è proprio questo: un’immersione in un genere musicale di chiaro stampo statunitense ma filtrato attraverso le diverse provenienze dei singoli membri della band.

10 canzoni ben suonate e prodotte in quel d Dublino, tra le quali si fanno notare Stray Dogs, Monster, Zombies on the Highway e How Many More Times ma anche la strumentale Quiero Volver e la conclusiva Rainy Day con la sua lunga e suggestiva coda che fa tornare alla mente i vecchi film western di Sergio Leone.

Il disco lo trovate direttamente nel loro sito ufficiale o su iTunes. Fatevi un piacere e supportate chi fa buona musica.

The Hateful Eight

Posted in cinema by Ares on febbraio 12, 2016

8vo film di Quentin Tarantino

hateful eight

Premessa: distruggere una Martin del 1870 è imperdonabile, chi ha fatto la cazzata sul set (ovvero chi doveva avvisare il povero Kurt Russell di cosa aveva in mano Jennifer Jason Leigh) dovrebbe essere punito severamente. Va anche detto che quei fenomeni della Martin Guitars potevano benissimo evitare di prestare un pezzo da museo a Quentin Tarantino…

Detto questo, The Hateful Eight è stato stroncato da alcuni critici e anche da tanti spettatori che hanno accusato il regista di essersi fatto prendere la mano e aver creato un film inutilmente prolisso e, in sostanza, aver calcato troppo la mano indugiando nelle sue manie.

Sbagliato. The Hateful Eight è al 100% un film di Quentin Tarantino. Diverso dal solito perché questa volta il regista è riuscito a creare un giallo-thriller-western-pulp facendo montare la tensione minuto dopo minuto, infarcendo la storia con i soliti dialoghi al limite del surreale al quale ci ha abituati, inserendo (auto)citazioni dall’inizio alla fine e portandoci piano piano alla soluzione del caso attraverso i vari capitoli nei quali è diviso il film. Sinceramente, non capisco la delusione di parte di critica e pubblico, lo stile di Tarantino si è evoluto negli ultimi anni prima con Bastardi senza Gloria e poi con Django Unchained. Non siamo più ai tempi di Pulp Fiction, gli ultimi film giocano con la Storia che viene riscritta, adattata e distorta (pensare alla fine di Hitler in Bastardi) oppure diventa lo sfondo per mettere in scena gli ultimi “western”. C’è da chiedersi cosa farà la prossima volta (io spero sempre nel terzo capitolo di Kill Bill).

Riuniti gli attori simbolo del cinema tarantiniano: Tim Roth, Michael Madsen e Samuel L Jackson (di gran lunga il migliore, da metà film in poi la sua performance diventa gigantesca come ai tempi di Pulp Fiction) ai quali si possono aggiungere Kurt Russell, James Parks e Zoe Bell (storica controfigura di Uma Thurman). Nota di merito a Walton Goggins e a Jennifer Jason Leigh. Tutti riescono a pronunciare una battuta che entrerà a far parte della lunga serie di “frasi storiche” del cinema di Tarantino. Ce n’è per tutti: bianchi, neri, vecchi, giustizia, Abramo Lincoln.

Basta, andate a vederlo.

Revenant

Posted in cinema by Ares on febbraio 11, 2016

Riuscirà Leonardo DiCaprio a vincere l’Oscar?

revenant

A giudicare da Revenant si direbbe di sì…anche se…premio oscar per questo quando non lo ha vinto per The Wolf of Wall Street (giusto per citare un film a caso)? Premiarlo per il film in cui parla di meno sembra più un riconoscimento alla fatica fatta durante la lavorazione (riprese a -30° eccetera). Va beh, staremo a vedere. Comunque è bravissimo.
Anche Tom Hardy, straordinario nel ruolo del bastardo-cattivo di turno.

The Revenant è una storia di morte e vendetta, ispirata alla vera storia di Hugh Glass che all’inizio dell’Ottocento riuscì a sopravvivere e a tornare dai compagni di avventura. E fin qui ci siamo.

