Le Grandi Recensioni

David Bowie – Blackstar

Posted in dischi by Ares on gennaio 11, 2016

Addio, David.

Blackstar_album_cover

Preceduto dai due singoli Blackstar (10 minuti scarsi e accompagnata da un video grandioso) e Lazarus, è stato anticipato come uno dei lavori più belli e importanti della carriera di Bowie.

Purtroppo, è anche l’ultimo, ma verrà ricordato (anche) come uno dei suoi (tanti) capolavori.

Capolavoro perché quest’uomo geniale anche alla fine è riuscito a creare un album sperimentale, tra il jazz, il rock, l’elettronica e tutto il mondo che ha vissuto nella sua testa, un mondo che ha affascinato orde di fans per quasi 50 anni e che, ne sono certo, continuerà ad affascinare future generazioni. Blackstar non è un album semplice, al primo ascolto può catturare o annoiare, ma sforzandosi nell’ascolto è possibile riuscire a cogliere la raffinatezza dell’opera.

Avanguardia. Bowie sembra essere tornato agli esperimenti sonori della seconda metà degli anni ’70, culminati nella trilogia berlinese e nella collaborazione con Brian Eno. C’è un’atmosfera cupa e contemporaneamente frenetica nelle canzoni, specie in Sue (or in a Season of a Crime), ma ci sono anche attimi di pace musicale come in Dollar Days col suo inizio che sembra una ballata pinkfloydiana.

Ad ascoltarlo ora, appena appresa la notizia della sua scomparsa, credo che in qualche modo David Bowie sapesse di essere davanti agli ultimi mesi della sua vita e per questo lo sforzo per creare qualcosa di unico e magnifico dev’essere stato immenso.

Ascoltatelo e basta. E poi riascoltate tutti i suoi album, e fateli ascoltare alle persone vicine a voi.

Star Wars Episodio VII – Il Risveglio della Forza

Posted in cinema, mezze stroncature by Ares on dicembre 18, 2015

Ho fatto finta di niente fino a un mese fa, quasi non volessi aver più nulla a che fare con Star Wars dopo la seconda trilogia (che col passare degli anni sopporto sempre meno).

Poi, vinto dai trailer, ho deciso di acquistare il biglietto: 16 dicembre, ore 16:30 (primo spettacolo presso il multisala prescelto) ed evitare così le minacce di spoiler.

Buio in sala.

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

star-wars-il-risveglio-della-forza

Pensavate che fosse tutto finito con la seconda Morte Nera distrutta in orbita della luna boscosa di Endor? Pensavate che fosse tutto finito con la morte dell’Imperatore e di Darth Vader?

Sì. Io lo speravo ancora di più dopo aver visto gli episodi 1, 2 e 3.

E dopo aver visto il settimo episodio ne sono ancora più convinto.

Perché credo di aver visto una sorta di remake degli episodi precedenti, tutto condensato in 2 ore e con personaggi dai nomi diversi (ma in fondo sono gli stessi) più qualche vecchio protagonista messo lì più per volere dei fans che per altro.

Andiamo con ordine AVVISO SPOILER – SE NON AVETE VISTO IL FILM ALLONTANATEVI O APRIREMO IL FUOCO

Prima curiosità: i vecchi personaggi hanno ripreso i nomi originali. Jan Solo è Han Solo, Leila è Leia e così via.

Non c’è un eroe, ma c’è un’eroina (non quella di Trainspotting): evidentemente a Hollywood va di moda avere delle giovani donne, possibilmente attraenti, che volenti o nolenti diventano l’ago della bilancia e protagoniste dell’avventura. In questo senso Rey, interpretata dalla semisconosciuta e brava Daisy Ridley, assomiglia molto alla Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence) di Hunger Games. Una novella Luke Skywalker tanto che il suo legame col vecchio maestro verrà, come si intuisce, spiegato tra un paio d’anni (Episodio VIII). Ah, questa scopre la Forza e in due secondi riesce anche a fronteggiare (e sconfiggere) il cattivo di turno con tanto di spada laser appartenuta a Luke (ma come? La spada è blu, e sappiamo che la spada blu di Luke è precipitata nel vuoto assieme alla sua mano alla fine de L’Impero Colpisce Ancora, boh). Rey vive in un posto inutile in mezzo al deserto e aspetta qualcuno, “la mia famiglia” dice lei. Anche Luke abitava in un posto ugualmente inutile e aspettava qualcosa (voleva andarsene, poi gli hanno carbonizzato gli zii e allora si è unito a Obi Wan Kenobi). Lei si sposta con una specie di sprinter, come Luke. È una bravissima pilota, come Luke. Solo una coincidenza, mica si saranno accorti delle somiglianze tra i personaggi in fase di stesura della sceneggiatura, no?

