Le Grandi Recensioni

Cold War Kids – live at the Ambassador, Dublin, 13/11/2007

Posted in concerti by Ares on aprile 18, 2010

vecchio resoconto per l’amico Electroboogo

Chi ama il rock generalmente ritiene che nella discoteca personale di ognuno ci debba essere una copia di Grace di Jeff Buckley e una di Exile on Main Street dei Rolling Stones. Io amo il rock, e li ho entrambi. Io amo il rock e la buona musica, amo quei cantanti che sanno urlare e sussurrare con la stessa forza, dolcezza e passione a seconda del momento, proprio come Jeff Buckley e Mick Jagger. Ecco perché ieri sera sono andato a vedere e sentire i Cold War Kids. Occasione unica, ultima data del tour europeo dei quattro californiani che già da qualche tempo grazie all’onnipresente MySpace stanno facendo parlare di sé come (una delle) next big thing del rock, indie-rock, alternative-rock, alternative-blues (?) o come cazzo volete chiamarlo, americano. La prima volta che li ho sentiti ero spaparanzato sul divano a guardare una puntata del David Letterman Show quando si sono presentati questi ragazzetti con la solita tipica aria finto-trasandata dei californiani: basso, batteria, chitarra Gibson ES175, un pianoforte in parte e il cantante. Hang Me Up To Dry, mi ha fatto impazzire subito e non ho potuto fare a meno di comprare il loro album Robbers & Cowards. Ma veniamo alla serata, sarebbe anche ora.

L’Ambassador visto da fuori sembra il vecchio teatro chiuso del video di A Kind Of Magic dei Queen. E’ in parte ad un ospedale e offre una panoramica su O’Connell Street che di notte fa anche la sua porca figura grazie ai monumenti, le luci, la costruzione più inquietante della storia (The Spire) e la consapevolezza che un fiume di Guinness attraversa la città in ogni secondo. Dentro è ancora più insensato: si presenta come un vecchio edificio a pianta circolare, che per l’occasione ha il solito banchetto del merchandising e due zone bar che offrono birra e sidro e sono costantemente prese d’assalto.

Colgo l’occasione anche per vedere l’umanità irlandese che ascolta qualcosa di diverso dal folk e dagli U2, guardo e studio i ragazzi e noto che in fondo non ci sono grosse differenze con l’Italia: alcuni sono i classici trasandati post grunge; altri sono molto più stilosi e penso abbiano passato mezza giornata davanti allo specchio; tutti hanno un bicchiere in mano ( io compreso); tutti sono impegnati in conversazioni che sembrano molto molto serie; tutti sembrano molto educati e finché non si spengono le luci nessuno getta per terra una carta, figuriamoci un bicchiere vuoto. E intanto m’incazzo perché la batteria della macchina fotografica mi abbandona sul più bello costringendomi a usare il telefono.

Noto anche qualche signore più attempato che non ha l’aria di essere lì ad accompagnare la figlia, piuttosto sembra uno che andrebbe a sentire anche Tiziano Ferro pur di non avere nelle orecchie qualcosa di irlandese. Sono da poco passate le 20 quando dal cesso sento che parte la band di supporto: dei canadesi dell’Ontario che per i primi minuti sembrano la risposta ai Keane e ai Coldplay. In realtà sembrano bravi, e sembrano essere un prodotto della stessa galassia dalla quale sono usciti i Cold War Kids, con l’aggiunta di echi pinkfloydiani alla A Saucerful Of Secrets. 40 minuti passati in allegria, con la sorpresa finale dei CWK che si intrufolano sul palco con una chitarra gonfiabile gigante e si mettono a strimpellare qualsiasi cosa gli capiti a tiro in un delirio che strappa applausi, urla e altra birra. Il fatto che NESSUNO sappia il nome di questa band è solo un dettaglio.