L’impatto visivo del film di Inarritu è spettacolare, l’immensa desolazione degli spazi e della luce naturale meritano ben più di un premio per regia e fotografia. Devo però dire che in alcuni momenti ho pensato di guardare un documentario di National Geographic e non un film drammatico, mi è sembrato una sorta di grande autocelebrazione di tecnica cinematografica.

Il problema, per me, è che il film è di una lentezza a tratti esasperante. Forse l’idea è quella di trasmettere il tanto tempo trascorso nella ricerca e nel compimento della vendetta, tempo che viene scandito dal fuoco che riscalda e rischiara la notte, dai lunghi silenzi e dalla natura che appare spietatamente dura e ostile ma che è anche l’unica speranza alla quale aggrapparsi per sopravvivere dato che gli uomini sono (quasi) tutti dei disgraziati pronti a uccidere tutto quello che si muove attorno a loro.

Si guarda, e può piacere, ma posso capire tutti quelli che escono dalla sala delusi o un po’ annoiati.

Dream Theater – The Astonishing

Posted in dischi, mezze stroncature, musica by Ares on gennaio 27, 2016

È tradizione consolidata di questo blog che in occasione di un nuovo lavoro dei Dream Theater io lasci la parola a uno dei massimi esperti mondiali sull’argomento, il professor Crotaloalbino. Quindi, ecco a voi la recensione di The Astronishing, tredicesimo album della band di John Petrucci e soci. Buona lettura.

Per la serie: Fave di Fuca in formato audio…

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Raddoppia la tua libertà intestinale con i Dream Theater, hey! Se per caso dovessi trovarti ad affrontare un brutto caso di intestino pigro e se tale condizione ti tormentasse da più a lungo del previsto, be’, vecchio mio: puoi recarti presso il tuo rivenditore di ciddì di fiducia, tirare fuori un paio di dieci euri – o quello checcazz’è – e procurarti la tua copia del doppio disco in studio della più celebre prog-metal band del pianeta. Dopo non dovrai far altro che sfanculartene a casa, massaggiandoti il ventre mentre copiose gocce di sudore freddo ti imperlano la fronte, ficcare il primo dischetto nel lettore e lasciare che le cose accadano.
E non preoccuparti di nulla, razza di bastardo: se non ti si stura il culo col primo cd, c’è sempre quell’altro ad allietare i tuoi padiglioni auricolari e a oliare le pareti del tuo colon.
Qualora anche al termine del secondo ciddì non dovessi riuscire a liberarti di quel paio di chili di stronzi che opprimono le tue budella, be’, amico, non so proprio cosa aggiungere. È possibile che tu abbia gusti musicali di merda, oppure potresti essere messo davvero male… o entrambe le cose. Sì, insomma, ti toccherà chiamare la guardia medica, ti porteranno al pronto soccorso in ambulanza e lì ti ficcheranno un grossissimo tubo fottuto dove non batte il sole per aspirare fuori tutto il cioccolato. Ah, ora che ci penso, ci sarebbe anche un’altra soluzione per te, cara la mia testina di guano di condor: potresti provare a cospargerti le mani di super-colla a presa rapida, attaccarti a un tornio, farlo andare alla massima velocità e sperare che l’effetto centrifuga sortisca il risultato sperato.
Ciò detto, alla fine, la curiosità ha avuto la meglio su di me… come sempre. E anche se un po’ me ne vergogno, mi sono procurato una copia di “The Astonishing” dei Dream Theater.
Gran bella copertina, per carità. Diciamo che i problemi, come al solito, cominciano non appena si preme il tasto “play” e lo squacquerone sonoro comincia a invadere la stanza.
Qual è la differenza fondamentale tra questo disco e quelli che lo hanno preceduto? Fondamentalmente, qui si ha a che fare con composizioni più brevi – la canzone più lunga dura 7 minuti e 41 secondi. Il che, dal mio punto di vista, è un colossale passo avanti rispetto al passato recente, dato che si riesce a seguire le singole composizioni senza cadere in preda a violenti conati e ritrovarsi rannicchiati in posizione fetale nell’angolo della stanza più lontano dai diffusori acustici.
Inoltre, da quello che sento, potrei addirittura spingermi ad affermare che questo è il disco più pop che i Dream Theater hanno pubblicato dai tempi di “Falling into Infinity” (che, va detto, è l’ultimo lavoro che sono riuscito ad ascoltare da cima a fondo). A tratti si ha quasi l’impressione di avere a che fare con un musical, con sezione d’archi e tutto quanto.
Bon, dai, tirando le somme, quello che ho sentito all’interno di “The Astonishing”, sono i seguenti elementi buttati dentro a un frullatore: Les Miserables, Meat Loaf, Three Sides to Every Story degli Extreme, The Final Cut dei Pink Floyd, Song for America dei Kansas, EL&P all’inizio di “A Life Left Behind” e… il dolce confetto Falqui.
WILL IT BLEND?
At the end of the day, possono aver placcato tutto quanto con uno spesso strato di oro colato MA si tratta comunque di merda. Ciò detto, vado ad appoggiare i glutei sulla tazza del wc in compagnia della Settimana Enigmistica.
Ciao.