Il cattivo è Kylo Ren, figlio di Han Solo e della Principessa Leila. Si capisce come sia stato padawan di Luke salvo poi incazzarsi e mandare tutto a puttane irretito dal Lato Oscuro. Kylo Ren (nato Ben Solo) sembra un ragazzino con tanti problemi coi genitori, un brutto carattere e incapace di gestire la rabbia. In sostanza è uguale ad Anakin Skywalker/Darth Vader che venera coma una divinità senza averne un briciolo del carisma/potere. Voglio dire: quando c’erano problemi o imprevisti Vader camminava, diceva due parole e poi strangolava il malcapitato di turno. Kylo Ren invece sguiana (?) la spada laser e spacca tutto. Si fa infinocchiare da Rey perché probabilmente all’epoca dell’apprendistato da Skywalker lei era più in gamba di lui (girl power!), o forse perché sotto sotto lui è innamorato di lei (e se fanno una cazzata del genere sarà solo per volere della Disney). In questo film lui è (o dovrebbe essere) il cattivo spaccaculi, ma finisce col farsi prendere a calci in culo da lei che non sa una mazza. Sa solo uccidere suo padre in un vero colpo di scena che rimanda alla morte di Obi Wan nell’episodio IV (e questo mi fa pensare che Harrison Ford abbia fatto questo film solo perché implorato dalla produzione alla disperata ricerca di un collegamento con la trilogia originale). Se non avete capito, ve lo ripeto: Han Solo muore. Trafitto dalla spada laser del figlio e gettato nel vuoto. E suo figlio è uno sfigato.

Poe Dameron: interpretato da Oscar Isaac, una sorta di pistolero/cowboy che arriva col suo caccia e spacca tutto. È simpatico e me lo vedo come nuovo Han Solo di questa nuova trilogia.

Il droide BB-8: è buffo e, ma guarda un po’, nasconde una cosa importantissima che serve tipo a tutti: il Primo Ordine gli sta dando la caccia mentre gli altri vogliono portarlo a casa (stessa cosa di R2D2 nell’episodio IV).

Finn: stormtrooper imperiale pentito, diventa amico di Rey (e forse lui vorrebbe altro). Eroe suo malgrado, farà di tutto per aiutare la giovane. Bell’esempio di amicizia tra un ragazzo nero e una ragazza bianca nel segno dell’amore e della fratellanza (buonismo Disney?). Mi sono sempre chiesto: nell’universo di Star Wars ci sono un sacco di alieni, perché non usare una di quelle centinaia di razze per un nuovo eroe? Mica c’è solo Chewbacca.

Il generale Hux del Primo Ordine sembra una checca isterica. La mega adunata ricorda i nazisti di Iron Sky.

Il supremo capo del Primo Ordine via ologramma appare in formato gigante. E’ Gollum, si sa solo che il figlio di Han Solo è diventato quello che è anche per colpa sua.

Capitan Phasma: è Brienne di Tarth, solo che è coperta da una maschera. Senza spadone e fuori dai confini di Westeros perde tutto.

La base Starkiller: è una super Morte Nera (risucchia una stella e con un solo colpo spazza via diversi pianeti) costruita all’interno di un pianeta e col solito punto debole sgamato in un baleno e opportunamente utilizzato per distruggerla. L’Alleanza aveva distrutto DUE VOLTE la Morte Nera, possibile che quelli del Primo Ordine non abbiano capito niente dagli errori passati dell’Impero?

Han Solo: ruba la scena. Il vecchio Harrison Ford è diverse spanne sopra tutti, anche senza cappello da Indian Jones. La scena tra lui e Kylo Ren in cui il padre cerca di redimere il figlio è l’apice del film e il grande colpo di scena dell’episodio VII.

Leila: non più principessa, ora è generale. Invecchiata male, alla disperata ricerca del fratello e del figlio, perderà il grande amore della sua vita. Ma da vecchia saggia sembra avere un buon ascendente su Rey.

