Le Grandi Recensioni

Faith No More – Sol Invictus

Posted in dischi, musica by Ares on maggio 21, 2015

Questa volta lascio spazio ad altri: direttamente dalla Svezia, la recensione del nuovo album dei Faith No More.

Sono passati diciotto anni dall’ultimo disco dei Faith No More, Album of the Year, il che significa che inspiegabilmente la sottoscritta non è più una liceale traumatizzata dallo scioglimento di uno dei suoi gruppi preferiti ma, come suggeriva Mike Patton, “I’m thirty-something“.

Sol Invictus

La crisi di mezz’età, che non nego né sottovaluto, è stata  in parte annichilita, in parte accentuata, dall’uscita del nuovo album della band californiana, Sol Invictus. Non riesco a credere che sia passato così tanto tempo, e contemporaneamente mi rendo conto che non importa, perché posso ascoltare nuovi brani dei Faith No More e ricadere beata nell’adorazione incondizionata di Mike Patton.

Togliamoci subito il disturbo. Voto: 8.

Cosa può dare al mondo della musica del ventunesimo secolo – dominato da Taylor Swift e Mumford&Sons e talent show con Asia Argento tra i giurati – un gruppo come i Faith No More, pionieri del crossover, profeti (secondo alcuni) del nu-metal, emblemi di un certo modus vivendi anni ’90?

In circostanze normali, un ritorno del genere farebbe più pena che altro. La maggior parte dei gruppi rock, quando decide di proporre musica nuova a cinquant’anni suonati e dopo un lunghissimo iato, o tira fuori roba imbolsita oppure roba esageratamente ‘dura’, come a dire “we still have it” ad ogni costo. Ma qui stiamo parlando di Faith No More, una band che essenzialmente è sempre stata un gruppo di pazzoidi felicemente cretini. Pagliacci. Quindi a loro che gliene frega di come possono sembrare dopo quasi vent’anni? Che gliene frega di dimostrare che sono ancora in forma?

Sono in formissima.

Il piano di Bottum come sempre traccia le linee melodiche essenziali, le amate progressioni discendenti, sulle quali si riversano a fiotti serrati le schitarrate di Jon Hudson. Billy Gould e Mike Bordin fanno, come sempre, il loro porco lavoro: la sezione ritmica dei Faith No More meriterebbe più riconoscimento critico.

Patton ha capacitá illimitate. Questo é forse più evidente oggi, dopo che siamo a conoscenza dei suoi mille progetti solisti e collaborativi (Tomahawk, Fantomas, Mr. Bungle, Mondo Cane, Lovage, Peeping Tom, ho perso il conto). Sa che può fare quel cazzo che vuole con la sua voce e il suo megafono, e si diverte a farlo. Ci sono diversi passaggi in cui Patton fa la vocina da crooner laido per poi distruggere tutto con urla selvagge e sempre intonatissime. Questi contrasti sono ormai il suo marchio di fabbrica.

Sol Invictus è meno schizoide di King For A Day, e più compatto di Album of the Year. La canzone che dá il titolo al disco è del tutto trascurabile. Le migliori, a mio avviso, sono Cone of Shame, Separation Anxiety and Rise of the Fall. I temi trattati vanno dalle uova fritte alle invettive alla morte. Il brano che chiude l’album, From the Dead, secondo me è una presa per il culo di quelli che ascoltano solo Easy, Take This Bottle e le altre canzoni melodiche; ma io come sempre sospetto che non vi sia alcun significato particolare nei testi, anche se alcune parti suonano bene:

Set aside the scruples in a stratagem of strain
A smallpox-laden blanket, invisible with stains
Inoculated bastards, bloody pecked pain
Distemper has a hold, distemper has a hold
We took a second sip from a cup we made of bones
The first it was a ruse, a trick so aptly thrown
The truth is that our youth was a carpet laid with stones (Motherfucker)

Bisogna apprezzare non solo la qualità di questo album, ma anche e soprattutto la geniale creatività cazzona di questo gruppo, che  – piaccia o meno – va per la sua strada. Per le migliaia di fan attualmente giubilanti, Sol Invictus è un bellissimo regalo; e la cosa forse più bella è che sui vari social media, i Faith No More hanno più volte ringraziato i loro fan per l’attesa e la fiducia, dimostrando di essere una delle poche band che crede ancora in un rapporto reciproco col proprio pubblico.

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Una Risposta

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  1. Foolforalifetime said, on maggio 22, 2015 at 15:38

    Forse dopo “Angel Dust” (parere personale, probabilmente il capolavoro della band e più “per la testa”) i FNM ci hanno legati a sé col cuore (e ovviamente con la voce di Patton che in King for a Day ti rivolta come un calzino). Attualmente vedo molto in giro pareri di chi non riesce a giudicare razionalmente questo disco (ovviamente nemmeno io) perché in preda alle capriole. Ed è giusto così. Prendiamoci la goduria totale di ciò che non avremmo mai creduto di rivedere.
    Un saluto.

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