Grazie, professore.

David Bowie – Blackstar

Posted in dischi by Ares on gennaio 11, 2016

Addio, David.

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Preceduto dai due singoli Blackstar (10 minuti scarsi e accompagnata da un video grandioso) e Lazarus, è stato anticipato come uno dei lavori più belli e importanti della carriera di Bowie.

Purtroppo, è anche l’ultimo, ma verrà ricordato (anche) come uno dei suoi (tanti) capolavori.

Capolavoro perché quest’uomo geniale anche alla fine è riuscito a creare un album sperimentale, tra il jazz, il rock, l’elettronica e tutto il mondo che ha vissuto nella sua testa, un mondo che ha affascinato orde di fans per quasi 50 anni e che, ne sono certo, continuerà ad affascinare future generazioni. Blackstar non è un album semplice, al primo ascolto può catturare o annoiare, ma sforzandosi nell’ascolto è possibile riuscire a cogliere la raffinatezza dell’opera.

Avanguardia. Bowie sembra essere tornato agli esperimenti sonori della seconda metà degli anni ’70, culminati nella trilogia berlinese e nella collaborazione con Brian Eno. C’è un’atmosfera cupa e contemporaneamente frenetica nelle canzoni, specie in Sue (or in a Season of a Crime), ma ci sono anche attimi di pace musicale come in Dollar Days col suo inizio che sembra una ballata pinkfloydiana.

Ad ascoltarlo ora, appena appresa la notizia della sua scomparsa, credo che in qualche modo David Bowie sapesse di essere davanti agli ultimi mesi della sua vita e per questo lo sforzo per creare qualcosa di unico e magnifico dev’essere stato immenso.

Ascoltatelo e basta. E poi riascoltate tutti i suoi album, e fateli ascoltare alle persone vicine a voi.

Star Wars Episodio VII – Il Risveglio della Forza

Posted in cinema, mezze stroncature by Ares on dicembre 18, 2015

Ho fatto finta di niente fino a un mese fa, quasi non volessi aver più nulla a che fare con Star Wars dopo la seconda trilogia (che col passare degli anni sopporto sempre meno).

Poi, vinto dai trailer, ho deciso di acquistare il biglietto: 16 dicembre, ore 16:30 (primo spettacolo presso il multisala prescelto) ed evitare così le minacce di spoiler.

Buio in sala.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

star-wars-il-risveglio-della-forza

Pensavate che fosse tutto finito con la seconda Morte Nera distrutta in orbita della luna boscosa di Endor? Pensavate che fosse tutto finito con la morte dell’Imperatore e di Darth Vader?

Sì. Io lo speravo ancora di più dopo aver visto gli episodi 1, 2 e 3.

E dopo aver visto il settimo episodio ne sono ancora più convinto.

Perché credo di aver visto una sorta di remake degli episodi precedenti, tutto condensato in 2 ore e con personaggi dai nomi diversi (ma in fondo sono gli stessi) più qualche vecchio protagonista messo lì più per volere dei fans che per altro.