Chewbacca: il solito Ciube, una garanzia, e anche lui sarà una spalla importante per Rey.

I vecchi droidi C3PO e R2D2: il primo è inutile, il secondo si sveglia misteriosamente alla fine del film per dirci dove si trova padron Luke.

Appunto, e Luke Skywalker? Il vecchio Jedi adesso fa l’eremita a Skellig Michael e spera che tutti si siano dimenticati di lui. Appare solo alla fine, non dice una parola, ma quando Rey lo trova e gli mostra la spada laser capisce di essere di nuovo in ballo. Spero che chieda a qualcuno chi e come è riuscito a ritrovare la sua vecchia spada laser e se c’era ancora la mano attaccata.

Il film per fortuna ha tutto di Star Wars: astronavi, pianeti strani, buoni contro cattivi, alieni, mostri, attimi di pausa che fanno sorridere, il conflitto interiore che anima alcuni dei personaggi. C’è tutto quello che ha reso Star Wars la più straordinaria saga del cinema nonché un fenomeno di cultura popolare che non conosce crisi e che, anzi, continua a raccogliere nuovi fans. Bravo Abrams per aver usato tanti modellini e non aver sacrificato la magia sull’altare della computer grafica; a proposito, i nuovi/vecchi caccia X-Wing e Tie Fighter hanno un sacco di dettagli in più e sono veramente belli cosi come le scene delle battaglie aeree. Il Millennium Falcon ha ancora problemi col motivatore dell’iperguida, ma è il pezzo di ferraglia più veloce della galassia. La regia di Abrams è perfetta per film del genere.

La cosa che mi fa male è vedere poca originalità nella trama: ci sono troppi richiami alle situazioni dei vecchi film, troppe cose che sono semplicemente rifatte. Sarebbe stato più interessante capire come si è giunti alla situazione Primo Ordine vs Resistenza/Repubblica, non voglio aspettare altri due film perché temo che questo sia un aspetto che non verrà trattato adeguatamente. Avrebbero dovuto investire molto di più su questa parte della trama.

Ma il problema davvero grosso è un altro, e purtroppo va ad intaccare l’elemento fondamentale dell’universo di Star Wars.

La Forza. I maestri jedi, e penso a Qui Gon Jin e Obi Wan Kenobi, Yoda e Mace Windu fino agli Skywalker hanno dovuto intraprendere un addestramento lunghissimo prima di padroneggiare i propri poteri. Rey invece sfiora la spada laser, ha dei flashback che chiariscono parte del suo passato e all’improvviso inizia a fare cose impensabili: dall’uso della voce per farsi liberare a resistere agli attacchi di Kylo Ren arrivando a sconfiggerlo dopo aver preso in mano la spada per la prima volta. Si capisce che la Forza scorre potente in lei, ma i sei film precedenti ci hanno insegnato che la Forza è talmente potente che senza addestramento è impossibile da controllare, addirittura impossibile da percepire, ed è facile venirne distrutti. Per quanto mi riguarda questa è una grave pecca, come può Rey avere una simile padronanza se, da come si vede nei suoi ricordi, è stata abbandonata su Jakku che era solo una bambina? Troppo poco esperta. Forse deve esser cosi perché scopriremo che Rey farà ciò che doveva fare Anakin, ovvero riportare l’equilibrio nella Forza? Restiamo in attesa.

Sinceramente mi aspettavo di meglio, ma non voglio credere alla morte della saga. Voglio credere invece che sia l’inizio di un’ultima grande avventura che, ahinoi, dovremo aspettare ancora per tanto tempo prima di vederne la fine. L’appuntamento con l’episodio VIII è fissato per il 26 maggio 2017, che la Forza sia con voi.