I Cold War Kids entrano in scena dopo qualche minuto e attaccano con una canzone presa da uno dei vari EP che hanno preceduto la pubblicazione di Robbers & Cowards. La canzone infatti non la canta nessuno ma non è un problema: la sensazione è quella di essere davanti a dei treni in corsa, gente che sa esattamente cosa sta facendo, sa come farlo, sa stare sul palco senza aver bisogno di trucchi fantascientifici, e soprattutto ha una voglia matta di offrire ottima musica. Dal secondo pezzo (Used to Vacation) in poi i bravi ragazzetti del pubblico non smettono di cantare, urlare e ballare per un secondo. L’unica pecca è data dall’acustica del locale che di fatto penalizza la band. Ma il pubblico se ne sbatte, io anche. Siamo al concerto per divertirci e tutto fila liscio: stupisce ogni momento la voce di Nathan Willet, la sua disinvoltura nel cantare e passare in un attimo dalla chitarra al piano. Jonnie Russell alla chitarra e Matt Maust al basso sembrano ubriachi marci e si muovono come degli indemoniati. Matt Aviero alla batteria picchia con energia e giudizio. Rubidoux, Robbers (bella l’idea di puntare delle torce elettriche sul pubblico), Passing The Hat e soprattutto Hang Me Up To Dry ( c’è gente che è ancora capace di fare canzoni stupende con 2 e dico 2 accordi!) mandano in delirio la sala.

Non solo Willet dimostra di essere un musicista duttile, la sua parte è ben equilibrata da Jonnie Russell che ogni tanto molla la sua Gibson per accomodarsi al pianoforte e soprattutto si presta ben volentieri e con buoni risultati a sostenere la voce del compagno. Una cosa che va contro i miei gusti è l’assenza di improvvisazione: le canzoni vengono riproposte tali e quali come nell’album, nascono e finiscono in un amen. Mancanza di coraggio? O mancanza di idee? O ancor più semplicemente ai Cold War Kids non gliene frega un cazzo di queste cose? Vuoi vedere che proprio perché era l’ultima data del tour europeo se ne sono sbattuti e hanno tirato i remi in barca? Mi rifiuto di credere a una cosa simile, come mi rifiuto di credere che dopo appena un’ora la band saluti e auguri la buonanotte…siamo impazziti???

Tornano per un unico lungo bis, Saint John, accompagnati dai fonici e dal gruppo supporter in un nuovo infinito delirio caratterizzato da pezzi della batteria portati in giro per il palco; uno dei tecnici che chitarra in mano sale sopra un amplificatore, salta e vola per terra di schiena; birre che volano e gente che corre al bar per avere l’ultimo drink prima che il concerto finisca e l’inflessibile security cacci via tutti. Sono in 10 sul palco e l’unico al suo posto è il batterista. Gli altri vagano alla ricerca di qualcosa che possa produrre rumore, poco importa se siano delle maracas, un basso o una chitarra senza due corde, l’importante è esserci e lasciarsi andare. Concerto breve, intenso, energico. Questi sono bravi, davvero bravi. I paragoni con gente come Buckley forse sono esagerati (Willett è bravo ma il figlio di Tim era di un altro pianeta); quelli con gli Stones sono difficili da capire dato che questi hanno troppo l’aria da bravi ragazzi. Non è esagerato invece ritenere i Cold War Kids una speranza per il futuro, una bella e interessante novità dagli States che dimostrano di essere ancora in grado di sfornare band interessanti e non i soliti cloni pseudo punk di Green Day e Offspring, o qualche lolita sculettante o cose ancor più imbarazzanti come Avril Lavigne. Basta solo che il quartetto rimanga lontano dai riflettori dello showbiz più trash, lontano da attrici e cazzate, lontano dalle cause umanitarie e dai Bob Geldof e Bono di turno (entrambi dublinesi…oh cazzo…). Non abbiamo bisogno di altri Chris Martin e compagnia e di dischi come X&Y.  Se mai dovessero passare dalle vostre parti non fateveli sfuggire.

Ares

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