Andiamo con ordine AVVISO SPOILER – SE NON AVETE VISTO IL FILM ALLONTANATEVI O APRIREMO IL FUOCO

Prima curiosità: i vecchi personaggi hanno ripreso i nomi originali. Jan Solo è Han Solo, Leila è Leia e così via.

Non c’è un eroe, ma c’è un’eroina (non quella di Trainspotting): evidentemente a Hollywood va di moda avere delle giovani donne, possibilmente attraenti, che volenti o nolenti diventano l’ago della bilancia e protagoniste dell’avventura. In questo senso Rey, interpretata dalla semisconosciuta e brava Daisy Ridley, assomiglia molto alla Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) di Hunger Games. Una novella Luke Skywalker tanto che il suo legame col vecchio maestro verrà, come si intuisce, spiegato tra un paio d’anni (Episodio VIII). Ah, questa scopre la Forza e in due secondi riesce anche a fronteggiare (e sconfiggere) il cattivo di turno con tanto di spada laser appartenuta a Luke (ma come? La spada è blu, e sappiamo che la spada blu di Luke è precipitata nel vuoto assieme alla sua mano alla fine de L’Impero Colpisce Ancora, boh). Rey vive in un posto inutile in mezzo al deserto e aspetta qualcuno, “la mia famiglia” dice lei. Anche Luke abitava in un posto ugualmente inutile e aspettava qualcosa (voleva andarsene, poi gli hanno carbonizzato gli zii e allora si è unito a Obi Wan Kenobi). Lei si sposta con una specie di sprinter, come Luke. È una bravissima pilota, come Luke. Solo una coincidenza, mica si saranno accorti delle somiglianze tra i personaggi in fase di stesura della sceneggiatura, no?

Il cattivo è Kylo Ren, figlio di Han Solo e della Principessa Leila. Si capisce come sia stato padawan di Luke salvo poi incazzarsi e mandare tutto a puttane irretito dal Lato Oscuro. Kylo Ren (nato Ben Solo) sembra un ragazzino con tanti problemi coi genitori, un brutto carattere e incapace di gestire la rabbia. In sostanza è uguale ad Anakin Skywalker/Darth Vader che venera coma una divinità senza averne un briciolo del carisma/potere. Voglio dire: quando c’erano problemi o imprevisti Vader camminava, diceva due parole e poi strangolava il malcapitato di turno. Kylo Ren invece sguiana (?) la spada laser e spacca tutto. Si fa infinocchiare da Rey perché probabilmente all’epoca dell’apprendistato da Skywalker lei era più in gamba di lui (girl power!), o forse perché sotto sotto lui è innamorato di lei (e se fanno una cazzata del genere sarà solo per volere della Disney). In questo film lui è (o dovrebbe essere) il cattivo spaccaculi, ma finisce col farsi prendere a calci in culo da lei che non sa una mazza. Sa solo uccidere suo padre in un vero colpo di scena che rimanda alla morte di Obi Wan nell’episodio IV (e questo mi fa pensare che Harrison Ford abbia fatto questo film solo perché implorato dalla produzione alla disperata ricerca di un collegamento con la trilogia originale). Se non avete capito, ve lo ripeto: Han Solo muore. Trafitto dalla spada laser del figlio e gettato nel vuoto. E suo figlio è uno sfigato.

Poe Dameron: interpretato da Oscar Isaac, una sorta di pistolero/cowboy che arriva col suo caccia e spacca tutto. È simpatico e me lo vedo come nuovo Han Solo di questa nuova trilogia.

Il droide BB-8: è buffo e, ma guarda un po’, nasconde una cosa importantissima che serve tipo a tutti: il Primo Ordine gli sta dando la caccia mentre gli altri vogliono portarlo a casa (stessa cosa di R2D2 nell’episodio IV).