Ugly Kid Joe – Uglier Than They Used Ta Be

Posted in dischi, musica by Ares on dicembre 10, 2015

A 19 anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio (e tralasciando l’EP Stairway to Hell del 2013) tornano gli Ugly Kid Joe, tra i massimi esponenti dell’hard rock più scanzonato e ignorante degli anni ’90 del Ventesimo secolo

uglier-than-they-used-ta-be

Cosa ci si deve aspettare? Ci si aspetta di tornare al 1994, ai tempi in cui chi vi scrive guardava MTV Europe e aspettava con ansia programmi tipo Headbanger’s Ball (per molti di voi questa è pura fantascienza, ma per i miei amici dinosauri del rock sono bei ricordi). E questo Uglier Than They Used Ta Be ci riporta sì indietro nel tempo ma ci fa ritrovare una band in forma e molto matura: quindi chitarroni pesanti, bei riff, la voce di Whitfield Crane e, come da tradizione, un paio di brani acustici (Mirror of the Man e Nothing Ever Changes) che riportano alla mente cose come Cats in the Cradle, Cloudy Skies o Mr Recordman. Insomma, l’album è divertente, ignorante al punto giusto e grintoso e ha un paio di chicche assolute come le cover di Ace of Spades (omaggio a Lemmy e con Phil Campbell – ex Motorhead – come ospite) e di Papa Was a Rolling Stone (che non è affatto male) che non ha alcun senso e per questo fa ancora più ridere.

La cosa che mi è sempre piaciuta degli Ugly Kid Joe è il non essersi mai presi troppo sul serio: ci possono essere dei momenti “riflessivi” nella loro discografia, ma senza la presunzione di voler a tutti i costi offrire la verità assoluta sull’andare delle cose e dell’universo. La verità è che gli Ugly Kid Joe facevano i Foo Fighters meglio dei Foo Fighters quando Dave Grohl era ancora il batterista dei Nirvana.

Queen – A Night at the Odeon

Posted in concerti, dischi, DVD, musica by Ares on novembre 23, 2015

I Queen sono stati una delle band che più di altre ha subito il fenomeno bootleg.

E, tra gli innumerevoli bootleg dei Queen, quello del concerto tenutosi all’Hammersmith Odeon di Londra la sera del 24 dicembre 1975 è senza dubbio il più conosciuto e diffuso. Circola da decenni, in versioni più o meno complete e di qualità più o meno buona. Quasi 40 anni dopo è arrivata nei negozi quella che dovrebbe essere la versione definitiva.

hammersmith75

(breve nota sul packaging: copertina oscena, note interne ridotte all’osso, si sprecano alla Queen Productions…)

Oh, è almeno dal 2009 che si parla di una versione ufficiale di questo concerto…comunque sia, all’epoca era stato appena pubblicato A Night at the Opera e Bohemian Rhapsody stava trasformando i Queen da quartetto di belle speranze a pesi massimi del rock britannico.

In quella sera lontana i quattro non erano certo al top della forma fisica, ma nonostante questo la performance fu memorabile e una delle più amate dai fans. I neofiti o chi pensa che i Queen siano solo Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga e Freddie Mercury morto avranno una bella sorpresa. La scaletta si concentra quasi esclusivamente sulle canzoni dei primi tre album, l’unica eccezione è appunto Bohemian Rhapsody inglobata nel consueto medley iniziale. Suono ben ripulito e rispetto alla registrazione pirata le cose sono migliorate (da dove salta fuori il verso iniziale di The March of the Black Queen che per 40 anni non abbiamo ascoltato? Chi possiede il bootleg sa di cosa parlo).

Purtroppo nel filmato non sono inclusi i bis Seven Seas of Rhye e See What a Fool I’ve Been che invece sono disponibili nella versione cd, questo perché i fenomeni della BBC avevano già messo via tutto. Il filmato venne trasmesso in diretta per la serie Old Grey Whistle Test, programma che doveva durare 60 minuti o si finiva dritti nella Torre di Londra per poi fare la stessa fine di Anna Bolena. Tra i bonus della versione video è incluso il documentario Looking Back at the Odeon oltre tre canzoni prese dal concerto al Budokan di Tokyo del 1 maggio 1975.

In sostanza, una bella strenna pre-natalizia e un favore ai tanti fans ancora in giro per il mondo.

Ultima nota: vuoi vedere che adesso arriveranno i live degli anni settanta a cadenza annuale? Hyde Park ’76, Earls Court ’77, Houston ’77, qualcosa del ’78, Concert fo Kampuchea ’79…staremo a vedere.

Spectre

Posted in cinema by Ares on novembre 18, 2015

24° capitolo della saga di James Bond.

