Le Grandi Recensioni

Robert Plant – lullaby and…the Ceaseless Roar

Posted in dischi, musica by Ares on settembre 14, 2014

Questo signore migliora con gli anni.

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Robert Plant torna con i Sensational Space Shifters e dopo la piacevole anteprima offerta durante i concerti della tournée estiva finalmente arriva l’album intero.

Psichedelia a go go. Ritmi africani. La voce inconfondibile e mai sopra le righe, perché non c’è più bisogno di urlare come 40 anni fa. Pochi al mondo riescono a cantare il rock anche senza urlare, e Plant è uno di questi. Soprattutto adesso, soprattutto alla luce dell’ennesimo rifiuto di riunire i Led Zeppelin con buona pace di Page il quale sembra ancora prigioniero del suo glorioso passato e di fatto non produce nulla di nuovo da eoni.

Tornando a lullaby and…the Ceaseless Roar, va detto che è un prodotto molto particolare e secondo me non è immediatamente accessibile, per questo va ascoltato con attenzione. Ci sono canzoni che entrano subito in testa come il singolo Rainbow (già ascoltata in una splendida versione a Piazzola lo scorso luglio), l’iniziale Little Maggie (che vede la fusione di banjo, kologo ed elettronica, quest’ultima affidata a John Baggott, collaboratore tra gli altri di Massive Attack e Portishead, ok?) e Embrace Another Fall nella quale l’ultimo verso è cantato in gallese; Somebody There è furba al punto giusto e lo stesso si può dire per Poor Howard. A Stolen Kiss è una ballata matura e di bellezza quasi straziante, mentre le conclusive Up On The Hollow Hill e Arbaden sono altri viaggi affascinanti tra radici africane e modernità europea (e ai limiti del Bristol sound, anche qui la mano di Baggott si fa riconoscere).

Plant gioca con i ritmi, riscopre e reinterpreta il blues, inserisce richiami ai Led Zeppelin (il primo verso di Pocketful of Golden vi ricorda qualcosa?) ma senza mai dare il tono di un’operazione nostalgica, anzi. L’intento di cercare di trovare una nuova chiave interpretativa è chiaro e raggiunto in maniera eccellente grazie anche a un ensemble di musicisti di notevole caratura (il lavoro svolto con le chitarre è molto interessante, se fossi un’insegnante di musica farei ascoltare l’album ai miei allievi) nel quale trova grande spazio il gambiano Juldeh Camara. Da notare che parte delle canzoni proviene dalla tradizione del blues, ma non si tratta del “saccheggio” del quale sono stati accusati i Led Zeppelin: il costrutto sonoro creato da Plant e dalla band si sposta tra l’Africa e il Galles, passando per l’Inghilterra e il sud degli Stati Uniti che il nostro eroe ha ripercorso nelle prove recenti di Raising Sand, con Allison Krauss, e Band of Joy datati rispettivamente 2007 e 2010. Una miscela nuova che funziona benissimo.

Se questo non è il miglior album solista di Plant poco ci manca: è bello vedere che a 66 anni suonati c’è ancora qualcuno che ha voglia di andare alla ricerca di suoni diversi. E a differenza di colleghi coetanei o ben più giovani non ha perso la voglia di cercare, sperimentare e confrontarsi, e questo è segno della grandezza dell’artista.

P.s. A proposito di Rainbow, Plant tramite Facebook ha indetto un concorso per la creazione di un videoclip per la canzone. Tra i partecipanti c’è anche un mio vecchio compare di avventure che ha fatto un lavoro semplice ma davvero bello e che, a parer mio, si sposa alla perfezione con la canzone e ci tengo a farvelo vedere. Spero vi piaccia.

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Una Risposta

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  1. Fatto di note said, on settembre 14, 2014 at 20:36

    Ecco, questo spero proprio di ascoltarlo al più presto.

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