Finn: stormtrooper imperiale pentito, diventa amico di Rey (e forse lui vorrebbe altro). Eroe suo malgrado, farà di tutto per aiutare la giovane. Bell’esempio di amicizia tra un ragazzo nero e una ragazza bianca nel segno dell’amore e della fratellanza (buonismo Disney?). Mi sono sempre chiesto: nell’universo di Star Wars ci sono un sacco di alieni, perché non usare una di quelle centinaia di razze per un nuovo eroe? Mica c’è solo Chewbacca.

Il generale Hux del Primo Ordine sembra una checca isterica. La mega adunata ricorda i nazisti di Iron Sky.

Il supremo capo del Primo Ordine via ologramma appare in formato gigante. E’ Gollum, si sa solo che il figlio di Han Solo è diventato quello che è anche per colpa sua.

Capitan Phasma: è Brienne di Tarth, solo che è coperta da una maschera. Senza spadone e fuori dai confini di Westeros perde tutto.

La base Starkiller: è una super Morte Nera (risucchia una stella e con un solo colpo spazza via diversi pianeti) costruita all’interno di un pianeta e col solito punto debole sgamato in un baleno e opportunamente utilizzato per distruggerla. L’Alleanza aveva distrutto DUE VOLTE la Morte Nera, possibile che quelli del Primo Ordine non abbiano capito niente dagli errori passati dell’Impero?

Han Solo: ruba la scena. Il vecchio Harrison Ford è diverse spanne sopra tutti, anche senza cappello da Indian Jones. La scena tra lui e Kylo Ren in cui il padre cerca di redimere il figlio è l’apice del film e il grande colpo di scena dell’episodio VII.

Leila: non più principessa, ora è generale. Invecchiata male, alla disperata ricerca del fratello e del figlio, perderà il grande amore della sua vita. Ma da vecchia saggia sembra avere un buon ascendente su Rey.

Chewbacca: il solito Ciube, una garanzia, e anche lui sarà una spalla importante per Rey.

I vecchi droidi C3PO e R2D2: il primo è inutile, il secondo si sveglia misteriosamente alla fine del film per dirci dove si trova padron Luke.

Appunto, e Luke Skywalker? Il vecchio Jedi adesso fa l’eremita a Skellig Michael e spera che tutti si siano dimenticati di lui. Appare solo alla fine, non dice una parola, ma quando Rey lo trova e gli mostra la spada laser capisce di essere di nuovo in ballo. Spero che chieda a qualcuno chi e come è riuscito a ritrovare la sua vecchia spada laser e se c’era ancora la mano attaccata.

Il film per fortuna ha tutto di Star Wars: astronavi, pianeti strani, buoni contro cattivi, alieni, mostri, attimi di pausa che fanno sorridere, il conflitto interiore che anima alcuni dei personaggi. C’è tutto quello che ha reso Star Wars la più straordinaria saga del cinema nonché un fenomeno di cultura popolare che non conosce crisi e che, anzi, continua a raccogliere nuovi fans. Bravo Abrams per aver usato tanti modellini e non aver sacrificato la magia sull’altare della computer grafica; a proposito, i nuovi/vecchi caccia X-Wing e Tie Fighter hanno un sacco di dettagli in più e sono veramente belli cosi come le scene delle battaglie aeree. Il Millennium Falcon ha ancora problemi col motivatore dell’iperguida, ma è il pezzo di ferraglia più veloce della galassia. La regia di Abrams è perfetta per film del genere.

La cosa che mi fa male è vedere poca originalità nella trama: ci sono troppi richiami alle situazioni dei vecchi film, troppe cose che sono semplicemente rifatte. Sarebbe stato più interessante capire come si è giunti alla situazione Primo Ordine vs Resistenza/Repubblica, non voglio aspettare altri due film perché temo che questo sia un aspetto che non verrà trattato adeguatamente. Avrebbero dovuto investire molto di più su questa parte della trama.

Ma il problema davvero grosso è un altro, e purtroppo va ad intaccare l’elemento fondamentale dell’universo di Star Wars.