Diciamo subito che Monica Bellucci è semplicemente imbarazzante. Non è tanto il fatto che come attrice non sia poi così brava (è inguardabile), ma ha pure il coraggio di doppiarsi (con esiti francamente ridicoli). In Italia ci sono ancora tanti bravi doppiatori, perché non utilizzarli?

Bene, detto questo:

spectre

Quarta (e ultima?) volta per Daniel Craig nei panni di 007 e forse siamo giunti alla chiusura del cerchio per quanto riguarda il personaggio Bond in questa nuova versione.

Filmone da 2 ore e mezza che scorre via velocemente, tra richiami al passato dei precedenti capitoli con Craig, ma anche diversi riferimenti all’intera saga (Dalla Russia con Amore, Si Vive Solo Due Volte, Vivi e Lascia Morire, Licenza di Uccidere e altri). Bond finalmente scopre il suo più grande nemico, Ernst Stavro Blofeld interpretato dal magistrale Christoph Waltz, e chiarisce il disegno celato dietro ai cattivi delle ultime missioni e al dolore per la perdita di Vesper Lynd e di M-Judi Dench. Soprattutto, viene svelato un ulteriore tassello della storia personale di James Bond e il finale lascia intendere che il prossimo capitolo sarà inevitabilmente legato a questo. Allora il cerchio non è chiuso, mmm…

Non siamo ai livelli di Skyfall, qui c’è molta più azione e un po’ meno trama, ma il risultato è ugualmente soddisfacente e i tanti appassionati della saga di 007 saranno soddisfatti. Alcune parti sono spettacolari e l’inseguimento notturno per le strade di Roma entra di diritto tra le migliori sequenze delle avventure di Bond. Comprimari perfetti, la squadra ormai è ben collaudata.

Capitolo Bond-girl: non ci siamo. Monica Bellucci al massimo può essere una Bond-milf, mentre Léa Seydoux (dotata di una sola espressione in volto) non si capisce bene perché sia stata scelta. Sicuri che non ci fosse nulla di meglio in giro?

Mi aspettavo qualcosa in più. Adesso resto in attesa di capire chi sarà il prossimo interprete, sperando che non capiti un altro Timothy Dalton.

Chris Cornell – Higher Truth

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 29, 2015

Quando ho letto che Chris Cornell avrebbe pubblicato un nuovo album da solista ho avuto un brivido.

Di puro terrore.

Perché mi è tornato in mente Scream.

Poi, per fortuna, ho ascoltato Higher Truth

higher truth

Grazie, Chris. Grazie per essere tornato a fare un disco normale, con gli strumenti veri, le chitarre acustiche eccetera e aver dimenticato quello straordinario fallimento (leggasi “cagata pazzesca”) messo in piedi con Timbaland.

Higher Truth riprende il percorso che Cornell aveva intrapreso nel suo ultimo tour e album (Songbook). Questa volta però non ci sono cover, sono tutte nuove canzoni in cui il nostro eroe fa sfoggio delle sue qualità di songwriter. Non viene tradita l’eredità che ha permeato anche il lavoro coi Soundgarden, state tranquilli, quindi spazio a chitarre acustiche, mandolini, qualche inserimento elettrico (senza mai esagerare).

In sostanza un album chitarra e voce, musica che di volta in volta viene arricchita da batteria elettronica o band al completo e una selezione di buone composizioni tra le quali spiccano l’iniziale Nearly Forgot My Broken Heart, Dead WishesOur Time in the Universe (di questa, nella versione deluxe del cd si trova anche un remix), Before We Disappear, Through The Window, Josephine e Murderer of Blue Skies. In effetti non ci sono canzoni che non funzionano, sono tutte molto ispirate.

Stile inconfondibile che abbiamo imparato a conoscere nel corso di quasi 30 anni di onoratissima carriera. Ottime canzoni e una voce miracolosamente sopravvissuta agli inevitabili eccessi della Seattle degli anni ’90 e oggi in splendida forma, in grado di essere soffice e in un attimo salire su vette inaccessibili. Higher Truth segna il gran ritorno del nostro amico che avremo la fortuna di rivedere in Europa nella primavera del 2016…in attesa di novità sul fronte Soundgarden.

The Dead Weather – Dodge and Burn

Posted in dischi, musica by Ares on ottobre 14, 2015

Terzo lavoro per uno dei progetti più interessanti che vedono come protagonista Jack White.

dodgeandburn

Dodge and Burn vede di nuovo insieme Jack White, Alison Mosshart, Jack Lawrence e Dean Fertita, l’album raccoglie le registrazioni fatte dai quattro compari tra il 2013 e il 2015.