La Forza. I maestri jedi, e penso a Qui Gon Jin e Obi Wan Kenobi, Yoda e Mace Windu fino agli Skywalker hanno dovuto intraprendere un addestramento lunghissimo prima di padroneggiare i propri poteri. Rey invece sfiora la spada laser, ha dei flashback che chiariscono parte del suo passato e all’improvviso inizia a fare cose impensabili: dall’uso della voce per farsi liberare a resistere agli attacchi di Kylo Ren arrivando a sconfiggerlo dopo aver preso in mano la spada per la prima volta. Si capisce che la Forza scorre potente in lei, ma i sei film precedenti ci hanno insegnato che la Forza è talmente potente che senza addestramento è impossibile da controllare, addirittura impossibile da percepire, ed è facile venirne distrutti. Per quanto mi riguarda questa è una grave pecca, come può Rey avere una simile padronanza se, da come si vede nei suoi ricordi, è stata abbandonata su Jakku che era solo una bambina? Troppo poco esperta. Forse deve esser cosi perché scopriremo che Rey farà ciò che doveva fare Anakin, ovvero riportare l’equilibrio nella Forza? Restiamo in attesa.

Sinceramente mi aspettavo di meglio, ma non voglio credere alla morte della saga. Voglio credere invece che sia l’inizio di un’ultima grande avventura che, ahinoi, dovremo aspettare ancora per tanto tempo prima di vederne la fine. L’appuntamento con l’episodio VIII è fissato per il 26 maggio 2017, che la Forza sia con voi.

Ugly Kid Joe – Uglier Than They Used Ta Be

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 10, 2015

A 19 anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio (e tralasciando l’EP Stairway to Hell del 2013) tornano gli Ugly Kid Joe, tra i massimi esponenti dell’hard rock più scanzonato e ignorante degli anni ’90 del Ventesimo secolo

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Cosa ci si deve aspettare? Ci si aspetta di tornare al 1994, ai tempi in cui chi vi scrive guardava MTV Europe e aspettava con ansia programmi tipo Headbanger’s Ball (per molti di voi questa è pura fantascienza, ma per i miei amici dinosauri del rock sono bei ricordi). E questo Uglier Than They Used Ta Be ci riporta sì indietro nel tempo ma ci fa ritrovare una band in forma e molto matura: quindi chitarroni pesanti, bei riff, la voce di Whitfield Crane e, come da tradizione, un paio di brani acustici (Mirror of the Man e Nothing Ever Changes) che riportano alla mente cose come Cats in the Cradle, Cloudy Skies o Mr Recordman. Insomma, l’album è divertente, ignorante al punto giusto e grintoso e ha un paio di chicche assolute come le cover di Ace of Spades (omaggio a Lemmy e con Phil Campbell – ex Motorhead – come ospite) e di Papa Was a Rolling Stone (che non è affatto male) che non ha alcun senso e per questo fa ancora più ridere.

La cosa che mi è sempre piaciuta degli Ugly Kid Joe è il non essersi mai presi troppo sul serio: ci possono essere dei momenti “riflessivi” nella loro discografia, ma senza la presunzione di voler a tutti i costi offrire la verità assoluta sull’andare delle cose e dell’universo. La verità è che gli Ugly Kid Joe facevano i Foo Fighters meglio dei Foo Fighters quando Dave Grohl era ancora il batterista dei Nirvana.

Queen – A Night at the Odeon

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on novembre 23, 2015

I Queen sono stati una delle band che più di altre ha subito il fenomeno bootleg.

E, tra gli innumerevoli bootleg dei Queen, quello del concerto tenutosi all’Hammersmith Odeon di Londra la sera del 24 dicembre 1975 è senza dubbio il più conosciuto e diffuso. Circola da decenni, in versioni più o meno complete e di qualità più o meno buona. Quasi 40 anni dopo è arrivata nei negozi quella che dovrebbe essere la versione definitiva.

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(breve nota sul packaging: copertina oscena, note interne ridotte all’osso, si sprecano alla Queen Productions…)

Oh, è almeno dal 2009 che si parla di una versione ufficiale di questo concerto…comunque sia, all’epoca era stato appena pubblicato A Night at the Opera e Bohemian Rhapsody stava trasformando i Queen da quartetto di belle speranze a pesi massimi del rock britannico.