Eravamo rimasti al 2010, a quel piccolo capolavoro che era Sea of Cowards, ma già dal primo singolo (I Feel Love (Every Million Miles) ) si capisce che la matrice è la stessa. Quindi: canzoni brevi, immediate, dominate dai riff di chitarre ricche di fuzz, ventate di blues, atmosfere garage-sixties. Questa volta le prove vocali sono quasi interamente affidate alla Mosshart che in alcuni casi duetta con White.

Prima cosa da sottolineare è che la grande particolarità e autentica sorpresa si trovano nell’ultima traccia, Impossible Winner, una ballata interamente composta dalla Mosshart in cui fanno la loro comparsa anche degli archi. È l’unico momento in cui ci si allontana dal sound al quale ci hanno abituati i Dead Weather e l’unica pausa dalla continua martellata sonora che è il resto dell’album.

Perché sappiate che non è cambiato nulla, anzi: disco molto più dominato dalla chitarra (con accenni di moog e sintetizzatore, avere un polistrumentista come Fertita aiuta non poco) rispetto ai precedenti, e momenti di calma apparente spazzati via in un attimo da distorsioni/urla/rullate, il tutto guidato da una straordinaria Alison Mosshart in stato di grazia. Let Me Through, Rough Detective, Lose The Right, Cop and Go e la già citata traccia finale sono i momenti migliori dell’album, ma va segnalata anche la stralunata Three Dollar Hat che racconta una storia tra il western e il noir.

Il primo album era un po’ confuso, il secondo perfetto, questo è la consacrazione.

Fate un giro nel canale Youtube della band, troverete quattro video surreali dedicati a ciascuno dei componenti che parlano dei rispettivi ruoli (e in chiusura esecuzioni live). Per il momento purtroppo non si parla di concerti/tour, speriamo non ci facciano attendere troppo.

E qualcuno a Natale mi regali Alison Mosshart.

Kyuss – Blues For The Red Sun

Posted in musica by Ares on settembre 28, 2015

Nella galassia del rock alternativo e in particolare nel filone dello stoner-rock ci sono personaggi e band che sono riusciti ad espandere la propria fama, uscendo dalla nicchia fino a diventare artisti conosciuti in tutto il mondo.

I Kyuss, gruppo di riferimento del genere, nel 1992 pubblicavano Blues For The Red Sun, pietra miliare dell’alternative rock.

Un album che pianta le radici in diversi generi e grandi gruppi del passato, dai Black Sabbath al punk fino a Sonic Youth e lo space rock degli anni ’70. Non a caso nella produzione c’era anche quel Chris Goss dei Masters of Reality che nello stesso periodo stavano sfornando Sunrise on the Sufferbus.

Tanta roba quest’album, come tutta la prima produzione della band. Tanto da essere ormai un classico, aldilà del bene e del male, incontestabile a meno che la vostra cultura musicale non vi faccia credere che dopo il 1985 non sia stato pubblicato nulla. Disco pesante, pesantissimo e lisergico, contemporaneo dei gruppi grunge della piovosa e fredda Seattle. Ma dalle parti del deserto californiano era evidente che la musica veniva percepita e di conseguenza espressa in modo ben diverso. Una sorta di terremoto sonoro enfatizzato anche dall’utilizzo di amplificatori per basso per ingrossare ulteriormente il suono delle chitarre. Emblematica l’iniziale Thumb, fantastico esempio di blues psichedelico. Non mancano brevi passaggi strumentali affidati alle chitarre acustiche, una caratteristica che si trova in molti album dei Black Sabbath (perché inventare e creare è bene, ma non bisogna mai dimenticare e rendere omaggio ai maestri). Squisita la strumentale Molten Universe, che inizia come un brano dei Sabbath ma che poi vira verso un metal più spiccatamente anni 90. Freedom Run, Writhe, Thong Song e quell’urlo “I hate slow songs” (in un momento della canzone caratterizzato da quasi totale silenzio) sono solo i momenti più importanti da ricordare nei circa 50 minuti di un album che dopo 23 anni non ha perso nulla della sua potenza.