In quella sera lontana i quattro non erano certo al top della forma fisica, ma nonostante questo la performance fu memorabile e una delle più amate dai fans. I neofiti o chi pensa che i Queen siano solo Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga e Freddie Mercury morto avranno una bella sorpresa. La scaletta si concentra quasi esclusivamente sulle canzoni dei primi tre album, l’unica eccezione è appunto Bohemian Rhapsody inglobata nel consueto medley iniziale. Suono ben ripulito e rispetto alla registrazione pirata le cose sono migliorate (da dove salta fuori il verso iniziale di The March of the Black Queen che per 40 anni non abbiamo ascoltato? Chi possiede il bootleg sa di cosa parlo).

Purtroppo nel filmato non sono inclusi i bis Seven Seas of Rhye e See What a Fool I’ve Been che invece sono disponibili nella versione cd, questo perché i fenomeni della BBC avevano già messo via tutto. Il filmato venne trasmesso in diretta per la serie Old Grey Whistle Test, programma che doveva durare 60 minuti o si finiva dritti nella Torre di Londra per poi fare la stessa fine di Anna Bolena. Tra i bonus della versione video è incluso il documentario Looking Back at the Odeon oltre tre canzoni prese dal concerto al Budokan di Tokyo del 1 maggio 1975.

In sostanza, una bella strenna pre-natalizia e un favore ai tanti fans ancora in giro per il mondo.

Ultima nota: vuoi vedere che adesso arriveranno i live degli anni settanta a cadenza annuale? Hyde Park ’76, Earls Court ’77, Houston ’77, qualcosa del ’78, Concert fo Kampuchea ’79…staremo a vedere.

Spectre

Posted in cinema by Ares on novembre 18, 2015

24° capitolo della saga di James Bond.

Diciamo subito che Monica Bellucci è semplicemente imbarazzante. Non è tanto il fatto che come attrice non sia poi così brava (è inguardabile), ma ha pure il coraggio di doppiarsi (con esiti francamente ridicoli). In Italia ci sono ancora tanti bravi doppiatori, perché non utilizzarli?

Bene, detto questo:

spectre

Quarta (e ultima?) volta per Daniel Craig nei panni di 007 e forse siamo giunti alla chiusura del cerchio per quanto riguarda il personaggio Bond in questa nuova versione.

Filmone da 2 ore e mezza che scorre via velocemente, tra richiami al passato dei precedenti capitoli con Craig, ma anche diversi riferimenti all’intera saga (Dalla Russia con Amore, Si Vive Solo Due Volte, Vivi e Lascia Morire, Licenza di Uccidere e altri). Bond finalmente scopre il suo più grande nemico, Ernst Stavro Blofeld interpretato dal magistrale Christoph Waltz, e chiarisce il disegno celato dietro ai cattivi delle ultime missioni e al dolore per la perdita di Vesper Lynd e di M-Judi Dench. Soprattutto, viene svelato un ulteriore tassello della storia personale di James Bond e il finale lascia intendere che il prossimo capitolo sarà inevitabilmente legato a questo. Allora il cerchio non è chiuso, mmm…

Non siamo ai livelli di Skyfall, qui c’è molta più azione e un po’ meno trama, ma il risultato è ugualmente soddisfacente e i tanti appassionati della saga di 007 saranno soddisfatti. Alcune parti sono spettacolari e l’inseguimento notturno per le strade di Roma entra di diritto tra le migliori sequenze delle avventure di Bond. Comprimari perfetti, la squadra ormai è ben collaudata.

Capitolo Bond-girl: non ci siamo. Monica Bellucci al massimo può essere una Bond-milf, mentre Léa Seydoux (dotata di una sola espressione in volto) non si capisce bene perché sia stata scelta. Sicuri che non ci fosse nulla di meglio in giro?

Mi aspettavo qualcosa in più. Adesso resto in attesa di capire chi sarà il prossimo interprete, sperando che non capiti un altro Timothy Dalton.

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