C’è un aspetto particolare da sottolineare: la grandezza di Blues For The Red Sun è postuma, nel senso che dal punto di vista commerciale fu un mezzo fiasco (misteri del mercato musicale e dei gusti del pubblico). Solo nel ristretto circuito stoner dell’epoca l’album venne preso in considerazione, ci vollero anni e soprattutto la fine dei Kyuss e la nascita dei Queens of the Stone Age perché molti nuovi fans lo ripescassero dal dimenticatoio. Nei Kyuss infatti militava un giovanissimo chitarrista di nome Josh Homme che in seguito sarebbe diventato l’artefice di cose come, appunto, i Queens Of The Stone Age, Desert Sessions e Them Crooked Vultures solo per citarne alcuni. All’epoca aveva solo diciannove (19) anni…uno sbarbatello che però aveva idee ben chiare e un gusto sopraffino nel ricamare trame chitarristiche di ottima fattura e che sono poi state fonte d’ispirazione per chissà quanti giovani chitarristi in giro per il mondo. Anche per questo dobbiamo essere grati a Blues For The Red Sun e al sole infuocato del deserto californiano.

David Gilmour – Rattle That Lock

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 23, 2015

Il ritorno di David Gilmour…

RTL

Sono passati 9 anni da On An Island e dall’ultimo tour, nel frattempo è scomparso Richard Wright privando così lo zio Dave del suo ideale (e perfetto) compagno di musica.

Con la consueta flemma britannica, Gilmour si è preso tutto il tempo necessario per lavorare a un nuovo album e contemporaneamente è riuscito a scrivere la parola “fine” all’epopea dei Pink Floyd.

Rattle That Lock vuole essere un concept, i pensieri e gli stati d’animo di una persona nell’arco di un’intera giornata. Quindi si va dall’iniziale sveglia di 5 am (brano strumentale tra tastiere e chitarra, cliché pinkfloydiano) e subito si passa alla title-track (che non mi convince e a quanto si legge in giro tra i fan non sono l’unico ad aver storto la bocca). Faces of Stone cattura e porta alla struggente A Boat Lies Waiting, ballata dominata dal pianoforte e dedicata a Richard Wright (del quale si sente la voce prima dell’inizio del cantato). In Any Tongue è il brano di punta, con tanto di assolo epico che vede un Gilmour molto ispirato.

L’album scorre via rapido, regala attimi di lirismo chitarristico sopraffino e cambi di stile tanto che capita addirittura di sentire accenni jazz (The Girl in the Yellow Dress). E qui sorge il problema: ci sono dei momenti in cui mi sembra che l’album si perda un po’, come se in fase di produzione il nostro eroe sia rimasto indeciso su che direzione prendere (Today cosa rappresenta?), cosa abbastanza insolita se si pensa alla storia di Gilmour. Oppure si tratta solo del fatto che una volta smessi definitivamente i panni dei Pink Floyd nostro eroe abbia deciso di fare quello che gli pareva giusto fregandosene di tutto (scelta comprensibile alla soglia dei 70 anni)…la cosa che stupisce è che Rattle That Lock non è dominato dalla chitarra come lo era stato il precedente lavoro (e in generale ogni lavoro solista di Gilmour). I suoni sono molto simili a The Endless River, ed è legittimo il sospetto che alcune cose finite in questo lavoro siano in realtà state scartate dall’altro (spero non sia così). Temo che la mancanza di Richard Wright abbia influito non poco.

Insomma, lascia un po’ l’amaro in bocca, peccato.

Pink Floyd – Wish You Were Here

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 12, 2015

12 settembre 1975

wish_you_were_here

 

…dopo Dark Side of The Moon, prima di Animals…

Wish You Were Here è il secondo grande concept album dei Pink Floyd. L’album dell’assenza, l’album del “fantasma” di Syd Barrett che aleggiava attorno alla band (tanto che il povero Syd non venne nemmeno riconosciuto quando all’improvviso si presentò in studio durante le ultime fasi di lavorazione) e il primo segnale che l’equilibrio tra i quattro membri stava iniziando a rompersi.

Shine On You Crazy Diamond (parts I-V); Welcome to the Machine; Have a Cigar; Wish You Were Here; Shine On You Crazy Diamond (parts VI – IX).

Capolavoro assoluto, uno splendido 40enne.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: